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Via quello Sceicco di plastica da Castelsismondo

Oggi, 8 aprile, al Teatro degli Atti, è dedicato un ampio ”omaggio” a Lo Sceicco Bianco, che Fellini ha girato nel 1952. Film bellissimo, di satira divertita e poetica, anticipatore di nuova comicità. L’ho visto allora, avevo quindici anni quando è uscito a Rimini. Con Leopoldo Trieste, perfetto nel ruolo tagliato a sua misura. Fellini e Sordi erano ancora sconosciuti. Ma quell’invenzione, quell’altalena altissima con l’eroe del fotoromanzo, svolazzante, bugiardo, sfrontato e seducente, mi è rimasta nella memoria. Ogni volta la sorpresa si rinnova.

Fellini è spesso presente nei suoi personaggi, un po’ Zampanò, un po’ Casanova, si identifica nel Marcello di 8 e ½. E questo straordinario autoritratto: Sono fellinesco, cioè col mio vero io sgangherato, quando mi trucco, mi nascondo, mi intrappolo, insomma, nella mia più indecente timidezza o improntitudine, cela forse qualche analogia con lo Sceicco, spavaldo e infine timido, remissivo al cospetto della moglie che, in Lambretta, se lo riporta a casa.

L’autoritratto del grande regista è anche il ritratto di Rimini, città ossimorica, metropoli balneare e tenero scarabocchio. Su quella contraddizione, che unisce timidezza e spavalderia, sarebbe bello lavorare, costruire senso, progettare, inventare e scoprire le autentiche potenzialità dell’immaginario collettivo, anche in previsione di Rimini Città della Cultura. Lo Sceicco bianco felliniano che, con slancio, in un’altissima altalena, sopra le chiome dei pini marittimi, appeso al cielo, entra in scena e si porta dietro ironia e sogni e poesia e parodia e tutta la fantasticheria visionaria del cinema, è un’immagine simbolo, un’icona che va rilanciata, sparata alla grande, proiettata sul Grand’Hotel, sul Teatro, sul grattacielo, sulle colonie abbandonate. Soprattutto non va sprecata.

Perché allora tradire il fantastico Sceicco con una bruttacopia di plastica, statica, appesa con due funi corte un metro, sotto una tettoietta da portone condominiale? Si fa un torto a Fellini, a Castelsismondo, al cinema e a tutti i riminesi.

Qualche mese fa, alle Befane, c’è stata una stravagante iniziativa, presentata come mostra d’arte. Su dieci schermi digitali, incorniciati come quadri, apparivano le riproduzioni di altrettante eccelse opere d’arte, da Leonardo a Botticelli a Manet, Van Gogh, Munch, Modigliani ecc. Le opere erano animate, si muovevano e parlavano, raccontavano la loro storia. Jeanne Hebutérne parlava di Amedeo, il suo ragazzo; la Venere di Botticelli, grottesca più che voluttuosa, traballava sulla conchiglia; Munch urlava, e la Gioconda, dopo cinque secoli di immobile ed enigmatico sorriso, finalmente schiudeva le labbra e si scioglieva in un amichevole saluto: Ciao, sono Monna Lisa. Le mamme con i bambini si fermavano a guardare, divertiti. Siamo dentro le Befane, c’è anche la giostra con i cavallini, il clima è quello festaiolo consumista.

Anche di fronte allo Sceicco appeso nel Museo Fellini si fermano giovani mamme coi bambini e sorridono, come alle Befane. (Fellini non sarebbe contento di quel “come”: contro il consumismo ha girato Ginger e Fred). Se quest’arte-per-tutti, usa e getta, questa “antiarte” falsamente democratica, facilitata, banalizzata, di spicciola comunicazione, al servizio degli immancabili selfie, era nelle intenzioni dei progettisti del nostro Sceicco nel Museo Fellini, avrebbero dovuto spiegarlo prima. Tutto è lecito e possibile, forse anche utile per il turismo e per l’economia, e può darsi addirittura che sia giusto far conoscere ai bambini Fellini o Munch, in quel modo alternativo, forse da grandi conosceranno il Fellini vero, e capiranno il senso dello Sceicco bianco, o semplicemente ricorderanno che Munch era uno che urlava. Ma le intenzioni devono essere chiare e dichiarate. Chi è allenato al pensiero visivo sa che, nei progetti d’arte, la prima qualità è la “consapevolezza”, anche quando l’arte sembra improvvisata. Altrimenti si rimane nel campo dell’”amatoriale”. Non il più adatto, per un Museo.

Allora, timidamente e sfacciatamente, proporrei di rimuovere lo sceicco da Castelsismondo e di ricollocarlo da qualche parte a Rimini, nel vicolo del Fulgor, nel parco del Grand Hotel, in mezzo agli alberi della ciclabile del Marecchia ecc, ecc. ma in alto, molto in alto, e appeso obliquo, inclinato, per suggerire slancio e movimento: per far sognare, se è ancora possibile, in questo tempo di guerra.
(Per smontaggio e rimontaggio, offro gratis la mia manovalanza!)

Vittorio D’Augusta

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