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10 marzo 1846 – Alluvione a Rimini, poi i cittadini pagano per lavori mai fatti

Il 10, 11 e 12 marzo 1846 piove a dirotto su tutto il Riminese. Il Marecchia “vonta” e si mangia un bel pezzo di “strada Consolare”, la via Emilia, appena fuori il Borgo San Giuliano.

Si intima allora al Consorzio Marecchia di fare, a proprie spese, i relativi lavori di riparo.

Intervengono però i giuristi: il Consorzio, sentito il loro dotto parere, fa sapere che “i fiumi costituiscono i confini consorziali” e quindi non appartengono al Consorzio medesimo. La via Emilia, poi, meno che mai. Se ne deduce che il costo dei lavori tocca “al Governo, al Comune” o a chiunque altro, meno che al Consorzio. 

Alla fine giunge la “soluzione politica”. La Legazione pontificia delle Romagne impone al recalcitrante Consorzio di tirare fuori intanto 800 scudi per fare i lavori, dopo di che si sarebbe visto chi avrebbe rimborsato la spesa. E il Consorzio deve chinare il capo; o meglio lo devono chinare i cittadini.  Sono loro a dover pagare, perché il Consorzio si regge sulle contribuzioni dei Riminesi. Sono infatti soggetti all’apposita “sovrimposta alla tassa fondiaria” tutti i proprietari “dei terreni che scolano nell’Uso, nel Marecchia o in mare” e fra grandi e piccoli non sono pochi: 3.863,89 ettari compresi fra il Marecchia e l’Uso, divisi fra i comuni di “Scorticata, Poggio Berni, S. Arcangelo e Rimini”. 

I denari vengono dunque depositati presso l’Esattore. Somma di gran lunga insufficiente per riparare tutti i danni (molto all’ingrosso, circa 80 mila euro di oggi), ma bastante per mettere in difficoltà il Consorzio stesso, dal momento che rappresenta quasi un quarto degli introiti annui. 

Non bastasse, scrive il Tonini, “Niun lavoro è stato fatto”.

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