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Viaggiare per il mondo e raccontarlo: così il riminese Mazza è diventato documentarista

Viaggiatore e turista sono la stessa cosa? Secondo il celebre antropologo francese Marc Augé, “Il turista consuma la propria vita, il viaggiatore la scrive”. E il grande Tiziano Terzani  aggiungeva: “Il turista consuma tutto del luogo che visita, il viaggiatore invece lo ama e lo rispetta”. Gian Maria Mazza, 39 anni appena compiuti il 20 febbraio, non ha dubbi: sebbene nato a Rimini capitale del turismo, lui turista non lo è. Come afferma con orgoglio, è un Viaggiatore, “con V maiuscola”, che ha visitato praticamente tutti i continenti: dall’Himalaya alle Ande, passando il Medio Oriente, il Sud America, l’Asia e l’Oceania. Ma non è un viaggiatore solitario, perché insieme a lui in giro per il mondo ci sono tutta la sua famiglia, moglie e due figli, e soprattutto l’inseparabile amico di mille avventure, Fabio Grandi. Armati di videocamera e una gran voglia di esplorare l’inesplorato, hanno documentato i loro spostamenti, ripreso le bellezze della natura sia sopra che sotto la superficie del mare.

Gian Maria Mazza

Gian Maria Mazza

Ora Mazza è a Sydney, in Australia, da dove risponde alle nostre domande.

Mazza, come è arrivato realizzare dei documentari?

«In Italia non è poi così facile sopravvivere realizzando solo video di viaggi o documentari. Ahimè bisogna avere le “amicizie giuste” per poter vendere i tuoi prodotti. Io, come altri nel settore, ho iniziato quasi per gioco. Ho imbracciato la telecamera presa in società con un amico nel 2001 ed ho subito iniziato a fare le prime riprese subacquee durante le vacanze. Una volta tornato a casa ho incominciato a realizzare i primi montaggi video e di lì a poco ho partecipato ad alcuni concorsi di video subacquei, ottenendo fin da subito ottimi risultati. Più arrivavano i riconoscimenti e più aumentava il mio impegno e la passione, ma avevo un altro scoglio da superare: potermi acquistare delle attrezzature professionali. L’occasione giusta mi è capitata grazie ad un amico che mi ha presentato un suo cliente, un produttore di video che in quel periodo stava realizzando documentari marini per Oltremare e stava cercando proprio delle immagini subacquee. In pochi giorni ne è nata non solo una proficua collaborazione, ma un’amicizia che mi ha permesso di finanziare le prime vere attrezzature, permettendomi di incamminarmi nel mondo del professionismo. Nel frattempo continuavo a viaggiare e da ogni viaggio realizzavo un reportage o un documentario. Poi sono arrivati i primi contatti con qualche emittente che mi hanno permesso di autofinanziarmi. Ma, come ti ho già detto, nel settore specifico del documentario o nel reportage di viaggio non è facile poterne ricavare un vero e proprio profitto».

Cosa significa per lei viaggiare?

«Io mi ritengo più un viaggiatore che un documentarista. Non riuscirei mai a realizzare un documentario o reportage se il viaggio in se stesso non mi trasmettesse emozioni. Sono proprio le emozioni che vivo durante il viaggio che cerco di racchiudere nelle mie produzioni. Sono un insaziabile curioso e viaggio con curiosità e con il cuore aperto. Mi faccio trascinare nelle più bizzarre esperienze: dalle puje Tibetane ai riti Hindu fino ai riti sciamanici Andini. Tutto queste esperienze mi aiutano a capire meglio le culture e le tradizioni che incontro durante i miei viaggi e che cerco di imprimere, come si suol dire “sulla pellicola”, anche se ora siamo in piena era del digitale».

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Esiste un luogo, una cultura, un popolo che è rimasto nel suo cuore più di altri? Quanti posti ha visto? Se li ricorda tutti?

«Ricordo con precisione ogni luogo che ho visitato, per citarne alcuni: Indonesia (Manado e dintorni, Raja Ampat, Ambon, Bali), Malesia (isola di Mabul), Filippine (isola di Cebu), Yemen, India, Nepal, Australia, Ecuador, Polinesia Francese; ed in alcuni di questi luoghi ci sono tornato diverse volte. Sono attratto in particolare dall’oriente, nel cuore ho in Nepal dove sono tornato ben quattro volte, l’ultima nell’ottobre 2015, sei mesi dopo il terribile sisma che ha colpito il paese himalayano. Da anni, insieme a Fabio ed alcuni amici sosteniamo la Deepshikha School Trust, una scuola privata che attraverso finanziamenti stranieri permette l’istruzione di una quarantina di bambini scelti, direttamente dal Prof. Deepak, tra i più poveri e bisognosi. Attraverso i ricavati di serate di beneficenza con proiezioni video, cene ed incontri, finanziamo progetti legati alla scuola e progetti sanitari. Mi lega al Nepal anche la religione Buddista ed il mio sostegno alla “Causa Tibetana”».

Per girare i documentari, oltre a possedere le giuste attrezzature, quali caratteristiche bisogna avere? Possono farlo tutti quelli che viaggiano e possiedono una videocamera?

«Sinceramente non credo che per girare dei documentari servano caratteristiche personali particolari. Ritengo che chiunque abbia passione e possegga una telecamera può realizzare un documentario. Di certo ci sono alcune situazioni che necessitano di attrezzature specifiche, ma non entriamo nei particolari. Ciò che ti posso dire è che per realizzare un documentario di alto livello ciò che conta di più sono i budget, quelli stratosferici che si possono permettere le produzioni tipo BBC, National Geographic; ovviamente io non possiedo una tale forza economica, tanto che nella maggior parte delle occasioni mi autofinanzio tutti i viaggi. Ciò che a mio modestissimo parere conta di più nella realizzazione di un documentario “low cost” è la storia che sta alla base del documentario e il modo di comunicarla. Purtroppo nelle nostre emittenti molto spesso si vedono produzioni con una comunicazione fin troppo banale e prolissa».

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Viene aiutato da qualcuno a girare i suoi documentari?

«La quasi totalità delle riprese le realizzo personalmente, mentre per la parte che io ritengo più importante, ovvero “la storia”, collaboro da anni con un amico fraterno, un medico mantovano di nome Fabio Grandi. Fabio è un grande viaggiatore e molto spesso è lui stesso che organizza tutti in nostri viaggi. Oltre a Fabio, gli immancabili miei compagni di avventura sono i componenti della mia famiglia: mia moglie Manuela e i miei due bambini-viaggiatori, Gaia e Luca».

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Si è mai sentito un privilegiato nel viaggiare e allo stesso tempo guadagnare dai suoi viaggi?

«Non mi sento assolutamente un privilegiato se dai viaggi ricavo qualcosa. Come ho detto, molto spesso se va bene vado in pareggio o pochi di più, ma questo mi permette di continuare a viaggiare. Fortunatamente, però, negli ultimi anni, grazie ai tanti amici conosciuti in giro per il mondo ed alla riconosciuta serietà e professionalità delle mie produzioni, ricevo sempre più spesso ospitalità e finanziamenti per la realizzare video promozionali per strutture ricettive o reportage di viaggio e questo mi permette di viaggiare minimizzando i costi massimizzando i ricavi».

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I documentaristi in Italia sono solo uomini? O ci sono anche delle donne?

«Sinceramente non so quante siano le donne documentariste, io ne conosco una soltanto che insieme al marito hanno una importante casa di produzione e collaborano con grandi compagnie estere. Altre non ne conosco, per cui mi pare che al momento in Italia a girare documentari siano soprattutto uomini».

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Ha mai pensato di smettere con questa vita cosi avventurosa, per qualcosa di più tranquillo e “normale”?

«Un lavoro normale e tranquillo c’è l’ho ed è fin troppo tranquillo. Ed è proprio per questo che sono sempre più convinto semmai del contrario: abbandonare del tutto la mia vita fin troppo tranquilla per intraprendere a pieno l‘avventura. Ora sono a Sydney dove assieme alla mia famiglia ed alcuni amici, stiamo terminando un tour che ci ha visto impegnati su un percorso di circa 3000 km nel sud Australia. In questi giorni di relax in questa splendida città, con mia moglie si discute se abbandonare la nostra routine quotidiana per vivere una nuova avventura da emigranti proprio qui dall’altra parte del mondo, dove del resto risiede anche il nonno di mia moglie».

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Nicola Luccarelli

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