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11 giugno 1289 – Bonconte da Montefeltro muore a Campaldino


11 Giugno 2024 / ALMANACCO QUOTIDIANO

L’11 giugno 1289 Bonconte da Montefeltro è fra i duemila caduti nella battaglia di Campaldino. Ma grazie a uno dei suoi nemici è fra i pochi che passa all’immortalità.

Bonconte era uno dei cinque figli del grande Guido da Montefeltro, leader dei Ghibellini che riuscì a tenere alto il vessillo dell’impero nonostante la rovina della dinastia Hohenstaufen dopo la morte in battaglia di Manfredi a Benevento nel 1266 e la sconfitta due anni dopo del sedicenne Corradino a Tagliacozzo poi fatto giustiziare sulla piazza del mercato di Napoli da Carlo d’Angiò.

Corradino di Svevia decapitato a Napoli

Non si sa in base a quali fonti, si è scritto che Bonconte fosse nato verso il 1250 a Urbino e suo padre Guido intorno al 1220 a San Leo. In realtà è molto più plausibile che entrambi, come tutti i conti del Montefeltro del XIII secolo, abbiano visto la luce nel castello principale di famiglia, che era quello di Montecopiolo o, più correttamente, Monte Copiolo, attualmente in provincia di Rimini. Come bene ha infatti messo in luce Daniele Sacco (“Il Castello di Monte Copiolo. La casa dei duchi di Urbino”, 2020) il titolo comitale “da Montefeltro” attribuito per primo da Federico Barbarossa ad un Antonio probabilmente appartenente alla casata dei Carpegna, non si riferiva a San Leo, che fu quasi sempre feudo dei suoi vescovi, ma al territorio circostante. Centro amministrativo e militare della contea feretrana era appunto il munitissimo fortilizio di Montis Cupioli, eretto forse fin dal X secolo dal re d’Italia Berengario II insieme a San Marino durante la sua lunga resistenza a Ottone I imperatore e poi via via rafforzato.

Il castello di Montecopiolo nella veduta di Francesco Mingucci (1626)

Mentre il padre, raggiunto un accordo con la Chiesa, era confinato ad Asti, nel 1287 Bonconte partecipò alla guerra civile di Arezzo che si concluse con la cacciata dei Guelfi dalla città e l’instaurarsi del vescovo Guglielmino degli Ubertini come vero signore della città. Nel 1288 guidò le milizie cittadine assieme a Guglielmo de’ Pazzi alle Giostre del Toppo, la battaglia in cui i Senesi e i Massetani furono disfatti mentre rientravano da un fallito assedio ad Arezzo condotto in alleanza con i Fiorentini.

La ricostruzione del castello e rocca di Monte Copiolo nella sua fase finale

L’anno dopo nel giorno di San Barnaba, a Campaldino presso Poppi, i Guelfi si presero però la rivincita e in via pressochè definitiva. Come ciascuno sa, alla battaglia prese parte fra i feditori a cavallo del sestiere di Porta San Piero comandati da Vieri de’ Cerchi, anche il 24 enne Durante degli Alighieri: Dante.

Montecopiolo, la “Roccaccia”

Nelle file aretine erano rappresentate le maggiori famiglie feudali fra Appennino e Val di Chiana: oltre ai Pazzi di Guglielmo e Ranieri di Ranieri, i Tarlati di Pietramala e Buatto dei conti di Montedoglio. Non mancavano naturalmente i ghibellini fiorentini fuorusciti: Neri Piccolino, Federigo di Farinata e Lapo di Marito, tutti e tre degli Uberti, Ciante de’ Fifanti, Dante degli Abati e Corbizzo da Pelago. Poi da Orvieto era giunto Guidarello di Alessandro de’ Filippeschi, anchìegli sbandito dalla sua città, cui fu affidato lo stendardo con la nera aquila dell’Impero. E ancora, Uffredo degli Uffredi da SienaLoccio da Toscanella dalla Tuscia, Armaleo da Montenero, Francesco da Senigallia e Lancialotto Pugliese.

La coalizione guelfa era capitanata da Guillaume de Durfort (Guglielmo di Durfort) e Aimeric de Narbonne (Amerigo o Almarico di Narbona), uomini d’arme di professione giunti in Italia con i loro signori Angioini; quindi i fiorentini Vieri de’ Cerchi, Bindo degli Adimari, Corso Donati (in quel momento podestà di Pistoia) e Barone dei Mangiadori di San Miniato.

Bonconte conduceva la cavalleria ghibellina, rinomata in tutta Italia: circa 800 uomini, contro i 1.600 che Firenze schierava insieme ai suoi alleati di Pistoia, Massa, Siena, Lucca, Prato, San Miniato. Più equilibrate le fanterie: circa 8 mila quelle ghibelline, 10 mila le guelfe.

Stemmi dei conti Guidi

Eppure in un primo tempo la carica di Bonconte parve ancora una volta avere successo. Dodici cavalieri scelti nominati “I Paladini” lanciarono nella piana a briglia sciolta i loro poderosi destrieri da battaglia seguiti dal resto della cavalleria ghibellina al grido “San Donato cavaliere!” patrono di Arezzo. I feditori fiorentini furono quasi tutti disarcionati, la linea guelfa si ruppe e arretrò; ma non cedette, arroccata sulla barriera delle salmerie. Il contrattacco di propria iniziativa e contravvenendo gli ordini di Corso Donati e, sullo schieramento opposto, il mancato intervento del podestà di Arezzo Guido Novello dei conti Guidi di Modigliana che stava di riserva con 150 cavalieri, decisero le sorti della battaglia. L’anziano vescovo aretino, in testa ai suoi fanti vestito dell’armatura e impugnando una mazza per non contravvenire al divieto per gli ecclesiastici di portare armi da taglio, ebbe la testa trafitta da una picca. Uccisi anche Guglielmo de’ Pazzi, Loccio da Montefeltro fratello di Bonconte, Guidarello Filippeschi. Fra i Guelfi la vittima più illustre fu il condottiero Guglielmo di Durfort, centrato da un quadrello di balestra; e morirono Bindo Baschiera de la Tosa, Ticcio dei Visdomini alfiere dello stendardo angioino, Guglielmo Bernardi “bailo” di Amerigo di Narbona che a sua volta ebbe il viso sfigurato. Circa 1.700 i morti ghibellini e mille i prigionieri, 300 le vittime guelfe.

La tomba di Guglielmo di Durfort nella Basilica della Santissima Annunziata di Firenze

Bonconte scomparve nel nulla: il suo corpo non fu mai ritrovato. Nel canto V del Purgatorio, fra i più struggenti del poema, Dante attribuisce quella scomparsa a un pentimento in extremis. Un diavolo si sta preparando a portare l’anima di Bonconte all’Inferno, ma l’ultima parola del cavaliere “forato ne la gola” è stata un’invocazione a Maria e l’ultimo atto quello di formare una croce con le braccia. Questo basta per giustificarlo agli occhi di Dio. Un angelo accompagna l’anima in Purgatorio e al diavolo non resta che vendicarsi scatenando a sera un furioso temporale (confermato dalle cronache) che trascina il corpo di Bonconte scivolato nel torrente Archiano in piena fino alle acque tumultuose dell’Arno, sciogliendo il suo segno di croce e disperdendo per sempre tra i detriti (“poi di sua preda mi coverse e cinse”) la povera salma.

Stemma dei Montefeltro

Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

E io a lui: “Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Il plastico della battaglia di Campaldino nel Castello dei Conti Guidi di Poppi

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,

sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse”.

Bonconte da Montefeltro nell’illustrazione di Gustave Doré

(nell’immagine in apertura: affresco di Azzo di Masetto  (1290 circa) nella “Sala di Dante”, Palazzo Comunale di San Gimignano)