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Vaccinazione in disco: e rischiamole queste due linee di febbre del sabato sera

I Bee Gees l’avevano previsto, quando scrissero uno dei loro più grandi successi, l’inno della disco-music: Staying Alive, letteralmente “rimanere vivi”: “Che tu sia un fratello o una madre, noi restiamo vivi, la città si spacca, la gente trema e noi restiamo vivi”.

Cinquant’anni fa sembrava solo l’esaltazione della frenesia giovanile sul dancefloor, oggi, nell’era della pandemia, lo comprendiamo nel suo vero senso: è l’inno dei vaccinati contro il coronavirus. E quindi non stupisce che a offrire i loro locali come punti per la vaccinazione di massa siano i gestori delle discoteche, per voce del loro rappresentante, Gianni Indino.

Siamo chiusi da mesi, dice il comunicato del Sindacato italiano locali da ballo, molti di noi non riapriranno più, ma nel frattempo possiamo e vogliamo dare il nostro contributo alla battaglia contro il virus: se prima venivate da noi a divertirvi, ora veniteci per garantire a voi stessi e agli altri la possibilità di poter presto tornare a divertirci in sicurezza, in discoteca, ma anche al cinema, a teatro, al ristorante, “staying alive” tutti quanti.

Mi sembra un’ottima idea, e anche un esempio per tutti, in un momento in cui tante categorie reclamano giustamente attenzione per i danni spesso irreversibili inflitti dalla pandemia alle loro attività, ma protestano contro le prescrizioni in modi che spesso si ritorcono contro di loro senza sortire alcun reale effetto positivo.

Proprio mentre un Paese e un governo che diffida dei giovani si accanisce verso tutto ciò che è socialità e divertimento, con più zelo moralistico, pare, che oggettiva e scientifica valutazione dei rischi, i vituperati locali da ballo, da mesi additati come fabbriche di contagio, e dove talvolta in tempi normali circolano sostanze che non giovano alla salute psicofisica, propongono di convertirsi in luoghi sicuri in cui le siringhe iniettano solo gli elisir di Pfizer, di Moderna e di AstraZeneca.

Sarebbe bello che il governo accettasse l’offerta del Silb entro febbraio, quando, secondo il calendario vaccinale, inizierà la vaccinazione degli ultra ottantenni. Immaginate i nostri vecchi che, per la prima volta nella loro vita, entrano nei templi della disco dove i loro nipoti non possono ancora mettere piede. Posti ultratecnologici dai nomi astrusi, gironi infernali di cui i nonni hanno solo sentito parlare (male), e solo in occasione di fattacci di cronaca, niente a che fare con le balere della loro gioventù.

Forse sarebbe un modo di ricostruire un ponte fra le generazioni che la pandemia ha diviso, materialmente e non solo. Gli anziani, sotto sotto, sono accusati di essere la zavorra egoista che per la propria sopravvivenza pretende sacrifici e rinunce da parte di chi studia, lavora e produce. A loro volta i più giovani sono sospettati di sconsideratezza e insensibilità per il fatto di non voler restare chiusi in casa davanti a un computer h24 e anche solo di pensare a feste o pizzate.

La discoteca potrebbe essere la Yalta in cui adulti, vecchi e giovani firmano col vaccino una specie di trattato di pace, una nuova alleanza per ricostruire il paese. Quanto alle reazioni avverse, al massimo insorgeranno due linee di febbre del sabato sera.

Lia Celi

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