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16 gennaio 1961 – Medaglia d’oro al valor civile alla Città di Rimini

Il 16 gennaio del 1961 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi firma il decreto che attribuisce alla Città di Rimini la Medaglia d’Oro al Valor Civile, come si legge nella lapide apposta sotto i portici del Municipio:

Rimini dal primo novembre 1943 fino al 21 settembre 1944 subisce 388 bombardamenti aerei e 14 navali, che la radono letteralmente al suolo e distruggono larga parte del patrimonio monumentale e artistico. Il 35% dei fabbricati è scomparso, il 40% lesionato, intatto appena il 2%.

Quando poi il fronte della guerra raggiunge la città, il centro non è teatro di combattimenti, ma è tutto il suo circondario a diventare campo di battaglia. Dal 2 al 21 settembre passa tristemente alla storia il sangue versato a Coriano, Croce, Passano, San Savino, Riccione e soprattutto Gemmano e Montecieco.

Le truppe greche entrano a Rimini quando quelle tedesche l’hanno già evacuata, ma per formare l’ennesima linea della loro “difesa mobile” oltre il Marecchia. Resistono a Montebello e Torriana, per poi arretrare ancora combattendo, mentre anche il maltempo ritarda l’avanzata degli Alleati. E ormai l’inverno incombe.

Quel che resta di Gemmano dopo i combattimenti

La “battaglia di Rimini”, fu il tentativo da parte degli Alleati (“Operazione Olive”) di sfondare definitivamente la Linea Gotica predisposta dai Tedeschi per tenere la Val Padana.

Tentativo fallito, perché il 13 novembre 1944 l’offensiva fu definitivamente arrestata sul fiume Senio dal generale Alexander, che ordinò anche ai reparti partigiani di smobilitare in attesa della primavera. Ciò significò per tutto il nord Italia un altro inverno di guerra: il più terribile.

La battaglia di Rimini causò fra gli opposti schieramenti un numero enorme di vittime, ancora non esattamente quantificato. Secondo lo storico riminese Amedeo Montemaggi furono circa 40 mila i morti fra le truppe dell’VIII Armata inglese, di cui 4.500 solo fra i Canadesi. Dell’Armata facevano parte militari inglesi, canadesi, neozelandesi, indiani, nepalesi, polacchi, greci e anche italiani della Brigata Maiella; l’armata era comandata dal generale Oliver William Hargreaves Leese, succeduto a Bernard Law Montgomery dopo Monte Cassino. La superiorità numerica nei confronti degli avversari era di tre a uno, oltre al pressoché totale controllo del mare e del cielo.

I Tedeschi, con i quali militavano anche soldati e ausiliari reclutati in varie zone occupate (Ucraina, Paesi Baltici, Francia) e reparti della Repubblica Sociale Italiana, erano organizzati nella X Armata, comandata dal generale Heinrich von Vietinghoff. Alla fine le loro perdite, sempre secondo Montemaggi, assommarono a circa 42 mila morti.

Spaventoso anche il bilancio delle perdite civili, anche se ancor più difficile da calcolare: si stima che lungo tutta la linea del fronte ci furono almeno 60 mila morti.

Nemmeno le cifre di Rimini  sono certe. Il numero più ricorrente dei morti civili è di 605. Incalcolabile il numero dei feriti, anche perché l’Ospedale Infermi il 27 novembre 1943 era stato trasferito a Covignano per sfuggire ai continui bombardamenti sulla città: era stato allestito alla meglio nella Villa Alvarado, attuale sede del Museo degli Sguardi “Dinz Rialto”, di fronte al santuario delle Grazie. Nessuno dei due edifici sarà risparmiato dalle bombe, tanto che il 12 settembre 1944 feriti ed ammalati dovranno essere trasferiti nella Repubblica di San Marino. Sotto le bombe nascono però anche due bambini, entrambi battezzati con il nome di Fortunato, dal santo della parrocchia di Scolca.

Sfollati sulla spiaggia di Rimini (Archivio Moretti)

Anche il numero degli sfollati riminesi è approssimativo: si è sempre detto 100 mila, di cui 36 mila dal centro storico e dalla prima periferia di Rimini, che allora contavano circa 40 mila abitanti.

Lo sfollamento era iniziato già dopo il primo pesante bombardamento del 1 novembre 1943.  Il 13 novembre un bando del feldmaresciallo Kesselring dichiara che in tutto il territorio riminese «sono valide le leggi tedesche di guerra».

Il 16 novembre la Repubblica Sociale Italiana chiama alle armi le classi dal 1923 al ’25. Di quelli che volenti o nolenti rispondono, in tanti non faranno più ritorno, altri disertano alla prima occasione. Molti altri rifiutano la chiamata e si dànno alla macchia, nonostante diventino così passibili della pena di morte sancita per i renitenti.

Chi resta e non è arruolabile viene catturato nei continui rastrellamenti per essere inquadrato nella “Todt” (dal nome del fondatore, il ministro tedesco degli armamenti Fritz Todt), l’organizzazione della Werhmacht che sfrutta il lavoro forzato dei civili nella zone occupate dal Terzo Reich. A Rimini gli uomini devono rimuovere macerie, seppellire morti e costruire opere di difesa, soprattutto lungo la costa dove si temeva uno sbarco degli alleati.

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30 marzo 1944: bombardamento aereo degli Alleati sull’asse ferroviario di Rimini

Già nel primo bombardamento di Rimini è strage: nel “rifugio della Croce Verde” 97 persone restano sepolte, una ventina perdono la vita; a loro è intitolata via Vittime Civili di Guerra, nei cui pressi sorgeva il rifugio.

Tra il 28 e il 30 dicembre 1943 si abbattono su Rimini sette bombardamenti: 56 morti solo nel rifugio presso la chiesa di San Bernardino, quasi tutti anziani, donne e bambini. In macerie il Teatro, il Seminario e Vescovado, il settecentesco palazzo del Cimiero. Un altro massacro si consuma nel rifugio di casa Cecchi in via Monfeltro (29 morti) e un altro ancora in un rifugio di fortuna scavato presso la chiesa del Crocefisso, ai piedi di Covignano.

Il Rione Montecavallo dopo i bombardamenti (Archivio Moretti)

Il 21 gennaio 1944 le bombe mettono fuori uso la ferrovia, dalla stazione al ponte alle Officine; tutto l’asse ferroviario sarà poi annientato da ulteriori incursioni.

Il 29 gennaio  tocca al Tempio malatestiano, scoperchiato e sventrato dalla parte dell’abside.

L’8 febbraio viene sfiorato l’arco d’Augusto. Il 24 marzo marzo scompare il complesso barocco di San Girolamo. Stessa sorte avranno le chiese di San Giorgio ai Teatini, Sant’Agnese, San Giuseppe, San Nicolò al porto e gli oratori del Paradiso e di San Nicola di Tolentino, oltre i tantissimi palazzi a iniziare dal Lettimi.

In quello che è ormai un fantasma di città, fino alla fine resterà, quasi sola ma indomita, Aurelia Corsini, la “maestrina” degli Asili Baldini. 

Anche Rimini ebbe i suoi “Monument men”. Furono Carlo Lucchesi, direttore della Biblioteca Gambalunghiana, e Augusto Campana: riuscirono a salvare la maggior parte dei patrimoni della Biblioteca e del Museo, che aveva sede nell’ex convento di San Francesco a fianco del Duomo, di cui ancoro si vedono le rovine dopo i bombardamenti. Prima dell’apocalisse, i due avevano fatto in tempo a nascondere la maggior parte dei tesori riminesi a Torricella di Novafeltria. 

La chiesa di San Nicolò al Porto nel 1946

La chiesa di San Nicolò al Porto nel 1946

Anche per chi è sfollato, la salvezza è un miraggio. La maggior parte dei Riminesi si era dispersa nelle campagne, a iniziare dai colli di Covignano. Ma è proprio qui, per la posizione strategica, che infuriano i combattimenti quando il fronte raggiunge il Riminese. Per oltre dieci giorni consecutivi i civili non potranno uscire dai rifugi di fortuna, nient’altro che cunicoli scavati nel “sabbione” del colle.

Sfollati nei rifugi di Covignano

Ma nemmeno chi era fuggito a San Marino scampa all’inferno: la neutralità della Repubblica è violata dai Tedeschi, che la occupano; e gli Alleati bombardano anche il Titano.

Batteria contraerea tedesca; all'orizzonte, San Marino

Batteria contraerea italo-tedesca; all’orizzonte, San Marino

«Tutti i giorni allarmi, bombe, e noi a fare sabotaggi ai fascisti e ai tedeschi»: così il pittore Demos Bonini nel ricordare l’attività partigiana a Rimini. Non attacchi armati, ma sabotaggi soprattutto alle linee telefoniche.

I nazifascisti rispondono con rappresaglie e rastrellamenti. I sospetti sono portati alla Colonia Montalti sul deviatore Marecchia, sede della Guardia Nazionale Repubblicana fascista; la “Colonia del Fiume” diviene così tristemente nota: si viene a sapere che “li buttano nel fiume, poi quando tentano di risalire gli pestano le mani”.

Furono 39 i partigiani riminesi morti in combattimento, o giustiziati come Mario Capelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani, impiccati il 16 agosto 1944 nella piazza che da loro si chiama Tre Martiri.

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16 gennaio – E’ caval d’ Scaja

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