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Ho visto Veniero piangere

“Parla Accreman!” e la voce correva tra i compagni e tutti si aspettava le sue parole. Grande oratore, un comizio di di Veniero era davvero un evento, le piazze si riempivano. Aveva la capacità di gridare uno slogan, di fare le pause giuste, di calibrare il tono della voce a seconda del peso che voleva dare ad una frase, in una parola di “tenere la piazza”, che reagiva come lui voleva reagisse.

Io – già da quando ero in FGCI – lo vedevo in maniera distaccata. Ho avuto il privilegio di essere in Consiglio Comunale, con lui, dal 1975 al 1980 anche se si dimise per non ricordo quale motivo.

Nonostante lo conoscessi fin dai tempi della Fgci, non ho mai avuto con lui un rapporto stretto come mi accadde con altri compagni, pure della sua età. Come Niki (Pagliarani) o Giordano Gentilini. Con Giordano, poi, c’era l’amicizia storica, quella con mio padre militante, come lui, del PSIUP e lo consideravo uno di casa come Elio Conti. Sta di fatto che Veniero l’avevo sempre visto, come dire, “da lontano”.

Poi, qualche anno fa, mi chiama e la cosa mi parve strana; invece non lo era. Giunto nel suo ufficio, mi consegnò il dattiloscritto di “Le pietre di Rimini”, chiedendomi di pubblicarlo. A me parve un privilegio, perché il libro era autobiografico e scritto in maniera perfetta. Ricordo la quantità enorme di bozze che dovetti fare e rifare perché era un maniaco della parola.

Poi, finalmente, il libro sono riuscito a chiuderlo e a stamparlo. Arrivai nel suo ufficio (quel giorno mi fece accomodare nel suo studio e non – come al solito – nella saletta di attesa) e gli consegnai la prima copia di “Le pietre di Rimini”.

Non mi aspettavo la sua reazione. Guardò il libro, ne sfoglio qualche pagina, poi mi venne incontro e mi abbracciò. “Mi hai fatto un bellissimo regalo”, queste le sue parole intanto che, con la mano, si asciugava una lacrima.

Giuro, da Veniero non me lo aspettavo proprio. Terrò questo ricordo tra le cose che sono state importanti.

Pietroneno Capitani

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