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12 agosto 1848 – Anarchia a Rimini, si ribellano perfino le Guardie Svizzere

Nell’estate del 1848 le cose vanno male per i patrioti italiani. Il Re di Sardegna Carlo Alberto, che aveva dichiarato guerra all’Austria dopo le insurrezioni di Milano, Venezia e tante altre città venete e lombarde, pareva riuscisse a batterla. Invece, sconfitto il 27 luglio a Custoza, il 9 agosto era stato costretto ad un umiliante armistizio.

Lo Stato della Chiesa era ancora in mano a governanti liberali che erano andati oltre le timide, ma tuttavia clamorose aperture di Papa Pio IX al cambiamento. Ora però si sapeva che gli Austriaci sarebbero arrivati a “riportar l’ordine”.

Insomma, tutti gli elementi per una confusione totale: a Rimini si aggiravano truppe di ogni sorta che avrebbero dovuto prendere ordini da troppa gente perché obbedissero a qualcuno. C’erano i reduci della campagna in Veneto combattuta dall’esercito pontificio a fianco dei Piemontesi, innerbate di volontari entusiasti,  e c’erano le truppe di stanza nelle città, di idee del tutto opposte.

Comunque gli Austriaci del generale Walden si avvicinavano, e, scrive Carlo Tonini, «rendevano necessario il far provvedimenti di difesa. Fu perciò creato un Comitato di guerra a Forli composto di soggetti delle tre città della provincia, e di Rimini vi furono chiamati a far parte il capitano conte Ruggero Baldini tornato con molto onore da Vicenza e il dott. Gian. Francesco Guerrieri».

Ma “il Tedesco” è già a Bologna. Fra  «apprensioni e timori grandissimi – come ricorda sempre Tonini – si avvicendavano truppe: venivano generali  si davano ordini e contr’ordini di marcia, si facevano spese pegli arruolamenti dei volontari, onde il nostro Comune ebbe a tassare il ceto de’ facoltosi per un prestito di quattromila scudi. Volevasi inoltre, che gli Svizzeri pontifìcii, i quali aveano si bene combattuto a Vicenza, marciassero alla difesa di Bologna».

Ma gli Svizzeri di andare a Bologna non ne hanno nessuna voglia. Tanto più che hanno promesso agli Austriaci di restarsene d’ora in poi fuori dalla guerra, come del resto prescrivevano i patti della capitolazione dopo che il grosso dei pontifici aveva dovuto abbandonare proprio Vicenza. E quindi se ne restano acquartierati a Rimini.

Soldato svizzero dell'esercito pontificio

Soldato svizzero dell’esercito pontificio nel 1848

«Or mentre costoro qui se ne stavano, avvenne che uno di essi dovesse per non so qual fallo essere bacchettato. I compagni si opposero, e risolutamente fermarono di sottrarlo alla pena. Un ufficiale percosse di sciabola uno degli ammutinati; essi all’incontro assalirono l’ufficiale, e accadde, che un altro, volendo trarre a lui col fucile, ammazzasse invece un sergente. Ond’essi vie maggiormente infuriati gridarono di volere uccidere tutti gli ufficiali, e aggirandosi per la città coi tamburi andavano gridando evviva e tirando fucilate all’aria. Poscia entrati nell’alloggio del maggiore che aveva il denaro del Corpo, non avendo trovato lui, presero la cassa e la notte partirono in numero di 300 alla volta di Forlì. Un capitano tenne lor dietro per vedere di rappacificarli e richiamarli al dovere: ma essi gli fecero fuoco addosso e l’uccisero».

«Fu mandato quindi un altro corpo di Svizzeri ad inseguirli, e questi raggiuntili verso Cesenatico, li costrinsero due giorni dopo a cedere, onde parte si sbandarono, parte tornarono. Ma non tornò la cassa, la quale era stata già rotta ed espilata. Due giorni appresso, cioè il 12 d’agosto, fecero baruffa tra loro, onde cinque furono malamente feriti e trasportati all’ospedale».

E quelle erano le truppe scelte dell’esercito pontificio.

(nell’immagine in apertura, dragoni dell’esercito pontificio nel 1848)

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