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Zaffagnini: l’ultima intervista. “La coscienza di Zeno”

Zeno Zaffagnini ha rilasciato la sua ultima intervista a Pietro Caruso apparsa nel libro “Rimini perché. Almanacco illustrato” a cura di Attilio Giusti uscito poco prima di Natale. Ringraziamo Pietro Caruso e Attilio Giusti per aver consentito a chiamamicitta.it di riprodurla.

La coscienza serena di Zeno

Intervista al sindaco Zaffagnini che guidò Rimini fra il 1978 e il 1983.

Zeno Zaffagnini, nel 2018, ha traguardato gli 86 anni con un equilibrio di giudizio e una lucidità mentale invidiabili. Ultimo sindaco comunista fino al 1983 così ha riposto alla nostra serie di domande, dopo averci ospitati in casa sua, in un appartamento di un condominio che guarda un fianco dell’Ospedale di Rimini.

 

La coscienza di Zeno da cosa è costituita, come si è formata in tutti questi anni?

Fin dall’età giovanile si è formata attraverso un percorso politico frutto del clima a Imola dove sono nato perché provengo da una famiglia socialista e dal confronto molto positivo con un mio zio che invece era comunista. Poi il percorso di chi si è iscritto alla Fgci nel 1950 quando avevo solo 18 anni e i giovani comunisti erano guidati da Enrico Berlinguer e l’anno successivo al Pci. Mi sono trovato a ricoprire l’incarico di segretario della Fgci a Rimini nel 1952 per sostituire il compagno Giancarlo Zanuccoli che era stato arrestato al termine di un comizio contro la cosiddetta “legge truffa” con la certezza che sarebbe stato solo per pochi mesi…ci sono rimasto poi per il resto della mia vita, sposandomi nel 1960. Ho fatto parte del Comitato federale comunista riminese dal 1954 al 1988, consigliere e vicepresidente provinciale, segretario di federazione dal 1967 al 1973 in periodi nei quali si superarono i 20 mila iscritti, consigliere e capo gruppo comunale prima dal 1961 e poi dal 1970 al 1983, mentre  dal 1978 al 1983 anche sindaco di Rimini e poi da quella data incarichi nazionali quasi esclusivamente nel settore turistico come nel Cda della Fiera di Bologna, nell’Ervet e della Cit seguendo da vicino le vicende del Pci, Pds, Ds fino alla mia adesione 10 anni fa al Pd. 

 

Le sue sono state dunque tre fasi di vita: quella più prettamente politica, l’altra amministrativa e infine quella potremmo dire più tecnica e professionale nelle politiche del turismo e Rimini in questi 70 anni che fasi ha attraversato?

La politica, l’economia, la società sono molto diversi dal trentennio fra il 1960 e il 1990 e Rimini ne ha seguito gli andamenti e le trasformazioni. Per la mia generazione che aveva visto le distruzioni della guerra, i migliori esempi della lotta antifascista e partigiana la politica era determinante: scuola morale, materiale, di vita e del resto era questo lo spirito con il quale era nata la Repubblica con partiti fondamentali nell’organizzare il consenso, fortemente antagonisti, concorrenti ma non nemici mortali come si è dimostrato negli cruciali della storia del Paese. E Rimini non era in questa mia valutazione diversa dalle altre città italiane. Fra i cambiamenti intervenuti in questi anni uno da non sottovalutare è quello demografico. Il lento e continuo invecchiamento della popolazione, non compensato neppure dalla immigrazione, è preoccupante ai fini del dinamismo che è sempre stato un elemento costitutivo della realtà riminese per come io l’ho riconosciuto fin dagli anni Cinquanta. Colgo anche l’occasione per ricordare che in me e non solo svolse un ruolo di grande importanza Mario Soldati che svolse l’incarico di segretario della federazione comunista riminese fra il 1950 e il 1955 (morì in un incidente stradale della via Emilia isolato nel Pci bolognese dove aveva un ruolo dirigente, ndr.) e seppe intuire le ragioni per quali i comunisti dovevano guidare un modello di sviluppo economico locale che intraprendesse senza timori la via del turismo di massa. 

 

Ha preso il posto come sindaco dopo il vulcanico Nicola (Nichi) Pagliarani nel gennaio del 1978, era già da molti anni un veterano del Consiglio comunale ma sotto la sua guida fino agli anni Ottanta quali caratteristiche ha espresso Rimini? 

Non è certo un merito personale, ma la messa a frutto di un lavoro paziente di amministratori pubblici, imprenditori privati, rappresentanze di forze sociali ed economiche se, con la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta, la realtà riminese diventò davvero la capitale mondiale del turismo. C’è stata anche una tenuta del mercato turistico dopo la impetuosa crescita degli anni Sessanta e per fortuna non si manifestarono in modo profondo quei segni di usura ambientale che esplosero dalla metà degli anni Ottanta con i fenomeni dell’eutrofizzazione del mare Adriatico delle mucillagini. Vorrei inoltre ribadire un concetto a me caro proprio perché poi mi sono occupato in modo politico-professionale di turismo. Negli anni del mio ruolo come sindaco il turismo si è sviluppato senza intaccare la natura della città perché il fiorire delle iniziative private si sono realizzate non solo in campo alberghiero, ma anche in quello commerciale e industriale. Rimini non ha visto solo la crescita almeno fino alla fine degli anni Settanta dell’edilizia legata alle attività turistiche, ma anche all’industria metalmeccanica, del legno, la stessa eccellenza che fu rappresentata dalle Officine delle Ferrovie dello Stato, il mercato del pesce e tutto questo senza nascondere che anche dalla metà degli anni Settanta in poi si è sempre registrato un tasso più e meno consistente della disoccupazione giovanile. 

 

Durante il suo mandato esplosero fenomeni consistenti anche a Rimini come la diffusione del consumo e spaccio di droga tra le giovani generazioni, nuove e disordinate forme di bivacco turistico come quello del turismo dei sacchi a pelo.

Rimini era ed è la vetrina dell’Italia e il termometro estivo delle aspirazioni e delle contraddizioni delle famiglie, del popolo anche di quella parte che ci ha scelto dall’estero sia pure in misura meno rilevante che per tutti gli anni che vanno dal 1960 alla crisi petrolifera del 1973. La città. la vigilanza urbana, l’associazionismo dei genitori e dei centri contro la tossicomania hanno svolto una funzione importante come anche le comunità di recupero. Voglio ricordare che vivemmo all’inizio degli anni Ottanta una offensiva della criminalità che cercò di invadere il mercato del consumo degli stupefacenti con l’eroina e per battere la pratica del “buco” se da un lato presero consistenza esperienze come quella di San Patrignano, da parte pubblica si affrontò con coraggio l’esperienza comunitaria di Vallecchio e il rafforzamento del ruolo del Sert, Servizio di assistenza e di recupero dei tossicodipendenti. A volte ci sono stati problemi ma vorrei anche sottolineare il grado di sensibilità sociale che faceva parte della intelligenza collettiva dei riminesi. Il coordinamento fra le forze di polizia funzionò bene e Polizia, Carabinieri interagirono sempre molto bene con i nostri Vigili Urbani. Tutti i responsabili delle Istituzioni dal prefetto in giù avevano con me uno splendido rapporto di collaborazione. Anche i più critici verso l’Amministrazione hanno saputo razionalizzare gli eventi persino più scabrosi per garantire la qualità di una città che è la capitale italiana del turismo, cioè dell’accoglienza e delle buone relazioni. E’ chiaro che la tenuta di questa valorialità oggi è messa in discussione io da amministratore che ama molto Rimini non posso non esserne preoccupato quando si usano grida d’allarme e toni fuori misura che non corrispondono alla realtà.

 

Mi permetta una domanda cruda e impertinente ma che ha cercato di definire i limiti del suo mandato di amministratore. Vale a dire una certa mancanza di coraggio nel completare una politica urbanistica che era stata avviata negli anni Sessanta ma poi interrotta, inconclusa, negli anni Settanta.

All’inizio degli anni Sessanta le questioni urbanistiche per mettere ordine alla ricostruzione di una città che aveva subito l’80 per cento di danni al suo patrimonio edilizio erano state affrontate con serietà con l’incarico all’architetto Campus Venuti e la redazione del Piano regolatore generale che venne approvato all’inizio del 1965. Agli inizi degli anni Settanta, poi, fu dato l’incarico all’architetto Giancarlo De Carlo per la redazione, fra altri progetti, del Piano particolareggiato del centro storico. Per quanto io abbia sempre riconosciuto l’alta qualità culturale del progetto De Carlo all’atto pratico quegli obiettivi si rivelarono di difficile attuazione tanto che nel 1979 con un nuovo gruppo di tecnici venne approvata una variante generale al Prg. Voglio però sottolineare, per verità e non per le attenuanti mai concesse per un amministratore pubblico, che quando assunsi l’incarico di sindaco il Piano de Carlo era già stato accantonato. E’ vero che la storia urbanistica di Rimini è stata tormentata ma penso che nonostante alcuni limiti la città è ancora a misura d’uomo e gli standard dei servizi sono competitivi rispetto a molte città della regione e ancora di più nel panorama italiano. E in ogni caso anche durante gli anni della mia vita amministrativa di sindaco non trovarono compimento due progetti di rilievo urbanistico per la città. Il progetto dell’architetto italiano Vitaliano Viganò dedicato alla riqualificazione della Colonia Murri e un altro intervento destinato alla ristrutturazione di piazza Tripoli. L’urbanistica era e fu del resto un terreno dove si consumava un’aspra lotta politica capace di cambiare fronte ed opinione a seconda delle convenienze del momento. 

 

Dopo il suo impegno di sindaco per anni lei prima nel Pci, poi nelle forme partito che gli sono succedute fino al mutamento complessivo determinato dalla nascita del Pd ha dedicato alle politiche turistiche il suo impegno e infine che cosa resta nella sua vita di uomo dopo tutti questi anni?

Io lo ricordo sempre in occasioni di interviste come questa ringrazio sempre mia moglie Esperia, fedele e tollerante compagna di vita e mio figlio Mino che mai mi ha fatto pesare la mia lontananza quando per anni sono stato diviso non solo fra Roma e Rimini, ma i centinaia di luoghi in Italia e all’estero che ho visitato per ragioni di confronto, di lavoro nelle politiche turistiche per 20 anni. Ho sempre interpretato la politica come servizio e non mi vergogno di avere vissuto questa passione fin da ragazzo nella consapevolezza che per quanto mi riguarda io volevo essere a disposizione di un partito, di una comunità assolutamente non per guadagno o accumulazione di ricchezze che non mi hanno mai caratterizzato anche per scelta etica profonda. Ho però un sorriso amaro quando nella critica generalizzata alla idea stessa della Politica sento demonizzare coloro che nel passato, quando la prevalenza della moderna società civile non aveva creato i presupposti per la sua forza, avevano fatto la scelta anche di fare i funzionari e i dirigenti dei partiti. Prego sempre di non generalizzare. Oggi che sono nonno di due nipotine (Maria e Marta) ho scelto di scrivere, riordinare fatti accaduti, mettere ordine alla memoria perché la politica è e deve continuare ad essere una visione del mondo. Quella senza la quale soprattutto i più giovani troveranno meno senso nel vivere una vita degna di essere interamente vissuta. 

Intervista a cura di Pietro Caruso

Primi anni ’50. Sottoscrizione al PCI fatta nelle campagne riminesi con il dono di sacchi di grano. Il terzo da sin. è Zeno Zaffagnini

Marzo 1977. Zeno Zaffagnini

Febbraio 1990. Zeno Zaffagnini

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