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UN MOSTRO IN GAMBALUNGA. L’antico palazzo della Biblioteca intubato da un impianto.

Da decenni le Soprintendenze ai monumenti ci avevano abituato a tremare perfino alla richiesta di cambiare le viti di una finestra scassata in un fabbricato rurale senza pregio: il loro veto era infatti garantito a qualsiasi minimo intervento che potesse minare, anche per lontano sospetto, l’integrità del nostro patrimonio artistico.

Ma, come si sa, tutto cambia. Anche le soprintendenze. Che oggi, forse per farsi perdonare decenni di eccessi di diniego, sembrano orientate all’eccesso opposto. Anch’esse, forse, come tante istituzioni nazionali e locali, sono alla ricerca affannosa di consensi mediatici credendo che da ciò possa derivare la loro autorevolezza.

Esemplare è il caso dell’impianto di climatizzazione recentemente installato al piano nobile di Palazzo Gambalunga, voluto e progettato dall’Amministrazione comunale e, naturalmente, sottoposto alle autorizzazioni della Soprintendenza.

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Un intervento che si propone come vero capolavoro di “modernità” e come emblema del rivoluzionario sentire delle nuove autorità.
Un’opera dell’ingegno talmente “forte” che, anche ai visitatori dell’antico palazzo più distaccati, provoca un’emozione pari a… un pugno allo stomaco.
Chi entra credendo di visitare un palazzo del Seicento, si trova infatti catapultato in un film di fantascienza, dei peggiori, dove una piovra di rame sembra voler stritolare il vecchio mondo che fu, portali, volte e marmi antichi compresi.

Dopo lo sconcerto iniziale sorgono domande e dubbi.

Ma dove sono? Non c’erano soluzioni più rispettose di quell’enorme budello di rame?

Ma ai responsabili non mancheranno di certo le risposte, naturalmente colte, per zittire i passatisti che si oppongono alla loro moderna fruizione delle Belle Arti. Chi non vede nei bei tuboni a serpente una citazione del Centro Pompidou? Chi non sa apprezzare il calore e la dolcezza del rame che, come il Palazzo Gambalunga, profuma tanto d’antico?
C’è però una prova regina che potrebbe attribuire a coloro che hanno avuto ruoli in questa “opera d’arte” il giusto “merito”: la firma da appore in una targa di bronzo sotto il tubone per il giudizio dei cittadini.

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OPERA VOLUTA E REALIZZATA DALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI RIMINI
con delibera di giunta del 16/12/2015 a firma
GNASSI, LISI, BIAGINI, BRASINI, IMOLA, PULINI, SADEGHOLVAAD
PER DARE NUOVO IMPULSO ALLO SVILUPPO DEL SETTORE CULTURALE IN ITALIA
E AL RILANCIO DEL TURISMO
ai sensi del dl 31 Maggio 2014, n. 83, convertito nella legge 29 luglio 2014 n. 106
Progettisti:
ARCH. VALENTINA MAGGIONI, ING. MONIA COLONNA
Autorizzazione della
SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER LE PROVINCE DI RAVENNA, FORLÌ-CESENA E RIMINI
a firma
ARCH. GIORGIO COZZOLINO
SPESA DELL’OPERA
290.000 €
[SAREBBE BENE EVITARE LA FIRMA DEL BENEMERITO INCOLPEVOLE FINANZIATORE
PER NON PROCURARGLI DANNI D’IMMAGINE]

Certo, considerare “osceno” un intervento economicamente tanto importante potrebbe sembrare avventato e irrispettoso dell’azienda che lo ha finanziato con l’Art Bonus. Invece è proprio per questo benemerito impegno che si impone un giudizio di qualità sull’opera.

I riminesi che amano la città vadano quindi in Gambalunga, osservino, valutino e abbiano il coraggio di esprimere senza condizionamenti la loro opinione su come è stato trattato uno dei gioielli del patrimonio cittadino.

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In verità, ciò che più preoccupa non sono i “piccoli” orrori come i tubi Gambalunga, forse reversibili, ma il clima che da qualche tempo si respira in città e del quale essi sono l’effetto. Una città distratta più del solito, dove dialogo e confronto sono diventati mediatici, virtuali e riservati agli yesman e alle yeswomen sempre pronti all’applauso per ottenere qualche particina nella grande kermesse.

Dove sembra superfluo e irrilevante riconoscere la qualità dall’approssimazione, la competenza dall’incapacità, lo studio dall’improvvisazione. Specie nel campo della cultura.

E dove contraddire per migliorare significa essere nemici.

Per l’amore che porta a Rimini e per le buone cose che riesce a fare, molti sono disposti a perdonare al nostro sindaco gli slogan e gli annunci che Palazzo Garampi spara a mitraglia.

Passi, ad esempio, che le tanto decantate Tiberiadi – celebrazioni bimillenarie del Ponte di Tiberio – sembrino destinate a finire a piada e sardoni.

Passi che per “Le Terre di Piero”, strombazzato progetto-cultural turistico che avrebbe portato orde di stranieri, non si sia neppure accennato a un qualche evento di qualità per entrare in circuito.

Passi per i 337.000 euro spesi (passi?) per una Biennale del disegno venduta come evento epocale che, secondo un consigliere di maggioranza in un’interrogazione che non ha avuto risposta, ha procurato meno di settemila visitatori.

Passi, a proposito di improvvisazione, che a pochi mesi dal centenario della nascita di Sigismondo non ci siano ancora né uno straccio di progetto né un comitato organizzatore.

Ma deturpare Palazzo Gambalunga, nobile classe 1614, nobile missione di prima biblioteca pubblica in Italia, scrigno di gioielli inestimabili, no. E’ troppo

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Chi scrive questa nota visita frequentemente musei e istituzioni culturali a tutte le latitudini e spesso vi ritrova strutture antiche e tecnologie moderne, non di rado avveniristiche, che convivono in piena armonia e si rispettano e si esaltano a vicenda grazie ad una ricerca intelligente e a una progettazione competente.
Situazioni affascinanti che provocano emozioni e piaceri.
Tutto il contrario, e ciò addolora davvero, di ciò che si prova salendo lo scalone di un palazzo tra i più antichi, fascinosi e meglio conservati della nostra città.

Certo, bene la climatizzazione in Biblioteca.

Ma non occorrevano i geni di Foster o di Gary per trovare alternative decenti a quegli incredibili tubi di rame. Se questo è il primo esempio di Art bonus a Rimini , forse è bene che, con gli esperti d’arte che circolano, altri sperabili mecenati siano molto circospetti nel seguirne le orme: dopo i tubi Gambalunga tipo Beaubourg correremmo il rischio di trovarci la sala dell’Arengo trapuntata da piramidine di cristallo con cascate d’acqua rinfrescante stile Louvre.

O cose simili.

Per fortuna il Tempio e Sant’Agostino sono ancora di proprietà della Curia. Che, al momento, non ha bisogno di dimostrare alcunchè.

 

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