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Un parco archeologico per l’Anfiteatro di Rimini senza penalizzare il Ceis

Per sapere che a Rimini, in epoca romana, ci fosse un anfiteatro si è dovuto aspettare la pubblicazione da parte di Luigi Tonini dell’esito della campagna di scavi effettuata, a sue spese, nel 1843-44 assieme ad Onofrio Meluzzi e al pittore Marco Capizucchi. Rimini era ancora città dello Stato Pontificio.

Fino ad allora tutti coloro che se ne erano occupati (Cesare Clementini nel Seicento, Iano Planco e Carlo Francesco Marcheselli nel Settecento, Antonio Bianchi nel 1824) avevano dato vita ad errate interpretazioni del monumento riminese di cui si era persa l’esatta memoria.

Fu Tonini che alla fine degli scavi disse che quello era un anfiteatro romano. E ne incominciò a delineare gli aspetti strutturali, ma non la datazione della costruzione (in Luigi Tonini “Rimini avanti il principio dell’era volgare” edito nel 1848, ristampato dall’editore Ghigi nel 1971).

Planimetria della Rimini romana (disegno di Nicoletta Raggi per il volume “Da Rimini ad Ariminum. Alla scoperta della città romana” edito dal Rotary Club Rimini 2005)

Ricordiamo che verso la fine del III secolo la struttura dell’anfiteatro venne inglobata nella cinta muraria della città per potenziarne la capacità difensiva contro le prime ondate di popoli barbari in arrivo. Dal X al XV secolo sull’area insistette una chiesa, S. Maria in turris muro, facente parte di un monastero. Alla fine del XV secolo Galeotto Malatesta vi collocò un lazzaretto per la posizione periferica rispetto al centro abitato. Poi dal 1606 nell’area, di proprietà dei Padri Cappuccini, vennero costruiti una chiesa e un monastero attivi sino al 1797. Fu così che per lungo tempo si persero le tracce e la memoria dell’antico anfiteatro. Il luogo veniva chiamato dal popolo “Le Tane”, tanto era marginale e abbandonato.

Scrivono Angela Fontemaggi e Orietta Piolanti nel loro libro “Alla scoperta dell’Anfiteatro romano. Un luogo di spettacolo tra archeologia e storia” (Il Ponte Vecchio, 1999): “Come una donna bellissima e fiera, Ariminum aveva vissuto la stagione repubblicana nel ruolo di protagonista di tante vicende decisive per la storia di Roma. Orgogliosa delle proprie origini latine, fedele ai populares fino a soffrire le persecuzioni del partito di Silla, vivace ed aperta, era stata corteggiata per la sua fortunata posizione strategica fra terra e mare, fra Appennino e Pianura Padana, fra le vie del Sud e del Nord. Ottaviano Augusto la conquistò regalandole pax e securitas, la pose al centro delle sue attenzioni, valorizzandola nel suo aspetto, sempre meno provinciale e più vicina al modello della Capitale, l’adornò di splendidi gioielli quali l’Arco, il Ponte e forse il Teatro. A lui la città, che guardandosi allo specchio si ritrovava diversa, profondamente rinnovata dagli interventi urbanistici e dall’invio di veterani cui veniva affidato il governo locale, rimase legata perpetuandone il ricordo. La tranquillità garantita dagli imperatori dei primi secoli le conferì il volto splendido e florido di una ricca signora, giunta alla maturità: nelle vesti di un centro importante ed attivo, Ariminum si muoveva ormai con una autonomia limitata all’interno dell’organizzazione dell’Impero”.

E proseguono: “Fu forse l’imperatore Adriano, munifico protettore dell’edilizia pubblica che, prima della metà del II secolo, volle omaggiare Ariminum di un monumento simbolo della Romanità, l’Anfiteatro, luogo deputato allo svolgimento dei giochi gladiatorii che rappresenta anche l’ultimo importante intervento urbanistico prima della decadenza”.

Rimini, Anfiteatro romano (disegno di Nicoletta Raggi per il volume “Da Rimini ad Ariminum. Alla scoperta della città romana” edito dal Rotary Club Rimini, 2005)

Gli anfiteatri romani in tutto l’Impero furono 186, di cui ben 79 in Italia. I ruderi dell’Anfiteatro riminese sono i più importanti nella nostra Regione. Scrive l’archeologo Jacopo Ortalli: “I ruderi del settore settentrionale dell’arena riminese, quali si conservano nell’area archeologica di Via Roma, rappresentano le uniche testimonianze di architettura anfiteatrale oggi sostanzialmente visibili in tutta la regione”.

Mentre le rappresentazioni teatrali attiravano un pubblico affezionato, erano gli spettacoli dell’anfiteatro, i ludi (giochi gladiatorii) e le venationes (rappresentazioni di cacce), ad affascinare l’intera cittadinanza.

A Rimini l’anfiteatro fu edificato nella periferia orientale della città, al centro di un efficiente sistema viario che ben consentiva il deflusso, con relativa scorrevolezza, delle migliaia di spettatori accorsi per gli spettacoli. Non lontano dall’antica linea di costa l’Anfiteatro si inseriva in un paesaggio reso particolarmente suggestivo dallo sfondo del mare e del vicino torrente Aprusa (l’Ausa).

1935. Veduta aerea della zona dell’Anfiteatro romano, prima della campagna di scavo. Foto Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia-Romagna in Bologna (Rimini, Archivio Fotografico Biblioteca Gambalunga)

Di forma ellittica, complessivamente misurava 117,7×88 metri, mentre l’arena, in terra battuta, aveva un’ampiezza di metri 73×44, non lontana da quella dei più grandi anfiteatri, ed era bordata da un canale per lo scolo delle acque.

Nell’Anfiteatro si svolgevano spettacoli gladiatori che richiamavano un vastissimo pubblico, di almeno 12.000 spettatori (numero che superava la totalità degli abitanti all’interno delle mura). L’accesso avveniva attraverso i due ingressi principali, posti all’estremità dell’asse maggiore, e altre entrate che introducevano al corridoio interno alla cavea; da qui si accedeva alle scale che conducevano alle gradinate in pietra contrassegnate dai numeri riportati anche sui gettoni d’ingresso. L’Anfiteatro si sviluppava su due ordini sovrapposti di 60 arcate, per un’altezza di oltre 15 metri.

La struttura era costruita in possenti murature di sassi legati da malta e rivestite da mattoni. Proprio nella malta è stata ritrovata nel 1960 una moneta dell’imperatore Adriano che ha consentito di datare l’Anfiteatro entro la prima metà del II secolo. Il “tifo” per gli spettacoli gladiatori non animò a lungo l’edificio perché, intorno al 270 d.C., fu inglobato nella cinta muraria difensiva eretta dopo che scorrerie di “barbari” Alemanni erano penetrate Italia. A una di questa scorrerie si deve la distruzione della “Domus del Chirurgo”. Lo stesso avvenne a Roma con l’Anfiteatro Castrense, ricompreso nelle mura Aureliane.

29 dicembre 1943. Bombardamento aereo su Rimini. Al centro l’area dell’Anfiteatro romano (Rimini, Archivio Fotografico Biblioteca Gambalunga)

La sua vita dunque fu breve: poco più di un secolo. La sua storia, come quella di tutti gli altri anfiteatri, venne  chiusa nel 326 d.C. da Costantino con l’abolizione delle condanne ad bestias e quindi definitivamente da Onofrio che nel 404 d.C. sancì la definitiva proibizione dei combattimenti gladiatori.

Nel Novecento l’area dell’Anfiteatro fu soggetta ad una serie di ricognizioni archeologiche, dopo che due Decreti Ministeriali del 1913 e del 1914 l’avevano sottoposta a vincoli, con il divieto di edificarvi qualunque costruzione. Nell’estate del 1926 una campagna di scavi, finanziata dal Comune, venne realizzata da Salvatore Aurigemma, allora Soprintendente alle Antichità (che ne scrisse nel 1933 in un articolo per “Le vie d’Italia”, pubblicazione del Touring Club, e ristampato da Bruno Ghigi nel 2002, “L’Anfiteatro romano”, con una presentazione dell’archeologa Martina Faedi).

Fra il 1934 e il 1938 l’area fu interessata da nuove esplorazioni archeologiche che consentirono di tracciare con estrema precisione la pianta del monumento, elaborata poi da Nino Finamore. Ad interrompere queste operazioni di scavo e di recupero del monumento fu lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I bombardamenti del novembre 1943 colpirono pesantemente anche l’Anfiteatro.

Giugno 2000. Veduta aerea dell’Anfiteatro romano. Foto di Giorgio Martinini (Rimini, Archivio Fotografico Biblioteca Gambalunga)

Nel dopoguerra l’area fu utilizzata come discarica delle macerie del centro cittadino e in quegli anni furono registrati numerosi atti di vandalismo e di furti di parti del monumento, più volte denunciati da Carlo Lucchesi, Direttore degli istituti culturali del Comune di Rimini.

Nel 1946 la parte sud e sud-est dell’area fu ceduta dal Comune in uso al CEIS, che vi impiantò alcuni prefabbricati con carattere di “provvisorietà”. Nel 1953 a questi si aggiunsero alcuni edifici in muratura. E’ interessante che nel volume, a cura di Andrea Ugolini, “Ruderi, baracche, bambini. CEIS: riflessione a più voci su un’architettura speciale” (Altra Linea, 2017) sia contenuto un intervento assai dettagliato sulla storia de “L’anfiteatro di Rimini: un monumento antico nel cuore della città” di Maria Luisa Stoppioni, a dimostrazione che il CEIS conosce benissimo i problemi che la sua collocazione pone alla Città…

Negli anni ’50 fu avviato un programma di restauro del monumento, che si concluse nel 1963, dal Soprintendente G. A. Mansuelli, con la collaborazione di Mario Zuffa, Direttore degli istituti culturali del Comune di Rimini. Scrive Maddalena Mauri: “Solo con questi restauri le strutture superstiti furono completamente liberate dalle macerie della guerra, rafforzate e parzialmente ricostruite. Venne compiuta una ricognizione parziale delle fondazioni che portò nuovi dati sulle tecniche costruttive, e si identificò l’originario piano dell’arena”.

Rimini, Anfiteatro romano. Veduta dei resti

E oggi? Abbiamo letto in queste settimane tanti interventi, alcuni sensati altri meno. Ma è ormai chiaro a tutti che nell’area dell’Anfiteatro va creato un grande parco archeologico, che consenta il recupero di questo importante monumento romano a Rimini.

Ma, c’è un grande ma: questo non può andare a discapito in alcun modo della funzionalità e attività del CEIS. La politica riminese sappia dunque mettere in fila i due problemi, costruire prima la soluzione per il CEIS e poi (o contemporaneamente) progettare l’area del parco archeologico dell’Anfiteatro. Con i tempi necessari (ma non biblici) e con il coinvolgimento di tutti gli interessati e, direi, della Città tutta. Questo i cittadini di buon senso chiedono ai palazzi della politica riminese.

Paolo Zaghini

Rimini, Anfiteatro romano. Veduta dei resti

 

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