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Umberto Tamburini, un uomo giusto da ricordare

La storiografia italiana si è accorta tardi del dramma vissuto da un milione di soldati italiani abbandonati l’8 settembre 1943, in Patria e all’estero, da chi li doveva dirigere e guidare: in primis il Re Vittorio Emanuele III e il generale Pietro Badoglio che fuggirono da Roma verso Brindisi, abbandonando tutto e tutti, senza preoccuparsi di emanare ordini alle proprie forze armate.

Fu così che nel giro di una settimana l’esercito tedesco occupò l’Italia senza colpo ferire, che centinaia di migliaia di soldati in Albania, Grecia, Jugoslavia furono catturati e disarmati. Con alcuni drammi terribili come l’eccidio di Cefalonia. Alla fine del 1943 quasi 700.000 soldati italiani si ritrovarono prigionieri in Germania per essere utilizzati come manodopera in agricoltura, nelle fabbriche, nello smaltimento delle macerie nelle città. Si erano rifiutati di servire i tedeschi e i fascisti della Repubblica Sociale: solo 70.000 infatti avevano accettato di entrare nell’esercito di Salò. 50.000 saranno quelli che moriranno nei lager tedeschi per malattia, fame, morti sotto i bombardamenti alleati.

Umberto Tamburini, riminese di Vergiano, nato il 18 marzo 1921, era uno di questi giovani militari. Arruolato a gennaio 1940, fu poi inviato in Jugoslavia dove partecipò ad azioni militari. Mandato a presidiare il piccolo porto dalmata di Segna, qui venne catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre ed inviato in Germania, in un lager nella zona di Berlino a lavorare in una fabbrica di munizioni.

Nel suo libro “La dignità offesa” (edito dall’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini nel 2014) Tamburini ricorda quei terribili 18 mesi sotto i bombardamenti quotidiani, le violenze dei kapò, le punizioni, il duro lavoro, la fame, i controlli continui, la mancanza di sonno. Le stesse cose che ricorderanno altri prigionieri riminesi, come Tonino Guerra ed Elio Pagliarani.

Tamburini, con un altro compagno, riuscì a fuggire a Pasqua 1945. Girò per la Germania per un mese. Il 2 maggio finì nelle mani dei russi che stavano avanzando su Berlino, rischiando di essere fucilato per un cappotto trovato che aveva indosso delle Camice Nere fasciste. Lui, con altri soldati italiani, riuscirono a sganciarsi dai russi e a riparare dentro le linee americane. Questi li tennero fermi in un ex campo di prigionieri sino ad inizio agosto, per tre mesi, poi vennero caricati su un treno ed avviati verso l’Italia. Il 17 agosto 1945 Tamburini, dopo varie peripezie, riuscì ad arrivare finalmente a Rimini.

Nel 1946 fu decorato con Croce al merito di Guerra, nel 2006 divenne Cavaliere della Repubblica Italiana. Vigile urbano, ha testimoniato la sua dura esperienza per tanti anni ai ragazzi delle scuole riminesi. Immancabile la sua presenza il 27 gennaio – Giorno della Memoria – alla cerimonia in ricordo delle vittime dei lager presso il Monumento di Via Madrid a Bellariva, da lui fortemente voluto. Fondatore e Presidente dell’Associazione Nazionale ex-internati militari, sezione di Rimini.

Umberto Tamburini è morto il 21 novembre 2017. Il 18 marzo 2021 ricorre l’anniversario dei cento anni della sua nascita. Una ricorrenza da non dimenticare per onorare un uomo giusto, che bene ha servito la Patria ed ha contributo alla rinascita democratica dell’Italia.

“Lasciare testimonianza di quanto è avvenuto è un obbligo, per tutte le generazioni. Basta guerra, basta guerre, non si impugnino più le armi” (Umberto Tamburini).

Paolo Zaghini

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