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Api o Alpini, Rimini pronta per qualsiasi adunata

Essendo cresciuta in Friuli, dove tutti hanno almeno un alpino nell’albero genealogico, le penne nere mi stanno simpatiche. “Sul cappello sul cappello che noi portiamo” è una delle prime canzoni che ricordo, me la cantava mio babbo quando ero piccolissima. Lui non ha fatto l’alpino e non ha un ricordo epico della sua naja, ma anche chi non ha un particolare feeling con armi e divise guarda gli alpini con occhio rispettoso e benevolo.

Non perché siano meno soldati degli altri, ma perché nel nostro immaginario sono legati all’idea del sacrificio, della pazienza, della lealtà, di uno spirito di corpo temprato dalle sofferenze più che dalle imprese guerresche. Quando cantiamo le canzoni degli alpini (e due o tre le conosciamo tutti) ci dimentichiamo che sono canti di guerra e ci sentiamo dentro qualcosa che ci appartiene e ci commuove, anche se siamo nati e cresciuti in tempo di pace a due passi dal mare, e in montagna ci siamo stati solo in vacanza.

Sarà bello veder sciamare per le nostre vie migliaia di penne nere, affluite a Rimini per un raduno che non potrà non svolgersi nel migliore dei modi, considerato che, causa pandemia, abbiamo avuto un anno in più per prepararlo.

Perché, quando si tratta di accogliere e gestire adunate imponenti, la pianificazione è tutto, che si tratti di alpini grandi e grossi o di creature molto più piccine. Ne sanno qualcosa all’ospedale di Rimini, teatro giovedì scorso di una non prevista adunata di 40mila api, concentrate intorno all’ingresso 2. Ora, così come gli alpini sono i più simpatici fra i soldati, le api sono tradizionalmente le più benviste fra gli insetti, industriose, solidali e utili, produttrici di alimenti che fanno tanto bene alla salute, come il miele e la pappa reale, per non parlare della pregiata cera. Ultimamente sono pure a rischio estinzione a causa dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Ma 40mila api che piombano all’improvviso tutte insieme fanno anche un po’ paura, specie per chi ha vaghi ricordi di film tipo Bees, lo sciame che uccide.

Come mai avessero deciso di riunirsi un pomeriggio di fine aprile proprio all’ospedale Infermi, che non è certo un prato fiorito o un bosco di acacie, è un enigma che passiamo agli entomologi; può darsi che l’inquinamento e i cambiamenti climatici abbiano sballato il gps dello sciame. O magari le povere api hanno scambiato l’ospedale, pieno di stanze e stanzette da cui esce ed entra gente affaccendata, per un enorme alveare.

Oppure l’ANA (che è l’acronimo dell’Associazione Nazionale Alpini, ma potrebbe esserlo anche di quella delle api) aveva programmato lì il suo congresso annuale ma si è dimenticata di avvertire per tempo i dirigenti del nosocomio. Ultima ipotesi: si trattava di una manifestazione di api operaie licenziate da un alveare che ha deciso di delocalizzare in Slovenia.

Di certo quel massiccio e imprevedibile flashmob ronzante ha creato il panico fra personale sanitario, pazienti e visitatori; unica, provvidenziale eccezione, un apicoltore di Santarcangelo, Joey Lombardi, che con pochi sapienti gesti ha domato lo sciame e lo ha chiuso in un contenitore, guadagnandosi la gratitudine della direzione. Cosa ne abbia fatto Joey di quel barattolone pieno di api non si sa: visto che gli operosi insetti non hanno una targhetta o un chip che permetta di riconsegnarle al padrone, forse ha deciso di adottarli lui. Speriamo solo che all’adunata delle api non venga voglia di venire a gemellarsi con l’adunata degli alpini. Col rischio di trasformare il pacato corteo delle penne nere in una corsa veloce stile bersaglieri.

Lia Celi

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