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Quindi lo strangolatore di Riccione non aveva “motivi futili e abietti”

No, il vero mistery annunciato che tiene il pubblico con il fiato sospeso non è il prossimo giallo di Camilla Lacksberg o l’ennesimo noir di James Patterson.

E purtroppo non si tratta di una fiction: il mistero sono le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Bologna ha praticamente dimezzato la pena per Michele Castaldo, l’operaio di Cesena che due anni fa ha strangolato la fidanzata Olga Matei, commessa, nella sua casa di Riccione.

Da trenta a sedici anni: uno bello sconto, praticamente un Black Friday processuale con una settimana di anticipo, a beneficio di un femminicida.

Decisiva pare sia stata la caduta dei «motivi futili e abietti» che in primo grado avevano determinato un verdetto ben più pesante contro Castaldo. Ah, così.

Quindi, secondo dei giudici italiani dell’anno del Signore 2018, possono esistere motivi non futili e non abietti, quindi importanti e rispettabili, dietro l’omicidio di una donna indifesa da parte del suo compagno – e proprio questo non vediamo l’ora di sapere, fra novanta giorni, cosa cavolo frullava nel cervello dei magistrati bolognesi.

E ancora più ansiosi di noi saranno i femminicidi in attesa di giudizio e i loro avvocati, che potrebbero vedersi servito un provvidenziale precedente, e gli aspiranti femminicidi che così potranno fare, come si dice oggi, una più ottimistica analisi costi-benefici (pochi anni di galera, sforbiciabili per buona condotta ecc. Disdetta, dal 2 marzo scorso non possano più ereditare il gruzzoletto della morta: l’approvazione del ddl proteggi-orfani è stato uno degli ultimi atti della legislatura precedente, e meno male, perché con questa maggioranza probabilmente un Pillon ci si sarebbe messo di traverso).

Ad alleggerire la posizione di Castaldo presso i giudici potrebbe essere stato un triste dettaglio: l’uomo era ripetutamente cornificato in passato – non da Olga, bensì dalle sue ex, ma chissenefrega.

Le femmine sono tutte uguali, e si capisce come il poveraccio, carico di rancore, abbia pensato di lavare l’onta arrecata alla sua virilità massacrando l’ultima malcapitata che non gli aveva fatto niente.

O meglio, qualcosa l’aveva fatto: voleva lasciarlo perché era troppo geloso. Con la tipica insubordinazione delle donne d’oggi, Olga rifiutava di sentirsi un oggetto di sua proprietà e addirittura – lo ha raccontato lo stesso omicida, che, come ogni fidanzato di buon senso, si era rivolto a una cartomante per accertarsi della fedeltà della sua compagna – non voleva «neppure ascoltare le mie sfortunate storie d’amore con le altre».

Eh, capperi, questa è grossa. Lui vuole farti lo storico della sua carriera di becco e tu lo mandi a quel paese? Lui vede in te la sua Barbara D’Urso, la sua Maria De Filippi, e tu lo snobbi? Inconcepibile.

Ce n’era abbastanza per rendere più clemente la corte d’Appello. E poi, via: Olga, oltre che donna, era pure un’immigrata moldava, mentre Michele Castaldo era italiano purosangue. E oggi il motto è «prima gli italiani», no?

PS: complimenti all’avvocata che lo ha difeso valorosamente. Era il suo lavoro, e a quanto pare l’ha fatto bene. Ma devo dire che se io fossi un’avvocata rifiuterei di difendere in tribunale chi ha commesso violenza contro le donne. Obiezione di coscienza, come per i medici antiabortisti. A meno che davanti alla legge la vita dei «bambini non nati» abbia più valore della vita tolta a tante, troppe donne, da tanti, troppi uomini.

Lia Celi www.liaceli.it

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