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8 settembre 1855 – Finalmente piove e il colera lascia Rimini

Nel marzo 1855 muoiono improvvisamente a Rimini quattro persone. Tanto all’improvviso che si sospetta del veleno. Si sospetta o si spera, perché può essere capitato ben di peggio, quello che tutti temono. E di lì a poco il peggio viene confermato: è colera.

15 marzo 1855 – A Rimini scoppia il colera e provoca una strage

L’epidemia sta già infuriando per l’Italia e in Europa dall’anno prima. Per fronteggiarla si fa quel che si può. Per esempio, come annota Carlo Tonini che visse i fatti in prima persona: «Il 15 di maggio fu trasportata la miracolosa imagine di Maria Vergine delle Grazie alla chiesa di S.Bernardino in città pel triduo in onore dell’immacolato concepimento, e il 17, giorno dell’Ascensione, il riminese Mons. Amadio Zangari Vescovo di Civita Castellana disse il panegirico. Ma il flagello progrediva».

8 settembre 1855, il colera infuria in tutta Euroa: una processione a Bilbao

8 settembre 1855, il colera infuria in tutta Europa: una processione a Bilbao

Sul retro dell’Ospedale Infermi, da non molto tempo installato nell’ex collegio dei Gesuiti, viene allestito il Lazzaretto. Si forma d’urgenza una commissione sanitaria, che ogni giorno pubblica l’infausto bollettino con il numero degli infettati e dei morti. Anche qui si procede con l’approssimazione che i tempi consentono, poiché «si giudicava cholera anche quando cholera veramente non era, perché ogni altra malattia si presentava coi sintomi della malattia dominante».

«Ma dalla metà di giugno in su cominciaronsi ad avere tutti casi certissimi, tra 10 e 15 al giorno, da prima nella povera gente e in vecchi e mal sani, poi in ogni ordine di cittadini senza distinzione: finché nell’agosto si giunse fino a trenta casi per giorno: numero ragguardevole rispetto alla popolazione».

Il 22 agosto il bilancio è da incubo: «Dal 7 di marzo a tutto quel giorno i casi furono 833, dei quali erano stati seguiti da morte ben 431. Fra le vittime del morbo, che più strinsero di compassione il cuore dei cittadini, furono i due giovani fratelli Olinto e Ulisse Panzini, colpiti e morti l’uno appresso dell’ altro, e il coetaneo loro Raffaele Perazzini eccellente suonatore di tromba, fratello di quel Gaetano, che vedemmo esser morto nel fatto d’arme di Cornuda (la battaglia del 1848 fra Pontifici e Austriaci nella prima guerra d’indipendenza). Morì pure uno de’ giullari della celebre compagnia equestre del Guillaume, che era venuta a rallegrare il pubblico nostro in quell’anno».

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Dunque il morbo colpisce con una terrificante mortalità del 50%. E continua ad infierire ancora finché cessa intorno all’8 settembre. Nel racconto del Tonini, la fine dell’incubo ricorda da vicino le modalità della “peste manzoniana”, quella narrata nei già notissimi Promessi Sposi: «In seguito ad uno straordinario acquazzone, il morbo cessò. Segnalaronsi in quella luttuosa congiuntura lo zelo e la valentia del medico primario della città Dott. Enrico Bilancioni: e vuol pure special ricordo che lo spirito di carità persuase ai cittadini di formare un stituto di beneficenza pegli orfani de’ colerosi, che si trovarono ascendere a 140». 

Ma non è ancora finita. E anche il memorialista riminese viene colpito nei suoi affetti più cari: «Cessato il cholera, scoppiarono diverse malattie di qualità maligna, dalle quali furono tratti alla tomba non pochi, e fra questi, nello stesso settembre, il carissimo mio fratello diciassettenne Antonino. E poiché di un lutto domestico mi ha portato l’occasione a far parola, non posso tralasciare l’altro ben maggiore seguito nel decembre per la morte dell’adorata mia madre Anna Bresciani. Anno infausto del 1855, e chi non ha dovuto segnarti in Rimini col nero lapillo?».

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