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VALCONCA: CAMBIARE O MORIRE

I nostri piccoli comuni sono sempre meno vissuti, salvo nei momenti di qualche sagra fortunata. Si tratta di un fenomeno di spopolamento o piuttosto di un progressivo impoverimento delle tipicità e delle funzioni diffuse (servizi, commercio, artigianato, qualità urbana)?

Togliamo di mezzo un equivoco: spopolamento della Valconca parrebbe di no, come mostra la scheda:

scheda valconca

In 57 anni, dal 1951 al 2008, abbiamo assistito ad un sostanziale travaso di abitanti, ma sempre all’interno della Valconca, principalmente in favore di Morciano, San Clemente e Monte Colombo. Complessivamente la Valconca in quel periodo ha perso 665 abitanti: il 2,6%, un dato assolutamente fisiologico per quegli anni. In realtà è stato molto più repentino e forte l’incremento demografico degli anni successivi, dal 2008 ad oggi, con una immigrazione del 12%, cioè 3.058 abitanti in più, quasi 900 famiglie. Il segno di un evidente incremento edificatorio residenziale, più che di un ritorno o un recupero dell’esistente, che si sviluppa su un “territorio dormitorio”, e io direi… dormiente.

Non uno spopolamento quindi, ma un impoverimento progressivo delle funzioni diffuse di comunità, che colpisce in primis le realtà minori e più marginali, ma non risparmia nessuno, sia chiaro. Ciò chiama in causa tutto e tutti: dalla globalizzazione, al sistema delle reti commerciali e della distribuzione, al sistema delle reti delle comunicazioni, dei servizi, del lavoro, della formazione. E’ cambiata la vita sociale, economica e culturale, mentre il territorio, nelle sue funzioni pubbliche, private ed associative, non ha saputo tenere il passo di questi cambiamenti e li ha semplicemente subiti, cercando di salvare il salvabile (una volta l’Ufficio postale, l’altra volta la farmacia, il bar, il negozietto, ecc.), senza proporre nulla di diverso e di nuovo per rispondere strategicamente alle nuove esigenze.

Occorre quindi uno scatto di reni, recuperare questo gap e lanciare un nuovo progetto di sviluppo per la Valconca visto come un “territorio unico”, dove peraltro l’indispensabile processo di riordino istituzionale, su cui insisto da un po’, è solo una parte dell’innovazione necessaria. Occorre intervenire su tutti i sistemi di rete, sul sistema agricolo e produttivo, sulle infrastrutture, sui servizi, sulla qualità di prodotto, sulla sicurezza del territorio, sulla qualità ambientale, sul sistema di tassazione e delle agevolazioni, sul marketing territoriale.

Il ripopolamento dei nostri piccoli centri non deve poggiare su una ulteriore cementificazione ma sulla qualità, sul riuso e sulla valorizzazione dell’esistente. Questo è ciò di cui dobbiamo ragionare insieme.

Serve dunque la politica, quella fatta sul territorio e per il territorio.

 

Riziero Santi

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