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Uno Bianca, 25 anni dopo Rimini non dimentica: Teatro degli Atti stracolmo

Teatro degli Atti affollato fino all’inverosimile e tanta gente che addirittura non è riuscita a entrare. La Uno Bianca se la ricordano bene a Rimini, se a 25 anni di distanza dal primi arresto sono accorsi così in tanti, oggi pomeriggio, al convegno promosso dall’associazione JF Kennedy: “I falsi misteri d’Italia e il caso della Uno bianca. 25 anni dopo gli arresti”, una riflessione sull’odio, l’odio razziale, l’odio verso i diversi, l’odio per i più deboli è ciò che unisce l’oggi, la più stretta attualità, e il passato della vicenda della banda Uno bianca che 25 anni fa, il 21 di novembre, proprio come giovedì, fu fermata dalle indagini della Procura di Rimini. 

Ha introdotto lo scrittore Carlo Lucarelli con interventi di Daniele Paci, magistrato che coordinò le indagini sulla banda, “La banda della Uno bianca non è un mistero d’Italia” e Vito Mancuso, teologo, “Riflessioni sull’odio”.

Alle 21 i lavori riprenderanno con il contributi di Vladimiro Satta, storico, documentarista ex Commissione Stragi, “Dietrologie maldestre”, Armando Spataro, ex Procuratore di Torino, “…non si può escludere che…”, Walter Veltroni, politico e scrittore, “Senza fatti e senza verità, quale futuro”.

L’intervento del Sindaco di Rimini Andrea Gnassi

Sono passati 25 anni – un quarto di secolo esatto – dallo svelamento del ‘mistero’ Uno Bianca. Una vicenda tragica di morti, sangue, dolore, in cui i carnefici erano uomini che indossavano una divisa dello Stato. Ma non fu una sconfitta dello Stato perché furono altri uomini di Stato che rilevarono i responsabili, consegnandoli alla Giustizia. Pongo una breve riflessione proprio su questo: la vicenda Uno Bianca ha chiarito da tempo tutti i suoi contorni. Lo ha fatto a capo dell’investigazione di un uomo come Daniele Paci, dei suoi collaboratori, di un sistema investigativo e giudiziario che ha funzionato, non omettendo nulla e non tutelando fantomatici ‘altri livelli’. Eppure anche sulla Uno Bianca si esercitano diverse ‘teorie del complotto’, alimentate da diverse direzioni. La storia della Uno Bianca è stata sì preceduta, nella fase investigativa, da tante piste che oggi appaiono fantasiose, anch’esse più vicine al cospirazionismo.

Ma poi il pool investigativo coordinato da Daniele Paci ha applicato la famosa massima di Marco Aurelio: ‘Non confonderti troppo, cerca semplicità maggiore’. Questa semplicità, che è né più né meno la verità dei fatti, non è accettata dal complottiamo ad ogni latitudine. La storia della Uno Bianca è la storia dolorosa di un pezzo di Paese che ha funzionato, che non ha guardato in faccia prima di tutto a se stesso, individuando e punendo i colpevoli che erano anche tra nella sua ‘famiglia’. Questo è impossibile da accettare per troppi: meglio le trame nere, la mafia, il livello politico. Un flusso di bugie che oggi viene alimentato da una comunicazione che scientemente non distingue più tra verità e falsità. Se inserite su google la frase ‘banda della uno bianca’, al secondo posto tra i risultati troverete un sito che, nella sintesi iniziale, scrive testualmente ‘Cinque poliziotti, un aspirante tale ed una donna.
Tutti qui gli esponenti di una banda che per sette anni e mezzo ha insanguinato due regioni italiane? E’ in quel ‘tutti qui’ che si nasconde un tarlo che ormai ha scavato tunnel infiniti nei cuori e nelle coscienze di tante persone in tutto il mondo. E se le fake news, le teorie del complotto, non sono solo del nostro tempo (basti pensare a che tragici esiti sono approdati veri e propri falsi come ‘I protocolli dei Savi di Sion’) va detto che questa cosa dei misteri d’Italia, in cui pare che non sia mai chiuso nulla e in cui le sentenze si perdono come lacrime nella pioggia, ha prodotto un evidente danno culturale, incrementando la diffidenza culturale, quasi antropologica, del cittadino nei confronti dello Stato ‘che occulta tutto’. E’ una sfiducia profonda, collettiva, che diventa un’arma da brandire da una politica senza scrupoli (si pensi al caso Bibbiano), e in cui la giustizia si deve inchinare ai tempi molto più rapidi del pregiudizio.

E’ confortante che i 25 anni di una delle storie più tragiche d’Italia siano ricordati e celebrati attraverso un convegno che vuole solo e semplicemente ripercorrere la realtà dei fatti. Non si annunciano ‘nuove rivelazioni’, anche se paradossalmente proprio la verità nella sua semplicità, fatta di uomini che con perizia e coscienza risalgono ai colpevoli basandosi su fatti e riscontri, sarà per molti una incredibile scoperta.

Voglio rimarcare un fatto. Questo convegno sulla ‘verità vera’ dei fatti si svolge in un teatro, a Rimini. Non è un caso. Un teatro è un motore di civiltà, un luogo che offre chiavi di lettura, non si ferma alla superficie. In questa 2 giorni di Novembre si discute di verità dei fatti, in un Paese che sta frantumando quotidianamente il senso di parole che hanno un significato profondo e verità è una di queste, facendo esplodere odio e rancore. Abbiamo bisogno di verità e di profondità. Se nel dibattito non si chiudono mai vicende che hanno avuto conclusione certa come la tragica storia della Uno bianca, si alimenta il clima di opacità e soprattutto si incrementa pericolosamente la sfiducia dei cittadini verso le Istituzioni. Con questo evento si vogliono rimettere al centro cose che purtroppo al centro non sono più, a partire dalla realtà dei fatti accertati. E tutto ciò avviene in un luogo che produce arte, cultura, relazioni. Non l’algoritmo della ‘bestia’. La verità.

 Voglio, in questa occasione, ancora una volta ricordare le vittime della Uno bianca e i loro famigliari, alcuni dei quali ancora vivono nella nostra città. E ringraziare Daniele Paci, un grande magistrato, un grande riminese”.

Daniele Paci

 

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