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Woody, questa non è una meraviglia e tu lo sai

La Ruota delle Meraviglie: Coney Island non è mai stata così capitalista (e arancione)

Il 14 dicembre è sbarcato nelle sale cinematografiche italiane Wonder Wheel – La Ruota delle Meraviglie, l’ultima fatica di Woody Allen, uno dei pochi geni del Novecento (anni 82) che è riuscito a “scavalcare” con successo e autorevolezza il nuovo millennio.

Coney Island, anni Cinquanta. Il film è tutto chiuso dentro un parco divertimenti, dove tutti sembrano divertirsi tranne i proprietari, che vivono in una triste casetta in mezzo alle giostre proprio come Alvy Singer in Io e Annie (1977), alter ego interpretato dallo stesso Allen, che proprio in quei luoghi è realmente cresciuto.
La storia, invece, è essenzialmente la brutta copia di Blue Jasmine (2013), per la quale il regista aveva saputo cucire un meraviglioso personaggio interpretato da Cate Blanchett, che non a caso vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista.

Ma stavolta la prova di Woody Allen assomiglia davvero troppo a una minestra riscaldata: a Jasmine subentra Ginny, un’ex attrice frustrata sposata con un marito rozzo e violento (Jim Belushi), interpretata da un altro premio Oscar come Kate Winslet: un personaggio che, però, non riesce minimamente a lasciare il segno come invece aveva fatto la Jasmine di Cate Blanchett; e la colpa non è certo dell’attrice, bensì proprio di Allen: pur lasciandola sempre in scena, non le fornisce mai una sceneggiatura adeguata per reggere a una tale esposizione.

Da un regista come Allen, che in fin dei conti non ha fatto altro che riproporre per decenni lo stesso film, non dovremmo fare l’errore di aspettarci nuovi temi, che anche ne La Ruota delle Meraviglie sono gli stessi di sempre: il sesso, la depressione, la crisi di mezza età, la malavita, il nichilismo ecc. Ma in quest’ultimo film, davvero, posso dire di non aver trovato nulla di nuovo, pur restando, comunque, un amante del cinema di Woody Allen.

Ma del resto penso che il primo ad esserne consapevole (o meglio, autoconsapevole) sia lo stesso Allen, che non ha problemi (a differenza di molti alleniani più realisti del re) a vestire i panni dell’artista capitalista, perfettamente a suo agio nelle dinamiche di un mercato che lo porta a sfornare un film all’anno – ci stiamo avvicinando alla cinquantesima regia!

E come è normale che sia, a questi ritmi, la ciambella non esce sempre col buco: a volte c’è riuscito con ottimi risultati (come ad esempio nei già citati Io e Annie e Blue Jasmine), altre volte no, come in questo caso. Tutto qui. Di certo la pessima fotografia crepuscolare di Vittorio Storaro non l’ha aiutato, passando un’insopportabile pennellata di arancione a giallo ocra sopra ogni scena, quasi ci trovassimo in un qualsiasi profilo Instagram.

Al di là delle più o meno valide attenuanti, La Ruota delle Meraviglie rappresenta senza dubbio un passo indietro rispetto al suo ultimo film Café Society, che già non era di certo una delle migliori opere di Woody Allen.

Tutto sta nella consapevolezza, come ho già scritto: nell’ammettere di trovarci di fronte a quello che nemmeno il suo autore considera (e può considerare) un capolavoro; e in un approccio critico che dovrebbe portarci a non essere più realisti del re – come troppo spesso ci capita, in un mondo che confonde l’autorialità con un certificato di eccellenza, o peggio ancora con un brand di successo.

Edoardo Bassetti

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