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10 maggio 1293 – Spunta Guido da Rimini, l’anti-Dante

Nonostante l’anno di celebrazioni per il settimo centenario dantesco, il nome di Guido Vernani resta ai più sconosciuto. Perfino la sua Rimini sembra esserselo del tutto dimenticato, nel 2021 come del resto da sempre. Eppure Guido Ariminensis, o Vergnani, o Vernano o de Vergnano, fu l’ideologo dei più accaniti avversari del Sommo Poeta. Ma non si trattava di poesia, bensì di politica. E l’pidea poltica del forentino è condensaa nel trattato De Monarchia.

La poesia rende immortali, la politica difficilmente ci riesce. Eppure la meravigliosa costruzione poetica di Dante voleva essere innanzi tutto politica e filosofica. Per i contemporanei, almeno i più potenti e istruiti nel latino in cui è scritto, il De Monarchia andava letto con attenzione ancora maggiore della Commedia.

Un’attenzione che per gli avversari politici di Dante si risolse in condanna totale. E fu così che nel 1329 – la data e nemmeno l’episodio hanno il conforto di prove certe, ma sono riferite pochi anni dopo da Bartolo da Sassoferrato e poi da Boccaccio, cui danno credito la maggioranza degli storici odierni – tutte le copie del De Monarchia che si riuscirono a rastrellare furono bruciate sul rogo nella piazza di Bologna. A volere la condanna per heresia, il cardinale Bertrando del Poggetto, nonostante l’Autore, com’è noto, fosse morto già da 8 anni.

Il prelato avrebbe pure tentato di impadronirsi delle ossa di Dante per gettare fra le fiamme anche quelle; non vi riuscì solo per le risolute opposizioni del plenipotenziario di Firenze Pino della Tosa e di Ostasio Da Polenta signore di Ravenna. Oltre duecento dopo, nel 1559, il De Monarchia venne ritenuto ancora così pericoloso da essere inserito dal Sant’Uffizio nel primo Indice dei libri proibiti. Condanna confermata nelle successive edizioni dell’Indice sino alla fine del XIX secolo.

Nel 1329 Bertrand du Poujet, italianizzato in Bertrando del Poggetto, era da 10 anni Legato per la Provincia Romandiolæ (la Romagna più il Bolognese) e la Toscana per conto di papa Giovanni XXII, suo parente e protettore, che stava ad Avignone. Il Cardinal Legato conduceva, anche con le armi, la difficile lotta contro i Ghibellini, che avevano vieppiù rialzato la testa con la calata in Italia dell’imperatore Ludovico il Bavaro. Castruccio Castracani dalla sua Lucca controllava gran parte della Toscana neutralizzando le guelfe Firenze e Siena; Visconti di Milano, Scaligeri di Verona e Bonaccolsi di Mantova dilagavano ormai in tutto il nord Italia e minacciavano la stessa Bologna. Qui Bertrando aveva stabilito la sua roccaforte, facendovi anche costruire il sontuoso palazzo-fortezza della Galliera.

Ma la penna ferisce più della spada. Per ribatttere efficacemente agli imperiali non bastavano nè guerre nè roghi di manoscritti. Quel Dante che aveva esaltato l’Impero e negato potesse essere sottomesso a un Papa, andava debellato negli stessi campi in cui aveva voluto avventurarsi: giuridico, filosofico, teologico. Tanto più pericoloso in latino, quanto la sua Commedia in volgare lo stava rendendo sempre più popolare. Ed ecco che compare la
“De Reprobatione Monarchiae compositae a Dante. Autore: il frate domenicano Guido Vernano de Arimino.

Luigi Tonini nell’Ottocento rintracciò negli archivi tutte le scarne notizie che lo riguardano. Ipotizza l’orgine del cognome: dalla villa di Vergnano, dipendente dalla pieve di Santa Paola di Roncofreddo, castello appartenente al Comune di Rimini sin dal 1197 e alla fine del Duecento a Gianciotto Malatesta; fa tutt’ora parte della diocesi riminese sebbene sia ricompresa nella provincia di Forlì-Cesena. Esiste una via Vernano-Montetiffi, che poco a monte di Ponte Rosso lascia il fondovalle dell’Uso e la strada provinciale 88 per poi ritrovarli all’imbocco di via Meleto di Sotto.

Il primo indizio sul nostro personaggio compare “in Atto del 10 maggio 1293, nel Codice Pandolfesco, fra i possessori adjacenti a certo terreno posto in curia Veruculi v’ha un Guido Vernanus. Se costui non fu un omonimo, potremo dire che il suo ingresso alla Religione fosse posteriore a quell’anno”. In quanto chi prendeva i voti non poteva detenere beni propri quale tal terreno a Verucchio, mentre Guido a un certo punto risulta far parte de’ Predicatori di S. Domenico. I frati mendicanti Domenicani avevano a Rimini il grande convento dedicato a San Cataldo. Una pergamena della Gambalunga datata 31 dicembre 1324 nomina “Fra Guido de Vernano” fra i fedecomissari di una permuta.

Ma la prima prova della sua attività di predicatore di primissimo piano è del 22 settembre 1325. “Quando – dice sempre il Tonini – Guido Rettore della Chiesa di S. Severo di Cesena, Vicario di Giovanni Vescovo di Rimini, pubblicò nella Cattedrale di S. Colomba la Bolla di Papa Giovanni XXII contro Ludovico il Bavaro, e contro Castruccio tiranno di Lucca, Fr. Guido de Vernano Ord. Praedicat. de Arimino vulgarizzavit et vulgariter exposuit dictas litteras Johis. XXII. Così il Garampi trovò notato nell’Archivio segreto Vaticano”. Tocca dunque a lui tradurre dal latino e spiegare al popolo riminese perchè il Papa scomunicava l’Imperatore e il principale capo ghibellino.

Un altro documento è del 7 maggio 1326, quando in presentia fratris Guidonis Vernani, e di altri Religiosi Domenicani, Girolamo Vescovo di Rimini diede la Bolla per la fondazione del Monastero delle Monache di Santa Catterina fuori Porta S. Andrea”. Ancora, l’8 dicembre del 1329 tale Umizino di Fusolo della contrada di San Cataldo prospicente l’omonimo convento (all’incirca l’attuale via Raffaele Tosi) nel suo testamento lascia un legato di 25 lire a “Fratri Guidoni Vernano pro suis necessitatibus”. L’ultima notizia che lo dà vivente è del 20 gennaio 1344: è “sindaco” di San Cataldo e in quanto tale vende una casa, posta sempre nella contrada omonima, a tale Martino Tommasini per 30 lire di Ravenna.

Fin qui le carte riminesi che parlano del Vernani. Dalle altre risulta lettore nello Studium generale dell’ordine dei frati predicatori in Bologna tra il 1310 e il 1324; nel 1312 consulente per l’inquisitore diocesano presso il convento di San Domenico sempre a Bologna.

Di quanto Guido ha scritto di suo pugno restano tre opere. La prima è un commento alla bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, quindi un trattato De Potestate summi pontificis del 1327. Sempre in ardente difesa della potestà assoluta del Papa, come si addiceva ai Domenicani allora in fierissima contesa con i Francescani, pure loro mendicanti e predicatori, ma schierati con l’Impero. Infine “un libello polemico che riguarda direttamente la fortuna di Dante nel Trecento: il De Reprobatione Monarchiae compositae a Dante, dedicato a Graziolo de’ Bambaglioli”, come annota Pier Giorgio Ricci nell’Enciclopedia Dantesca della Treccani (1970).

Graziolo era un insigne personaggio di Parte Guelfa, primo cancelliere di Bologna e “notaro alle spie” per il Cardinale del Poggetto: il che allora non significava essere il capo dei servizi segreti, ma comandante degli altrettanto preziosi esploratori militari. Scacciato da Bologna il Cardinale nel 1334 appena morto il Papa suo protettore, abbattuto a furor di popolo il forte della Galliera (dove oggi è il parco delle Montagnola), tutti i Bambaglioli furono esiliati e i loro beni confiscati. Quindi non stupisce che Guido dedichi la sua censura anti-dantesca e anti-imperiale a Graziolo, filo-papale quanto lui. Curioso invece che lo stesso Bambaglioli nel 1324, se non prima, sia stato uno dei primissimi a commentare e in termini entusiastici l’Inferno di Dante. Tanto potente fu da subito il fascino di quelle terzine, al di là delle apprtenze politiche. Il De Reprobatione si ritiene scritto in contemporanea o subito dopo la condanna cardinalizia, che dovrebbe risalire al 1328.

Appaiono semmai più sconcertanti le considerazioni di storici e filologi italiani sul conto del domenicano riminese. Lo stesso Tonini appare quasi addolorato nel constatare che “il nostro Fra Guido con la precisione della dialettica scolastica, sebbene in modo aspro oltre il bisogno, pone a sindacato ciascuna proposizione del Filosofo Poeta”. Addirittura, il già citato Pier Giorgio Ricci nel compilare la voce Vernani, Guido dell’Enciclopedia Dantesca, alla venerabile distanza di sette secoli sente il dovere di confutare lui quel frate medievale: “Con linguaggio acerbamente polemico il trattatello si studia di sottolineare i molti errori nei quali sarebbe incorso D., tacciato d’ignoranza e di stupidità, bollato come perverso ed eretico”; “Ma D. avrebbe potuto rispondere che il V. gli attribuiva affermazioni che nel testo della Monarchia non esistono, ovvero che male aveva inteso il suo pensiero”; “Ma ancora una volta D. avrebbe potuto rispondere che il V. non aveva inteso bene il suo pensiero”. E come si spiega quell’imbarazzante dedica dell’acerbissimo inquisitore al Bambaglioli, guelfissimo e tuttavia primigenio e appassionato commentatore dell’Inferno? Non si spiega, ma la solita Enciclopedia Dantesca (Aldo Vallone, 1963) ci tranquillizza: “Un avvenimento che non può lasciare ombre e perplessità sulla devozione del B. per Dante”. Il che però non rende onore nè alla storia e tantomeno alla grandezza di Dante. Che viene invece colta in pieno in pagine di gran lunga più interessanti, ma scritte fuori dall’Italia. Come quelle di Ernst Hartwig Kantorowicz.

Nato a Poznań nel 1895, ebreo, volontario nella prima guerra mondiale e alla fine del conflitto nei Freikorps dell’ultra-destra in armi contro polacchi e comunisti, autore di una monumentale biografia di Federico II d Svevia, docente all’Università di Francoforte, autosospeso nel 1933 alle prime persecuzioni antisemite di Hitler, emigrato negli USA nel 1939, licenziato dall’università di Berkeley nel 1949 per aver rifiutato di prestare giuramento di anticomunismo, docente a Princeton fino alla morte nel 1963.

Kantorowicz per tutta vita si interrogò sul potere. Da dove proviene? Nell’agognarlo come nel subirlo, gli uomini come se lo sono spiegato? Perchè riconoscono ad altri un’autorità? Il capolavoro del medievista tedesco èI due corpi del re. L’idea di regalità nella teologia poltica medievale” (“The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology”, 1957). Tutto il libro tende all’ultimo capitolo: dedicato a Dante. E inevitabilmente al suo antagonista dottrinale più stimolante, Guido Vernani.

Il De Monarchia per essere dato alle stampe in Italia attese la bellezza di quattro secoli. Vigente la condanna all’Indice, il veneziano Pasquali che stava pubblicando l’opera omnia di Dante, osò far gemere i torchi per il trattato anti-papale solo nel 1740 e premunendosi con false indicazioni sul frontespizio: Dantis Aligherii florentini Monarchia, Coloniae Allobrogum, apud Henr. Albert. Gosse & Soc. Il Tonini ci casca e ci informa che, “per essersi pubblicato in Colonia il libro De Monarchia che Dante ebbe scritto a’ tempi di Lodovico Bavaro contro la S. Sede, il P. Tommaso Ricchini Domenicano stimò opportuno la pubblicazione anche di essi”, cioè De Potestate e De Reprobatione di Vernani “i quali per ciò videro la luce per la prima volta in Bologna nel 1746 coi Tipi di S. Tommaso”. Appena Dante si riaffacciava, bisognava contrattaccare con il predicatore riminese in testa e sempre partendo da Bologna.

Ma cosa aveva scritto Dante di tanto grave? Nel Purgatorio (XVI, 106) lo condensa così: “Soleva Roma, che l’buon mondo feo/ due soli aver, che l’una e l’altra strada/ facean vedere, e del mondo e di Deo”. E’ la “teoria dei due soli” che ogni liceale conosce e che nel De Monarchia è sviluppata compiutamente. In parole poverissime, papato e impero sono i due soli che illuminano il cammino del genere umano, il primo per condurre al paradiso celeste, il secondo al paradiso terrestre. Le due autorità supreme sono dunque alla pari. Così era nell’impero romano, nel quale Dio scelse di far nascere su Figlio, fatto uomo quale suddito di Cesare.

Secondo Kantorowicz, “in effetti Dante ebbe una posizione chiave nelle discussioni politiche e intellettuali attorno al 1300 e se superficialmente il suo atteggiamento è stato spesso etichettato come reazionario, è solo la prevalenza dell’idea imperiale nelle sue opere per quanto differente essa fosse da quella dei secoli precedenti – ad aver oscurato i caratteri assolutamente non convenzionali delle sue vedute politico-morali”.

Da una parte c’erano i “monisti” teocratitici: “il potere del papa deriva da Dio, il potere dell’imperatore da quello del papa”, ovvero il sole è uno solo. Che invece i soli fossero due, che papa e imperatore derivassero entrambi i loro poteri da Dio, erano già in tanti a teorizzarlo fin dal XII secolo. Con una spiacevole conseguenza per il papa: perchè l’imperatore potessere esercitare il suo potere gli era sufficiente essere eletto, senza bisogno dell’incoronazione a Roma. La pensavano così i “dualisti”. Ma Dante si spinge oltre.

“Due fini, adunque, cui tendere l’ineffabile Provvidenza pose dinanzi all’uomo: vale a dire la beatitudine di questa vita, consistente nell’esplicazione delle proprie pacoltà e raffigurata nel paradiso terrestre; e la beatitudine della vita eterna, consistente nel godimento della visione di Dio, cui la virtù propria dell’uomo non può giungere senza il soccorso del lume divino, e adombrta nel paradiso terrestre”. (De Monarchia, III, 16.14 sgg e 43 sgg.)

Glossa Kantorowicz: “Dante distingueva tra una perfezione «umana» e una «cristiana», due aspetti profondamente diversi della possibile felicità umana”. Aspetti destinati non a contrapporsi ma a sostenersi. “Gli autonomi diritti della società umana – per quanto dipendente dalla benedizione della Chiesa – erano con tanta forza esaltati che si può veramente dire che Dante ha «bruscamente e completamente mandato in frantumi» la concezione dell’indiscutibile unità tra temporale e spirituale”. “Dante non contrappose humanitas e christianitas, ma separò completamente l’una dall’altra; egli tolse l’«umano» dal campo cristiano e lo isolò come valore autonomo – forse il tributo più originale conseguito da Dante nell’ambito della teologia politica”. In effetti, un terremoto non da poco per un “reazionario”. Semmai qualcosa che anche nei termini odora già di “umanesimo”.

Ma non basta. “La sua humana universitas abbracciava non solo i cristiani o i membri della Chiesa romana, ma era concepita come la comunità universale di tutti gli uomini, cristiani o no. Essere «uomo», e non essere «cristiano», era il criterio per appartenere dalla comunità umana di questo mondo che, per il raggiungimento della pace, giustizia, libertà e concordia universale, doveva essere guidato dall’imperatore-filosofo alla propria autorealizzazione secolare nel paradiso terrestre“. “L’humana civitas di Dante comprendeva tutti gli uomini: gli eroi e i saggi pagani (greci e romani) come il sultano musulmano Saladino e i filosofi musulmani Avicenna e Averroè”

“E Dante, riprendendo un argomento tradizionale, poteva sostenere che il mondo fu nella condizione migliore quando venne guidato dal divo Augusto, che dopo tutto era un imperatore pagano, sotto il cui regno Cristo stesso scelse di farsi uomo e, perciò, cittadino romano“. 

Ce n’era abbastanza per chi invece sosteneva che non vi era “nessun legittimo impero fuori dalla Chiesa”. Peggio, nessun imperatore pagano aveva esercitato un potere legittimo. E di qui parte il contrattacco di Guido Vernani: “Fra i pagani non vi fu mai vera res publica nè vero imperatore”, scrive il riminese.

Ancora Kantorowicz: secondo Dante “l’uomo qua uomo non necessitiava dell’assistenza della Chiesa per giungere alla felcità filosofica, alla pace, giustizia, libertà e cincirdia terrena, che erano alla sua portata grazie all’azione delle quatto virtù intellettuali. Questa idea fondamentale venne ben intesa non solo da contemporanei come Guid Vernani, che appassionatamente vi si oppose, ma anche da quegli esponenti del mondo della cultura che successivamente ripresero, per accoglierle, le posizioni dantesche”. E qui lo studioso passa brillantemente ad illustrare gli affreschi del Perugino nella Sala dei Cinti Collegio del Cambio di Perugia.

Quindi, punto dopo punto, elenca le confutazioni del domenicano. Trovandole per lo più assai fondate. Dante si abbevera dal pagano Averroè: “Pur in modo superficiale, il suo avversario Guido Vernani aveva quindi ragione ad etichettare la dottrina filosofica del poeta pessimus error. “Vernani – giustamente dal punto di vista tradizionale – partiva dall’anima intellectiva, dall’anima intellettuale, presupponendo quindi la tradizionale unità di intelletto e anima”. Anima e intelletto che invece Dante aveva separati.

“Guido Vernani poteva segnare ancora un punto a suo favore concludendo che «il monarca dell’intera razza umana prefifurato da Dante deve di necessità superare in virtù e saggezza l’intera razza umana». Vernani respoingeva la tesi di Dante negando possibilità di esistenza ad un essere umano tanto perfetto. Con una riserva, tuttavia; egli affermava infatti che, stando alla stessa teoria dantesca, si poteva di fatto immaginare l’esistenza di un solo essere in cui fosse presente in atto tutta l’umanità: Cristo, l’unico vero monarca del mondo- Le considerazioni di Vernano coglievano nel segno”.

Dunque con quel “trattatello” aveva il domenicano aveva capito benissimo che Dante non era nostalgico del tempo che fu, ma temibilissimo profeta di un futuro certo utopico, ma troppo esecrabile per non essere combattuto con le le forze disponibili. Ovviamente Kantorowicz sta dalla parte di Dante e lo adora. Proprio per questo riconosce a Vernani il massimo degli onori: quello di essere stato il contemporaneo che meglio ha saputo comprendere il poeta in tutte le sue enormi, sconvolgenti implicazioni. E quindi, in corerenza con le proprie idee, colui meglio di tutti ha saputo rispondergli.

(Nell’immagine in apertura: Dante Alighieri di Domenico Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze uno dei “Quaranta Domenicani illustri” di Tommaso da Modena, Treviso, ex convento di San Niccolò, sala del capitolo)

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