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La Riccione che se la ride nelle commedie di Lo Magro

Giuseppe Lo Magro: “Ho fatto 13. E volendo … quattordici! Raccolta di commedie riccionesi” – Famija Arciunesa.

C’è una cosa che non ho capito e che dovrò chiedere necessariamente a Giuseppe Lo Magro: perché i testi delle sue commedie dialettali sono pubblicati in questo volume solo in italiano. Le commedie in vernacolo di Giuseppe è ormai quarant’anni che vengono rappresentate sui palcoscenici della Romagna da diverse compagnie (“l’Arciunis”, “Attori in corso”, “Almadira”, “Rungaja”). E l’immediatezza del dialetto non è mai reso a sufficienza in una traduzione in italiano. E’ un peccato, perché poteva essere anche l’occasione di avere una raccolta di testi in dialetto riccionese di cui non si hanno grandi tracce.

Lo Magro, classe 1945, riccionese doc, è figura eclettica di operatore culturale (da autore e attore delle sue commedie a scrittore di poesie in italiano, da raccoglitore di motti e detti dialettali che ha editato a presidente di Famija Arciunesa, redattore della sua rivista trimestrale nonché curatore editoriale delle sue numerose pubblicazioni storico e dialettali, tra i fondatori della “Congrega de dialèt arciunes”).

Tutte le sue commedie sono ambientate a Riccione e “spesso nello svolgimento delle azioni sono indicati luoghi conosciuti della Perla Verde. Hanno la caratteristica che i personaggi, gli aneddoti e le situazioni pur frutto di fantasia hanno attinto per gran parte a spunti reali”. L’allestimento di queste commedie ha coinvolto oltre 100 attrici-attori per interpretare i 166 personaggi che le hanno animate.

I titoli delle commedie sono contemporaneamente una provocazione irridente e una sintesi dell’opera che sarà presentata: “Pidriul e i su fiul” (Imbuto e i suoi figli) del 1978; “Scapazoun un è un quajoun” (Scapazzone non è un minchione) del 1979; “L’è fadiga magnè e pèn senza muliga” (E’ fatica mangiare il pane senza la mollica) del 1980; “Un chèlc t’un stinch” (Un calcio i uno stico) del 1983; “Tè sta zèt che ti fat e ciarghin” (Te stai zitto che hai fatto il chierichetto) del 1985; “I sèld iè com i dulur” (I soldi sono come i dolori) del 1987; “Ho scapuzè t’un furminènt” (Ho inciampato in un fiammifero) del 1990; “E diavle e fa al pgnate” (Il diavolo fa le pentole) del 1994; “Ogni frot la su stasoun” (Ogn frutto la sua stagione) del 1994; “Ui è piò mat adfura!” (Ci sono più matti di fuori) del 2000; “Done e amor, gran brusor” (Donne e amore, gran bruciore) del 2006; “L’anandra te guaz” (L’anatra nello stagno) del 2009; “Lofe, sbrèmble e palotle” (Peti silenti, sonori e corposi) del 2016.

L’ironia, il motteggio, la provocazione verbale, l’irrisione, vari tic dei personaggi fanno di questi testi una continua sollecitazione alla risata, al divertimento puro, un po’ “grasso e sguaiato”, ma sincero. Magari con un invito a meditare sulle molte contraddizioni della nostra società in generale, e di quella riccionese in particolare.

Alcuni anni fa, nel 2016, il glottologo Davide Pioggia tenne a Riccione, al Centro della Pesa, un ciclo di tre incontri sul dialetto riccionese (“Asemdarcem”) in cui sostenne che “il dialetto riccionese ha alcune particolarità fonetiche, varianti e alternanze che sono preziose per comprendere lo sviluppo dei dialetti romagnoli e che per questo attirano l’attenzione dei linguisti. Si tratta di ‘reperti fonetici’ che si sono tramandati per secoli di generazione in generazione e che andrebbero conservati e valorizzati come si fa per i reperti archeologici. Molti riccionesi, però, non sono del tutto consapevoli di questa ricchezza, ma anzi restano sorpresi quando gliela si fa notare”. 

Sono convinto che la pubblicazione dei testi delle commedie di Lo Magro nella versione dialettale avrebbe potuto dare a Pioggia un ricco materiale di studio.

Paolo Zaghini

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