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7 agosto 1763 – La burrasca spazza via tutte le barche nel porto di Rimini

Una brutta annata, il 1763. Come annota Carlo Tonini, «Siccità e arsure, pioggie e turbini si andarono alternando in guise desolanti».

Lancia romagnola

Finché, «A’ 7 agosto  un furioso vento di levante, oltre allo sgominare la bella festa che annualmente facevasi in onore di S. Antonio di Padova sul porto, sospingendo le acque del mare nel porto stesso, pose in gran disordine quante barche vi si trovavano, delle quali molte furono lanciate fuori dell’alveo del canale e alcune furon cacciate con grande impeto sino al ponte d’ Augusto».

Trabaccolo

Trabaccolo romagnolo

Finita la burrasca, i Riminesi contano costernati i danni: «Onde, sedato il turbine e tornate le acque marine al loro letto naturale, e quindi fu necessaria l’opera di più di duecento tra contadini e marinari per risospingerle nel canale».

Barchetto riminese

Ma i guai non sono stati solo nel Marecchia: «È anche memoria che le acque dell’Aprusa si alzarono allora sino al ciglio degli archi del ponte che congiunge la città col Borgo di S. Giovanni».

Ed è solo una nelle cicliche inondazioni che Rimini deve subire praticamente fin da sua fondazione. Stretta fra le foci di due fiumi e il mare, una posizione formidabile dal punto di vista difensivo, posta strategicamente all’imbocco (o alla fine, secondo i punti di vista) della pianura padana. Ma sia Ausa che Marecchia hanno carattere torrentizio, capriccioso e imprevedibile. L’Ausa con il suo letto stretto e sinuoso ha sempre rappresentato il pericolo maggiore; un corso brevissimo da San Marino al mare (poco più di 17 km), nel quale le precipitazioni appena sopra la norma provocavano inevitabili esondazioni non trovando tempo e spazio sufficienti per ammortizzare l’ondata di piena. Nè il mare migliora la situazione: l’Adriatico dai bassi fondali quando è in burrasca solleva onde alte e poco distanziate e “non riceve” le acque dei fiumi, respingendole a terra.

La situazione cambiò solo dopo il 1930 con lo scavo del deviatore Marecchia (iniziato nel 1924) e poi definitivamente nel 1972, quando l’Ausa fu privato della sua foce, ridotta ormai a scarico fognario. Da allora le sue acque confluiscono nel Marecchia e Rimini non corre più il rischio di trasformarsi in “isola”, come più volte le accadde nel corso della storia, con le acque straripate dai due fiumi che si congiungevano a monte della città approfittando anche della fitta rete di canali e fossi. Quasi a vendicarsi di tanti danni, l’uomo ha praticamente cancellato l’Ausa, tombinandolo fin dalla sua sorgente per quasi tutto il tratto nella Repubblica di San Marino e poi stravolgendo quello finale.

Curiosità lessicale: in dialetto riminese lo straripare (di un fiume) e il traboccare (di una pentola che bolle) si dice “vuntè”, “vontare”. Un termine che non si riscontra in nessun altro dialetto circostante se non a Pieve Santo Stefano dove a “vontare” è il Tevere. Misteriosa la sua etimologia, mentre qualche vocabolo simile si incontra nell’urbinate (“gontare”) e in Abruzzo (“arivondàre”) ma soprattutto in Umbria.

Bragozzo chioggiotto

Bragozzo chioggiotto

Tartanone di Pesaro

Tartanone di Pesaro

(Le immagini sono di Aldo Cherini dell’Associazione Marinara “Aldebaran” di Trieste)

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