Archive

Nella primavera del 1528 Rimini ha ancora buone probabilità di tornare malatestiana. Nonostante le angherie e la manifesta incapacità di Pandolfaccio, che dalla città è già stato cacciato tre volte e un'altra l'ha venduta ai Veneziani, l'ipotesi è ancora valutata seriamente dalla Santa Sede. Evidentemente la famiglia che aveva dominato la città per oltre due secoli poteva ancora vantare qualche titolo giuridico, o qualche entratura politica da non potersi ignorare. E così in febbraio si erano offerte ai Malatesta i feudi Bertinoro, Sarsina e Meldola, purché rinunciassero ai loro diritti su Rimini. Ma poi il loro reintegro sembra cosa fatta, quando l'8 aprile Papa Clemente VII invia da Orvieto una breve all’Arcivescovo Sipontino, "Presidente di Romagna", incaricandolo, come narra Luigi Tonini, «di concedere, a quelle condizioni che migliori credesse, la città e il contado di Rimini a Pandolfo e a’ suoi figliuoli in solido, o pure a Sigismondo (il figlio maggiore di Pandolfaccio) e a Malatesta, od anche al solo Sigismondo, e a tutti i loro discendenti per linea maschile fino alla terza generazione. Al quale atto di sovrana condiscendenza ei dichiarava di venire in contemplazione dei servigi resi in passato dalla Casa de’ Malatesti alla S. Sede». [caption id="attachment_210893" align="aligncenter" width="792"] Papa Clemente VII,

Il 16 giugno 1333 Papa Giovanni XXII scrive da Avignone, dove risiede, una lettera al Legato di Romagna, cardinale Bertrando del Poggetto (Bertrand du Poujet, suo nipote), dove gli raccomanda di «non tenere crudi modi» con Malatesta e Galeotto da Rimini, che erano al suo servizio. [caption id="attachment_44701" align="aligncenter" width="674"] Galeotto Malatesta[/caption] Da qualche tempo la situazione in Romagna è più ingarbugliata che mai. I Malatesta sarebbero guelfi, ma in questo momento stanno dalla parte della Chiesa solo perché costretti. Il Papa, infatti, ha inviato in Romagna il suo Legato non solo per combattere i Ghibellini, ma anche per riportare sotto il controllo diretto della Santa Sede città e castelli affidati a propri fautori, che tendevano però a comportarsi come signori assoluti, quasi si trattasse di roba loro. E i Malatesta erano in cima alla lista, con il vasto dominio che si erano già creati fra Romagna e Marche. La famiglia è però scossa da feroci lotte fratricide come ha dimostrato l'ennesimo delitto, l'assassinio a tradimento di Ramberto, figlio di Gianciotto, da parte di Malatestino Novello, figlio di Ferrantino. Cogliendo la palla al balzo, Bertrando fa piovere una grandine di scomuniche e bandi: chiede a Ferrantino di consegnargli il figlio omicida. Ferrantino fa orecchie da mercante, ma nell'aprile 1331 il Legato

Il 15 giugno 1927 nasce a Rimini Hugo Eugenio Pratt. È figlio di Rolando Pratt, militare di carriera romagnolo di origini inglesi, e di Evelina Genero. Il luogo di nascita è puramente casuale: la famiglia di Hugo Pratt, nonostante la sua origine composita (o proprio per quella), è veneziana al cento per cento. È cresciuto a Venezia il nonno paterno, che alle ascendenze anglo-romagnole ne aggiunge di francesi, mentre una nonna veniva dalla Turchia. Quanto all'altro nonno, Eugenio Genero, è un "marrano", cioè ebreo sefardita di origini spagnole; ciò non gli impedisce di essere fra i fondatori di una delle prime squadre fasciste veneziane, la “Serenissima”. Poeta dialettale"venexian" e podologo, rinomato in città in entrambi i campi. Proprio da questo nonno callista e poeta, Hugo apprende l’amore per la poesia. Da parte sua, la mamma Evelina ha la passione per i Tarocchi, che legge ad amiche ma anche dietro compenso. Non manca poi la zia attrice di teatro, che quando Hugo ha sette anni lo porta alla Fenice per vedere “L’anello dei Nibelunghi”. [caption id="attachment_44496" align="aligncenter" width="1305"] Hugo Pratt con il padre Ronaldo[/caption] A 10 anni Hugo viene spedito in Etiopia a raggiungere il padre, in servizio come ufficiale della Polizia coloniale. Tre anni dopo scoppia la guerra e si mette subito male per gli Italiani. Dopo

Il 14 giugno 1511 Rimini si riprende Bellaria. Ma non è una conquista militare, bensì una compra-vendita, per di più sotto qualche aspetto perfino umiliante. E Bellaria a quell'epoca, come gli altri oggetti della transazione, Bordonchio e Castellabate, non è nemmeno un "castrum", un castello, ma appena  una "tumba", cioè una fattoria fortificata. [caption id="attachment_44359" align="aligncenter" width="1106"] Ricostruzione del castello di Bellaria (Tumba Bellaere o Tumba Lusii) alla foce dell'Uso[/caption] Bellaria, Castellabate e Bordonchio con la sua antichissima pieve di S. Martino, sono infatti sempre appartenute ai Riminesi: prima all'abbazia di San Giuliano e poi al Comune e quindi ai Malatesta. Ma con la rovina dei signori di Rimini, anche queste terre così vicine alla città sono andate alla Santa Sede. [caption id="attachment_44358" align="aligncenter" width="662"] La stele di Egnatia Chila ritrovata a Bordonchio (Rimini, Museo delle Città)[/caption] Si dà però il caso che in quel 1511 arrivi a Rimini il papa in persona, Giulio II della Rovere. Come gli capita spesso, è di ritorno da una campagna militare, questa volta a Ferrara. Purtroppo il pontefice, il cui pessimo carattere è proverbiale, è di umore peggiore del solito. Piombando da Bologna aveva preso Mirandola (in pieno inverno, il Papa anziano e malato aveva diretto le operazioni facendosi

Il libero Comune di Rimini si va formando durante il XII secolo, fino al solenne riconoscimento dell'imperatore Federico I Barbarossa nel 1157. L'affermarsi delle autonomie municipali nel nord e centro Italia va di pari passo con guerre e guerricciole fra i Comuni confinanti, talvolta di inaudita ferocia. Rimini e la Romagna però appaiono un'isola relativamente felice, come spiega Luigi Tonini ("Storia civile e sacra riminese. Rimini dal principio dell'era volgare" - vol.2 1862): "Rimini in particolare non fu nè sì piccola rispetto alle vicine da mettere speranza in esse di metterle giogo, nè poi fu sì forte o sì grande da concepir essa pretensioni su quelle o da porgerne altrui ragionevol timore. Così qui si visse in pace più che altrove; e questa terra ottenne più che altre rispetto e amore". "Pace più che altrove", ma fino alla pace vera ce ne corre. Già nel 1125 i Riminesi non vogliono mancare nella guerra di Ravenna contro Faenza, che aiutata da Bologna vorrebbe sbarazzarsi della molesta rocca dei Conti di Cunio. Sono in buona compagnia: Imola, Ferrara, Forlì e Cesena. Ma la coalizione viene sconfitta. Poco dopo le alleanze si rimescolano e questa volta è Imola, con l'aiuto di Faenza, a resistere

C'è il Vigile, in area non si passa: è Sarti, bandiera del Rimini Calcio e della stessa città di Rimini. Calciatore e vigile urbano, tante volte in divisa a portare il gonfalone municipale. [caption id="attachment_44209" align="aligncenter" width="1305"] Gianfranco Sarti prima dei proverbiali baffi[/caption] Gianfranco Sarti nasce a Rimini il 13 giugno 1948.  Da ragazzo gioca nel Colonnella fino a quando a 17 anni, nel 1965, il Rimini lo compra per 100 mila lire. Da allora non lascerà più la maglia biancorossa. Il suo lavoro è però quello del vigile urbano; farà parte della sezione infortunistica, impegnata a portare soccorso in occasione degli incidenti stradali. Sarti è il classico libero d'altri tempi: rude nel tocco, comanda la difesa, spazza ogni minaccia, chiude ogni falla, di rado imposta o si avventura oltre la metà campo, rifugge da ogni fronzolo o rischio inutile. Puntuale nella copertura, grande abilità nel gioco aereo, Sarti senza essere un fuoriclasse pare interpretare il ruolo proprio con la precisione e l'affidabilità di chi deve regolare il traffico. La fascia di capitano sarà il naturale riconoscimento al giocatore come all'uomo: serio, modesto, votato al gruppo senza il minimo tentennamento. [caption id="attachment_210306" align="aligncenter" width="790"] Sarti in una caricatura della stagione 1974-75[/caption] Il campionato di Serie C 1966-1967 è il primo che

Fernando Martins de Bulhões è chiamato in Portogallo Antonio da Lisbona, dove nacque il 15 agosto 1195. In vita fu noto come Antonio da Forlì, perchè da quella città nel 1222 partì la sua predicazione. Oggi, quale San'Antonio da Padova, dove morì il 13 giugno 1231, è in assoluto uno dei santi più venerati del cattolicesino. E' patrono del Portogallo, di poveri, oppressi, orfani, prigionieri, naufraghi, bambini malati, vetrai, reclute, donne incinte, affamati, viaggiatori, animali, oggetti smarriti, pescatori, cavalli, marinai, nativi americani, sterilità, fidanzati, matrimonio, oltre che di decine di città in Europa e nelle Americhe. Proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato dottore della Chiesa nel 1946. [caption id="attachment_378063" align="alignleft" width="1200"] “Il miracolo del sermone di Sant’Antonio ai pesci”, XVIII sec., Cattedrale di Lisbona[/caption] Dal 1210 canonico regolare a Coimbra, frate francescano dal 1220, l'anno successivo al Capitolo Generale ad Assisi vide e ascoltò di persona San Francesco. Terminato il capitolo, Antonio fu inviato a Montepaolo di Dovadola, nei pressi di Forlì, da dove intraprese la sua missione. Antonio fu incaricato dell'insegnamento della teologia e inviato dallo stesso San Francesco a contrastare in Francia, con la parola e l'esempio e non con la violenza, la diffusione del movimento eretico dei

Il 26 marzo 1927 viene firmata una convenzione italo-sammarinese per realizzare la linea ferroviaria elettrificata Rimini - San Marino, la cui costruzione ed esercizio sono affidati alla Società Veneto-Emiliana di Ferrovie e Tramvie (SVEFT) con regio decreto 26 novembre, n. 3092, poi convertito con la legge 8 luglio 1929, n. 1229. Il costo è sostenuto interamente della stato italiano. I lavori per la sua costruzione iniziano il 3 dicembre 1928, impiegano 3000 operai e terminano appena tre anni dopo. La ferrovia viene inaugurata il 12 giugno 1932 dal Ministro per le Comunicazioni del Regno d'Italia, Costanzo Ciano, padre del Galeazzo che due anni prima aveva sposato Edda, figlia primogenita di Benito Mussolini. [caption id="attachment_43795" align="aligncenter" width="1306"] Il ministro Costanzo Ciano inaugura la ferrovia Rimini - San Marino[/caption] La linea viene colpita dal bombardamento di San Marino del 26 giugno 1944; dal 4 luglio dello stesso anno non effettua più servizio regolare. L'ultima corsa avviene nella notte tra l'11 e 12 luglio 1944. Il treno era trainato dall'elettromotrice AB 04 ed era composto da due carrozze: la B 71, di terza classe, e l'AB 51, di prima e di terza classe. Nei pressi della Galleria Ca' Vir, è visibile la carrozza di III classe B 71. [caption id="attachment_43793" align="aligncenter" width="1301"] La AB 03 presso la

L'11 giugno 1289 Bonconte da Montefeltro è fra i duemila caduti nella battaglia di Campaldino. Ma grazie a uno dei suoi nemici è fra i pochi che passa all'immortalità. Bonconte era uno dei cinque figli del grande Guido da Montefeltro, leader dei Ghibellini che riuscì a tenere alto il vessillo dell'impero nonostante la rovina della dinastia Hohenstaufen dopo la morte in battaglia di Manfredi a Benevento nel 1266 e la sconfitta due anni dopo del sedicenne Corradino a Tagliacozzo poi fatto giustiziare sulla piazza del mercato di Napoli da Carlo d'Angiò. [caption id="attachment_406461" align="aligncenter" width="600"] Corradino di Svevia decapitato a Napoli[/caption] Non si sa in base a quali fonti, si è scritto che Bonconte fosse nato verso il 1250 a Urbino e suo padre Guido intorno al 1220 a San Leo. In realtà è molto più plausibile che entrambi, come tutti i conti del Montefeltro del XIII secolo, abbiano visto la luce nel castello principale di famiglia, che era quello di Montecopiolo o, più correttamente, Monte Copiolo, attualmente in provincia di Rimini. Come bene ha infatti messo in luce Daniele Sacco ("Il Castello di Monte Copiolo. La casa dei duchi di Urbino", 2020) il titolo comitale "da Montefeltro" attribuito per primo da Federico

Scrive il Resto del Carlino l'11 giugno 2011: «Oggi il noto scrittore Umberto Eco diventerà ufficialmente cittadino onorario di San Leo, Capitale del Montefeltro. Eco ama molto questa città tant’è che trascorre molto tempo nella sua casa alle pendici del Carpegna. Sarà presente alla premiazione l’amico Roberto Benigni. Il geniale comico toscano leggerà agli invitati alla cerimonia alcuni brani tratti da “Il Pendolo di Foucault” e “Il Nome della Rosa”. San Leo, dopo aver conferito nel 2010 la cittadinanza onoraria a Ennio Morricone, si conferma capitale culturale accogliendo un altro grande italiano fra i suoi cittadini illustri". [caption id="attachment_43789" align="aligncenter" width="1301"] (Foto Bove)[/caption] E il Fatto Quotidiano, quando ancora concedeva al comico toscano tanta ammirazione da oscurare perfino il vero festeggiato della giornata: «Torna a entusiasmare Roberto Benigni. Parla di Berlusconi, del referendum in un miscuglio geniale tra presente e passato. Oggi è a San Leo, per Umberto Eco che riceve la cittadinanza onoraria, in veste di lettore dei suoi romanzi. Il discorso di Benigni dura non più di 15 minuti, ma è un concentrato esplosivo». In una cerimonia strettamente riservata Benigni non legge Dante ma Umberto Eco. Il Comune di San Leo ha deciso di tributare la sua massima onorificenza all’intellettuale che ha

Il 10 giugno 1940, lunedì, a Rimini è una giornata calda. Fin dalle prime ore del mattino si dice per le strade che Benito Mussolini alle 18 parlerà agli Italiani. Tutti sanno già perché. Ecco come ricostruisce quella giornata Antonio Montanari in Riministoria: «Sui tavoli dei caffè, gira la Gazzetta dello Sport che racconta in prima pagina: "Il coscritto Fausto Coppi è il vincitore del 28° Giro d'Italia che, nel doppio segno della giovinezza e della tradizione, ha recato alle folle sportive d'Italia la testimonianza della gagliardia e della serenità della Patria in armi". Tutti i Salmi finiscono in Gloria. Il foglio sportivo è l'unica cosa rosea di quel giorno. Alle 18, Mussolini si affaccia al balcone di Palazzo Venezia a Roma per parlare alla nazione: "Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente!". «La radio trasmette il discorso del duce (settecento parole), in tutte le piazze del Paese e davanti alle sedi del partito fascista. Donna Rachele è da una settimana al mare a Riccione, con i figli piccoli. Bruno è militare, Vittorio non ha dato notizie di sé». [caption id="attachment_43780" align="aligncenter" width="1314"] Cartolina del 1940[/caption] «Galeazzo Ciano, ministro degli esteri e genero del Duce, annota nel suo Diario: "La notizia della guerra non sorprende nessuno e

Il 9 giugno 1714 nasce a a Pedrolara di Coriano Giovanni Antonio Battarra, figlio di Domenico e Giovanna Francesca Fabbri. Non è una famiglia benestante; il ragazzo però è studioso e compie il "corso di umanità" al Seminario di Rimini e poi quello di scienze sacre per avviarsi al sacerdozio, più per bisogno che per vocazione. Viene ordinato sacerdote nel 1738, ma è affascinato da Giovanni Bianchi (Ianus Plancus), medico famoso in tutta Italia, naturalista e archeologo, di cui continua a seguire le lezioni. È lui a indirizzarlo che agli studi di geometria, di fisica e di storia naturale. Nel 1741 ottenne la cattedra di filosofia nel seminario di Savignano. Nel 1742 pubblica il suo primo lavoro scientifico, "Lettera al Conte G. Garampi intorno due aurore boreali (dell'8 e 9 ott. 1741)", in una in miscellanea stampata a Venezia; riceve ottima accoglienza. Nel 1748 gli viene affidata la cattedra di filosofia (fondata a Rimini nel 1687) e la tiene fino al 1754. Intanto lavora all'opera sua maggiore, "Fungorum agri Ariminensis historia", che viene stampata a Faenza nel 1755. È anche un ricettario su come cucinare i funghi, su come distinguere quelli buoni dai velenosi e un catalogo di 300 esemplari. Ma soprattutto, con quest'opera Battarra si