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Povero San Gaudenzo da Rimini, fatto fuori da una corrente del suo partito

San Gaudenzo, vescovo, martire e patrono di Rimini che si festeggia domani, ha questa interessante e significativa caratteristica: non fu giustiziato dai soliti paganacci romani perché si rifiutava di adorare gli dei falsi e bugiardi, ma venne trucidato da altri cristiani, ancorché eretici, il 14 ottobre del 360 d. C.

In quel periodo era in corso una specie di sanguinoso derby fra correligionari, divisi fra ortodossi e ariani, gli uni convinti che Dio e Gesù fossero consustanziali, gli altri che il Figlio fosse di natura divina ma inferiore a quella del Padre.

Ci si sbudellava, in senso letterale, per (a noi) incomprensibili sottigliezze teologiche, con una ferocia che doveva lasciare esterrefatti i pochi pagani non ancora massacrati o convertiti a forza. L’arianesimo era preponderante in Oriente, e Rimini, affacciata sull’Adriatico, era un vero e proprio ricettacolo di eretici: Gaudenzo, ortodosso ma orientale in quanto nativo Efeso, era stato inviato a Rimini da papa Silvestro, custode dell’ortodossia, proprio per sgominarli, un po’ come lo sceriffo tosto inviato nella città del Far West dove i banditi dettano legge.

Sfortunatamente, gli ariani furono più veloci: un giorno di ottobre gli saltarono addosso, lo ammazzarono a sassate e bastonate e gettarono il corpo in uno stagno. Pare che il fattaccio sia avvenuta dalle parti dell’attuale via Lagomaggio, e fa impressione pensare che in quelle tranquille zone residenziali una volta si linciassero i vescovi, roba che oggi non succede nemmeno nelle regioni africane dove imperversa Boko Haram.

Il corpo del povero vescovo fu recuperato settant’anni più tardi ed ebbe onorevole sepoltura, ma evidentemente a Rimini continuava a tirare per lui una brutta aria, se un  bel giorno la regina longobarda Teodolinda fece traslare le sue spoglie – tranne il cranio – a Senigallia.

Lì sorse il problema opposto: la chiesa eretta sul suo sarcofago andò presto in rovina, e un notabile di Ostra decise di portare i resti del santo nel suo paese, dove riposano ancora, tranne alcune ossa delle braccia, che sono finite non si sa come a Garaguso, in provincia di Matera. Dove il santo non si festeggia il 14 ottobre, come a Rimini, ma il 14 agosto, perché in ottobre c’è la semina e i fedeli sono impegnati nei campi, mentre in agosto tornano tanti paesani emigrati. Come dire: caro Gaudenzo, qui non è come da voi a Rimini, in ottobre si lavora, quindi ti devi adattare.

Forse è difficile provare per Gaudenzo i sentimenti di affettuosa devozione che ispirano altri divi del calendario, santi più mistici, glamour e spettacolari. Eppure possiede non piccole virtù: per esempio, quella di essere veramente esistito, diversamente a certi San Giorgio e San Gennaro che la Chiesa stessa ha dovuto depennare dai suoi elenchi ufficiali. E poi bisogna riconoscere che il nostro santo cittadino meriterebbe il titolo di patrono delle dinamiche della politica italiana.

Martirizzato non dai nemici, ma dagli esponenti di una corrente del suo partito, pardon, religione. Linciato, ma poi ripescato e riabilitato. Scisso più volte e tirato di qua e di là a seconda delle esigenze. E ormai ridotto a una tradizione cara soprattutto ai vecchi e gradita ai giovani perché comporta un giorno di vacanza. Come le elezioni.

Lia Celi

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