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A quando il balcone di Palazzo Venezia?

Com’era già successo in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, la diserzione della Lega dalle celebrazioni del 25 Aprile di quest’anno ha conferito un tocco di significato in più alla ricorrenza. Non é però mancato un manipolo di suoi sindaci smaniosi di apparire perfino più zelanti del loro caporione; il quale s’è in fondo limitato, quel giorno, ad una rilassate gitarella pseudo-antimafia in Sicilia, acclamato dall’osannante codazzo cocal-talebano di tanti che fino a ieri erano gli irrisi “terun”, omaggiati da lui e dai suoi compari “lumbard” con un simpatico coretto: “Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i siciliani”.

Affinché risultasse inequivocabile il loro sfregio al ricordo della Liberazione dal nazifascismo, quei sindaci salviniani hanno finto di voler presenziare alle manifestazioni in programma nelle loro città, ma solo per potersi togliere platealmente la fascia tricolore e darsela a gambe non appena la piazza ha intonato l’immancabile “Bella ciao”.

Un caso a parte, meritevole di approfondimento psico-politico, s’è verificato a Riccione, protagonista la legaiola “onorevole al bagnasciuga” che è anche assessora comunale con delega alla nullità. Costei, per rendere esplicito quanto poco apprezzi la Resistenza, s’è fatta tutto il corteo in abbigliamento da spaventapasseri, con quei ridicoli jeans bucati alle ginocchia ad esaltarne l’eleganza “burina”.

La ragione di tanta paura a contaminarsi col 25 aprile è facile da capire. Salvini non poteva certo deludere gli ossequianti fascistucoli di Forza Nuova, così prodighi di complimenti nei suoi confronti quanto zelanti nel ruolo di trucidi caporioni della “pagliacciata defecatoria” che, con tanto di benedicente cialtroneria sacerdotale, ammorba Predappio un paio di volte all’anno.

Né poteva dare un dispiacere agli altri suoi adulatori neofascisti di Casa Pound, con i quali ha ultimamente intessuto un proficuo “giro di case”. Con invidiabile tempismo, la casa editrice di un capobanda di Casa Pound ha infatti pubblicato il libro-intervista di Salvini proprio nel mentre il Viminale diffondeva l’elenco delle case occupate abusivamente, da sgomberare a Roma; nel quale — quando si dice la coincidenza! — il Ministro dell’Interno s’è dimenticato di inserire la casa che gli sgherri di Casa Pound hanno illegalmente trasformato nel loro maleodorante covo.

Ma a Salvini fanno gioco le frequenti strizzate d’occhio alla pezzenteria neofascista, poiché in Italia gli consentono di rubacchiare qualche voto alla comare Meloni e in Europa lo accreditano come partner affidabile di repellenti figuri quali Orban, Le Pen e tutto il restante lordume sovranista.

Sono strizzate d’occhio fatte senza nessuno sforzo, che anzi paiono procurargli un godimento interiore, almeno a giudicare dall’aria compiaciuta di quando omaggia Mussolini, imitandone il tromboneggiare dal balcone del Municipio di Forlì, o prendendone a prestito gli slogan più buffoneschi: «Me ne frego!»; «Io tiro diritto!»; «Tanti nemici tanto onore»; «Chi si ferma è perduto!».

Per non parlare del piglio ducesco che prende il posto di quella sua aria altrimenti tontolona, allorché annuncia che gli alunni di tutte le scuole d’Italia, alla stregua dei “Figli della Lupa” del ventennio, saranno d’ora in avanti obbligati a indossare la divisa-grembiule di “Figli della Lega”. Cosa per la quale pare abbia già messo al lavoro chi gli ha confezionato le circa 200 felpe in stile “tronfio-beota” che è solito ostentare, la cui preferita ha su scritto PS, che potrebbe sembrare l’acronimo di Pori Siòc se letto “in riminese”; o altrimenti di Posto Sicuro, pensando a dove possano essere finiti i 49 milioni rubati dalla Lega agli Italiani.

Vi è tuttavia un provvedimento del quale Salvini, sorprendentemente, risulta uno dei peroranti meno assatanati: la castrazione per reati sessuali. Lui si accontenta infatti della “castrazione chimica”, quando altri eminenti legaioli – Calderoli in testa – propongono da anni la “castrazione chirurgica”.

Se si può comprendere che la Lega – data l’inquietante assonanza lessicale – non aderisse all’idea del “taglio e via” quando il segretario era Maroni, altrettanto non si può dire dell’inaspettata moderazione che oggi mostra Salvini, sulla cui origine esistono due diverse scuole di pensiero.

Una sostiene trattarsi di semplice precauzione politica, nel senso che “nella vita non si può mai sapere…”. Vale a dire che nell’ipotetico e malaugurato caso in cui il destinatario di quel cruento “un zac e via” fosse un sovranista xenofobo di simpatie leghiste, tutti lo riconoscerebbero all’istante, data la vistosa fasciatura… tutt’intorno alla testa.

L’altra scuola fa invece risalire il simil-buonismo di Salvini alla “folgorazione” ricevuta il giorno in cui, a Milano, il piissimo Senatore Pillon gli mise in mano un rosario che lui prese a sventolare a favore delle telecamere, come un gagliardetto del suo Milan. Avrebbe di lì preso avvio il Salvini del “Dio, patria e famiglia”, che s’ispira al Vangelo, sia pure rivisitandolo in alcuni punti. Cosicché l’esortazione evangelica ad “amare il prossimo” diventa “a mare il prossimo…che arriva su di un barcone”; l’amor di patria diventa “prima gli Italiani”; la famiglia diventa “le famiglie”, perché è così importante che… come si fa a non collezionarne un tot?

Questo spiega il vorticoso succedersi di fidanzate salviniane, l’ultima delle quali fa storcere il naso a Di Maio, poiché teme che il governo dei “giallo-verdi” possa diventare il governo…dei “giallo-verdini”. E nel contempo suscita ironie tipo quella del dialogo fra due clienti di un bar dell’entroterra, ascoltato l’altro giorno mentre prendevo un “caffè con uso toilette”. «Cusc’al truvarà mai tot cal beli doni at un cumé Salvini?», domanda uno all’altro: che gli risponde: «Sa vot fei? Us dis pò che enca Sant’Antogni us’è inamurè de baghin…».

Nando Piccari

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