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"An bisest, che pasa prest", "An bisest tutt'al robi ad travers", "Ann bisesta u'n sposa e u'n s’inesta": anno bisestile, che passi presto, tutte le cose di traverso, non ci si sposa e non si innesta. Solo alcuni dei tanti proverbi dialettali sulla sfortuna che toccherebbe all'anno che viene ogni quattro, quando febbraio ha 29 giorni invece che i soliti 28. Ma perché dovrebbe essere così? Perché lo si è creduto fin dall'inizio, quando Giulio Cesare, nel riformare il calendario, per pareggiare i conti con le sei ore circa che ''avanzano'' ogni anno dai 365 giorni canonici, seguendo i calcoli dell'astronomo Sosigene di Alessandria, introdusse un giorno in più ogni 4 anni, subito dopo il 24 febbraio. E poiché il 24 febbraio in latino era il ''sexto die ante Calendas Martias'', quel giorno diventò il ''bis sexto die'', da cui il ''bisestile'' che passò indicare l'intero anno. Ma ancora non si capisce come mai questo avrebbe dovuto portare male, senonché per i Romani si era nel pieno dei Feralia, lasso di tempo dedicato ai defunti. Ma anche delle Terminalia dedicate a Termine dio dei Confini e delle Equirie, gare di carri da guerra trainati da cavalli istituita da Romolo e dedicata a

"Gli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre giorni di marzo (o, più recentemente, solo l'ultimo giorno di febbraio o il primo di marzo) sul far della sera, i contadini facevano (e in qualche luogo fanno ancora) «lume a marzo», accendendo fuochi nei campi": così riportano Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi ("Calendario e tradizioni in Romagna" il Ponte Vecchio, Cesena 1989-2016). E il riminese Gianni Quondamatteo ("E' luneri rumagnolo", Galeati, Imola 1980) precisa: "Subito dopo il tramonto si accendeva in ogni campo un gran falò di gramigne e sterpi, e intorno a questa fugaréna, certo di remota origine, i fanciulli facevano il girotondo, ripetnedo un'antica invocazione". Eccola: "Lȏna, lȏna a mêrz/ che una spiga feza un bêrch/ un bêrch una barchetta/ e una ghemba d'uva seca". Di questa formula esistono molte versioni in tutta la Romagna. Sempre nel riminese, Nanni nel 1924 raccolse questa: "Lom a mêrz, lom a mêrz/ una spiga faza un bêrch/ un bêrch, un barcarol/ una spiga un quartarol/ un bêrch, una barchetta/ tri quatrein una malètta".   [caption id="attachment_251278" align="aligncenter" width="635"] Uno staio da grano (al minòt) esposto nel Museo della Civiltà Contadina "G. Riccardi" di Zibello (PR)[/caption] Evidente l'intento propiziatorio rivolto alla resa del grano. La

Il 28 febbraio 1956 viene costituito il nuovo Comune di Bellaria - Igea Marina.  Distaccatosi dal Comune di Rimini, il nuovo ente copre una superficie di 18,17 kmq ed ha 8.78 abitanti. Il decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi era stato firmato il 17 gennaio 1956. La prima richiesta di "secessione" da Rimini risaliva al 1932. Al risultato conseguito oltre un quarto di secolo dopo ha contribuito un comitato sorto nel dopoguerra e coordinato dal presidente Orfeo Bartolini; ne fanno parte 33 bellariesi, 17 igeani e 9 bordonchiesi. Alla cerimonia del 28 febbraio prende parte il senatore Braschi, ministro della Marina mercantile. Lo stella comunale è stato ideato da Guido Matassoni: in campo bianco e azzurro, spiccano la Torre saracena, il sole e un gabbiano sul mare; il motto recita "Viresque aquirit eundo" (attribuito a Virgilio: "accresce le forze camminando"). Le prime elezioni del nuovo Comune si tengono il 27 maggio del 1956. Il primo sindaco è Nino Vasini, del Partito Comunista Italiano, che poi sarebbe rimasto per decenni alla guida della città alternandosi con Odo Fantini, anche lui del Pci. (M. Foschi, "Storia di Bellaria")

Luigi Tonini (1807 – 1874), bibliotecario della Gambalunga e archeologo, è stato senza dubbio il più valente storico di Rimini e con pieno merito gli sno intitolati i Musei comunali della città. Nel catalogare e valutare l’immensa mole delle fonti archivistiche, cui dobbiamo la ricostruzione della storia municipale, il suo essere anche un fervente cattolico gli fece però prendere non pochi granchi. E’ il caso della lotta medievale fra papi e imperatori, dove tutte le espressioni del Tonini sono caldamente a favore dei primi. E’ pur vero che in pieno Ottocento gli imperatori “tedeschi” non godevano di gran stima presso i dotti italiani, sebbene il Machiavelli da tre secoli avesse messo in chiaro che se un’Italia non esisteva unita allo stesso modo di Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, lo si doveva al persistere di un stato dei Papi.   E così per l’anno 1226, dopo che Federico II di Svevia non era riuscito ad aver ragione della guelfa Faenza, Tonini si immagina che “abbassato così l’orgoglio di Federico Imperatore, è a credere che la parte degli ecclesiastici qui pure si rialzasse: a tra per questo, tra per il bisogno del pubblico esercizio del culto, i nostri cercassero di mettere la reggenza della città io mano a persona

Il 27 febbraio 2014, verso le 18, un boato scuote San Leo. Una porzione della rupe, per un fronte di circa 150 metri, è crollata a valle. Subito si innalza un'immensa nuvola di polvere. Quando si dirada, ci si rende conto che per fortuna nessuna abitazione è interessata dalla frana. "La frana ha interessato la parte orientale della rupe - riferisce il sindaco di San Leo, Mario Guerra - così come era successo nel 2006 per il versante nord. Le rocce crollate hanno interessato la linea elettrica provocando seri danni ma, al momento, non sono coinvolte le abitazioni. Per tutta la notte, i vigili del fuoco terranno sotto controllo la situazione in attesa che, nella giornata di venerdì, potremo accertarci della reale entità della frana".  Una decina di abitazioni devono essere evacuate. E' solo l'ultimo di una serie di episodi che pezzo a pezzo consumano la rupe da quando esiste. La stessa rocca non è più quella disegnata da Francesco di Giorgio Martini, avendo perso da tempo due dei quattro torrioni originari, oltre a una lunga serie di muraglie ed edifici minori. Il confronto fra le raffigurazioni antiche e oggi è eloquente. [caption id="attachment_455176" align="aligncenter" width="567"] San Leo nel 1626 nel disegno di Francesco Mingucci a confronto con le

Nel 1569, il 26 febbraio, papa Pio V dà il bando agli Ebrei da tutte le sue terre, ad eccezione di Ancona e Roma. Ne è ovviamente interessata anche Rimini insieme a tutta la Romagna. Non è il primo atto di persecuzione degli Ebrei in Italia, né sarà l'ultimo. Ma questo passo di papa Ghisleri, che era stato Inquisitore dei Domenicani, segna certamente una svolta decisiva nell'atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronto degli israeliti. Svolta dettata dal Concilio di Trento (terminato nel 1563) e dalla conseguente Controriforma, che vide in Pio V uno dei principali artefici e promotori. Si inaugura così una delle trame più infamanti della storia europea. E non accade nei remoti "secoli bui" del "barbarico" medio evo, quando verso le fedi minoritarie non erano mancati attriti né atrocità, ma un modo per vivere assieme si era pur sempre trovato. Invece, è nel pieno del raffinato Rinascimento che si scatena più virulento il morbo dell'intolleranza. Prima, mai si era arrivati a istituzionalizzare in tal modo la persecuzione; solo dal XVI secolo in poi si dà il via alla "pulizia etnica", che in Spagna era invocata con lo stesso nome di oggi, "limpieza". [caption id="attachment_28415" align="aligncenter" width="663"] "Tre streghe al rogo a Darneberg", stampa tedesca del 1555[/caption] Ebrei e mussulmani, "streghe" e protestanti, devono semplicemente

Il 26 febbraio 1509 papa Giulio II firma la Bolla Sipontina e Rimini esulta. Come mai? E di che si tratta? Dopo la cacciata dei Malatesta, la città è tornata sotto il governo diretto della Santa Sede. Come racconta Carlo Tonini ("Compendio della storia di Rimini", 1896) "la prima sua sollecitudine fu quella di chiedere al Pontefice una serie di privilegi e di grazie, come avea già fatto presso il veneto Senato". Rimini era infatti passata brevemente sotto il governo della Serenissima, cui Pandolfaccio Malatesta l'aveva venduta. "Furono presentate le domande per mezza di tre ambasciatori, i quali furono Carlo Maschi, Giovanni Benzi e Giacomo Ricciardelli nobili riminesi, e con umile istanza, in cui dicevasi che la città, dopo lunga errare, conducevasi finalmente al grembo della madre. E il Pontefice, con bolla data il 26 febbraio 1509 al commissario Apostolico Antonio da Monte Savino arcivescovo di Siponto e detta perciò comunemente la bolla Sipontina, quelle grazie e quei privilegi benignamente concesse, dichiarando in modo solenne, che sebbene egli fosse tenuto di provvedere al vantaggio di tutte le città soggette al dominio temporale della Chiesa, pure tanto più accuratamente gli conveniva rivolgere lo sguardo della sua considerazione a questa nostra, quanto più ella

Il 25 febbraio 1996 Rimini piange colei che per tutti è la creatrice dell'Asilo Svizzero, il Ceis. Margherita Zoebeli nacque a Zurigo il 7 giugno 1912.  Figlia di un fervente socialista, crescendo ne seguì le orme. Ai primi degli anni '30 fu fra coloro che in Svizzera davano aiuto aiuto alle famiglie operaie tedesche colpite dalla crisi del '29, organizzando campeggi e doposcuola per i figli degli operai. A partire dal 1933, con la nascita del Soccorso operaio svizzero, l'aiuto si estese alle famiglie ebree che fuggivano dal nazismo. Nel 1938 Margherita era in Spagna, in piena guerra civile, per dare conforto agli orfani del conflitto di una comunità di Barcellona. Ma con il precipitare degli avvenimenti bellici e i continui bombardamenti dovette fuggire in Francia dopo poche settimane. Non da sola, però, ma conducendo in salvo in una colonia sulla spiaggia di Sète un centinaio di bambini. Negli anni successivi si laureò all'università di Zurigo e seguì dei corsi di approfondimento di pedagogia differenziale curativa. La laurea l'abilitò all'insegnamento nella scuola dell'obbligo, che intraprese nel 1940 portandolo avanti per quattro anni. Durante la guerra portò soccorso ai partigiani italiani dell'Alta Val d'Ossola. Nell'inverno tra il 1944 e il 1945 la Zoebeli fu inviata a Saint-Etienne per organizzare aiuti ai

Una delle prime Province ad essere colpita della pandemia

Il 25 febbraio 2020 viene accertato il primo caso di coronavirus in Romagna dall'inizio della pandemia. Il paziente, subito ricoverato all'Ospedale Infermi di Rimini al mattino, è un uomo di 71 anni residente a Cattolica, titolare di un ristorante a San Clemente in Valconca appena rientrato da un viaggio in Romania. Erano passati solo cinque giorni dal 20 febbraio, il giorno in cui a Codogno fu isolato il primo paziente paziente italiano positivo, e tre dal 22 febbraio, quando l'Italia pianse la prima vittima di Covid, il 78 di Vo' Euganeo Adrian Trevisan . Ed erano i giorni in cui i riflettori di tutto il mondo erano puntati sull'Italia che di fatto era diventata, perlomeno agli occhi dell'opinione pubblica, il secondo epicentro dell'epidemia a livello mondiale dopo la Cina. Al 25 febbraio, la gran parte dei contagi accertati in Italia risiedeva in Lombardia in un'area che nelle settimane successive sarebbe diventata il centro dell'epidemia di coronavirus, assieme a alle Province di Bergamo e Brescia. In Emilia Romagna, quel giorno, all'indomani dalla chiusura delle scuole, erano stati accertati 23 casi, quasi tutti riferiti a pazienti residenti nel piacentino e nel parmense terre non troppo lontane da quel  versante lombardo in cui si erano

Il 24 febbraio 1321 si firma il trattato fra Pandolfo Malatesta e il Rettore della Marca anconetana, Amelio di Lautrec, abate di San Saturnino di Tolosa e vescovo di Castres. Secondo il patto, Pandolfo "..dovea prendere la condotta delle genti da opporre ai ribelli, nominalmente al conte Federico da Montefeltro et alle città di Fano, Cagli, et Urbino". Nel 1322 Amelio assediò Recanati costringendola alla resa; entrato in città, incendiò e distrusse le fortificazioni, le case dei capi ghibellini e il Palazzo dei Priori. Nel 1323 Galeotto Malatesta, figlio di Pandolfo, sposò la nipote di Amelio, Elisa de la Villette. [caption id="attachment_454803" align="aligncenter" width="700"] Il Torrione di Cagli[/caption] In realtà la situazione è molto più ingarbugliata. Non è il solito incarico militare da parte del rappresentante del Papa conferito a un notorio capo guelfo per combattere ribelli ghibellini ed "eretici". Il vero nemico di Pandolfo appartiene alla sua stessa famiglia. Ma chi è Pandolfo I Malatesta? È il più giovane dei quattro figli maschi del grande Malatesta da Verucchio, che Dante Alighieri chiamò "Il Mastino": colui che visse cent'anni,  almeno seconda la non smentita tradizione. Che fondò la potenza della famiglia impadronendosi nel 1295 di Rimini e subito dilagando nella città circostanti. Pandolfo nasce intorno al

Il 24 febbraio la Chiesa cattolica celebra in forma straordinaria San Mattia; lo fanno in forma ordinaria le Chiese anglicana e luterana. E anche in Romagna questo è il giorno ad San Matìa, come riportato da E' Luneri rumagnol di Gianni Quondamatteo. Chi sia esattamente questo santo lo sanno in pochi. Il suo nome ebraico "Mattathias" è lo stesso dell'evangelista Matteo (significa "Dono di Dio"), ma si tratta di un altro personaggio: uno dei primi 70 discepoli di Cristo, rimasto accanto a Lui dal Battesimo nel Giordano all'Ascensione. Sarebbe stato aggregato ai dodici Apostoli al posto del traditore Giuda Iscariota. Poi le tradizioni su di lui si fanno nebulose. Molte fanno riferimento all'Africa e a una sua predicazione in Etiopia, conclusa con il martirio sulla croce. Altri lo danno per lapidato e decapitato con un'alabarda a Gerusalemme. D'altra parte Padova e Treviri sostengono di possederne le reliquie, che sarebbero state portate in Europa dalla solita S. Elena, la madre di Costantino, prima e grande importatrice del genere. O erano quelle di Matteo, l'apostolo ed evangelista? [caption id="attachment_454795" align="aligncenter" width="530"] San Mattia[/caption] A San Mattia erano attribuiti vari scritti e un vangelo, tutti considerati apocrifi e andati perduti. Per motivi che sfuggono, è

Il 23 febbraio 1958 "una delegazione dell'Aero Club di Rimini, guidata dal generale Tullio De Prato, incontra a Roma autorità militari e civili e ottiene l'autorizzazione a svolgere attività aeree civili presso l'aeroporto di Miramare" (Donatella Coccoli, "Dal 900 al 2000", Ghigi Editore). La pista principale dell'aeroporto "G. Vassura" si estende per oltre 3 km ed è la più lunga dell'Emilia Romagna. Le potenzialità dell'aerostazione sono stimate 2,5/3 milioni di passeggeri all’anno. [caption id="attachment_454621" align="aligncenter" width="614"] 1964 - Arrivo di turisti danesi all'aeroporto di Rimini (Foto di Davide Minghini, Biblioteca Civica "Gambalunga")[/caption] Tullio De Prato, nato a Pola nel 1908, fu un pilota pluridecorato e di grande esperienza della Regia Aeronautica. [caption id="attachment_454623" align="aligncenter" width="359"] Tullio De Prato[/caption] Partecipò alla guerra di Spagna, durante la quale effettuò un attacco contro un ponte sul fiume Oca, nei pressi di Guernica. Quasi in contemporaneamente la Legione Condor tedesca bombardava a tappeto la città basca e si diffuse la notizia, non smentita dal regime fascista, che la sua distruzione fosse opera di bombardieri italiani. Il rapporto di De Prato che contraddiceva tale versione rimase a lungo inedito. Venne però accusato del bombardamento italiano di Alicante, il 25 maggio 1938, che causò oltre 300 vittime civili. Durante la seconda guerra mondiale prese parte dalla campagna d'Albania, poi fu in Libia, dove venne abbattuto