HomeApertura 1Vanni e Rinaldis contro i bambini: “Tornate a scuola? Che disastro!”

Il caso Jesolo demolisce la propaganda contro la Bolkestein. Nemmeno Gnassi fa miracoli


Vanni e Rinaldis contro i bambini: “Tornate a scuola? Che disastro!”


31 Maggio 2026 / Maurizio Melucci

La sindrome della campanella: il turismo che ha paura del 31 agosto

La Regione propone una sperimentazione facoltativa per le scuole elementari. Facoltativa per le scuole, facoltativa per le famiglie, senza lezioni e senza obblighi. Un aiuto per quei genitori che a fine agosto tornano al lavoro e devono organizzarsi con i figli.

Una proposta di buon senso. E invece, a sentire Mauro Vanni e Patrizia Rinaldis, sembra l’inizio del crollo del turismo romagnolo.

Non importa se può essere utile alle famiglie. Non importa se nessuno è obbligato a partecipare. Il problema sarebbe il “messaggio”: non sia mai che qualcuno pensi che la scuola possa riaprire il 31 agosto.

È una teoria affascinante. Secondo questa logica, una famiglia dovrebbe decidere le proprie vacanze non in base alle proprie esigenze ma in funzione del fatturato di alberghi e stabilimenti balneari.

La domanda però è un’altra: davvero Vanni e Rinaldis pensano che qualche laboratorio sportivo o culturale possa svuotare le spiagge della Riviera? Perché se bastano quattro attività per bambini a mettere in crisi il turismo, allora il problema non è la scuola. È il turismo.

I numeri, del resto, raccontano altro. A settembre Rimini continua a macinare decine di migliaia di presenze ogni giorno e arriva pure la spinta della MotoGP di Misano. Altro che deserto.

Da anni sentiamo ripetere la parola magica: destagionalizzazione. Poi però scopriamo che per qualcuno destagionalizzare significa una cosa sola: non cambiare assolutamente nulla.

La verità è che questa polemica dice poco sulla proposta della Regione e molto sulla fragilità di una certa classe dirigente turistica. Quella che davanti a qualsiasi novità reagisce come se qualcuno avesse appena annunciato la chiusura della Riviera.

E questo sì che dovrebbe preoccupare.

Patrizia Rinaldis, presidente albergatori Rimini, Mauro Vanni Presidente Coop operatori balneari di Rimini Sud

 

Il caso Jesolo demolisce la propaganda contro la Bolkestein

Da settimane, nel dibattito sulle concessioni balneari, si agita lo spettro del cosiddetto “modello Jesolo”. A sentire alcuni rappresentanti di categoria, l’applicazione delle norme europee e delle gare pubbliche avrebbe aperto le porte a multinazionali straniere, fondi finanziari e grandi gruppi pronti a cancellare l’impresa balneare tradizionale italiana.

Peccato che la realtà racconti una storia completamente diversa.

Jesolo non è amministrata da un sindaco di sinistra, matto, che vuole far chiudere le imprese. Il sindaco Christofer De Zotti appartiene a Fratelli d’Italia e governa una delle principali località balneari del Veneto, regione storicamente guidata dal centrodestra. Proprio a Jesolo si è deciso di applicare quanto richiesto dal diritto europeo e dalla giurisprudenza nazionale, procedendo con le gare per l’assegnazione delle concessioni. È stata applicata la legge regionale del Veneto stralciata, dalla Corte Costituzionale, della parte che prevedeva indennizzi per i concessionari uscenti che non vincevano i bandi.

La città è stata la prima in Italia a completare l’intero percorso. L’arenile è stato riorganizzato in 16 Unità Minime di Gestione e tutti i lotti sono stati assegnati attraverso procedure pubbliche. Dopo numerosi ricorsi, l’ultima sentenza del Tar Veneto ha nuovamente confermato la correttezza dell’operato del Comune.

Ma soprattutto, cosa è successo alle gare?

È successo che, su 16 lotti, in ben 14 casi hanno vinto i concessionari uscenti. Solo due concessioni sono passate di mano. E qui cade definitivamente la narrazione catastrofista.

Non sono arrivati fondi americani. Non sono arrivate multinazionali straniere. Non si sono affacciati colossi internazionali della finanza. I vincitori sono imprenditori del territorio veneto che già operano nell’economia locale.

Uno dei due lotti è stato assegnato alla società CBC Srl, costituita da Mario Moretti Polegato, fondatore di Geox, dall’imprenditore balneare Alessandro Berton e dalla famiglia Menazza, storici albergatori jesolani. L’altro lotto è stato ottenuto da Alessandro Iguadala, titolare della Mareblu Adriatica, anch’egli imprenditore già attivo nel settore balneare.

In altre parole, le gare non hanno provocato alcuna invasione di soggetti estranei al territorio. Hanno semplicemente consentito una competizione tra operatori economici locali.

Per questo appare francamente ridicolo l’allarme che oggi viene lanciato da Rimini evocando il “modello Jesolo”. Da una parte si sostiene che le macro-aggregazioni potrebbero favorire grandi investitori. Dall’altra, in località come Bellaria e Riccione, sono stati proprio concessionari e operatori locali a promuovere procedure di project financing che puntavano ad assegnare interi comparti di spiaggia in blocco.

La contraddizione è evidente.

Jesolo dimostra una cosa molto semplice: applicare le norme europee non significa consegnare le spiagge alle multinazionali. Significa fare gare pubbliche. E le gare, almeno finora, hanno premiato quasi sempre gli stessi operatori che già lavoravano sulla spiaggia o altri imprenditori del territorio.

La vera lezione di Jesolo non è la fine della balneazione italiana. È l’esatto contrario: le regole europee possono essere applicate senza traumi, senza invasioni straniere e senza le apocalissi annunciate da anni da chi continua a raccontare una realtà che non esiste.

 

Nemmeno Gnassi fa miracoli

Quando il 12 febbraio 2026 Andrea Gnassi fu nominato commissario del Pd di Fermo, qualcuno coltivò l’illusione che bastasse il suo arrivo per ribaltare una situazione compromessa da anni di debolezza politica e organizzativa.

Le urne hanno raccontato un’altra storia. Le liste civiche hanno vinto al primo turno con quasi il 53% dei voti, il campo largo si è fermato al 21%, il centrodestra al 20,16%. Il Pd ha ottenuto l’8,36%, sostanzialmente in linea con il risultato di cinque anni fa.

Non è una bocciatura del lavoro svolto in questi mesi. È piuttosto la conferma di una verità che in politica spesso si dimentica: nessuno fa miracoli. Nemmeno Gnassi, nonostante l’immagine di risolutore che talvolta ha accompagnato il suo percorso politico.

Un partito non si ricostruisce in poche settimane, né si recuperano in una campagna elettorale anni di scarso radicamento, assenza dai territori e debolezza organizzativa. Le elezioni si vincono molto prima dell’apertura dei seggi, con un lavoro quotidiano fatto di presenza, credibilità e relazioni.

A Fermo il tentativo è stato serio e generoso. Ma il voto ha ricordato che la politica non ammette scorciatoie e che i salvatori della patria, semplicemente, non esistono.

 

 

Maurizio Melucci