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14 giugno 1511 – Rimini si riprende Bellaria, ma è quasi un’umiliazione

Il 14 giugno 1511 Rimini si riprende Bellaria. Ma non è una conquista militare, bensì una compra-vendita, per di più sotto qualche aspetto perfino umiliante. E Bellaria a quell’epoca, come gli altri oggetti della transazione, Bordonchio e Castellabate, non è nemmeno un “castrum”, un castello, ma appena  una “tumba”, cioè una fattoria fortificata.

Ricostruzione del castello di Bellaria alla foce dell'Uso

Ricostruzione del castello di Bellaria (Tumba Bellaere o Tumba Lusii) alla foce dell’Uso

Bellaria, Castellabate e Bordonchio con la sua antichissima pieve di S. Martino, sono infatti sempre appartenute a Riminesi: prima all’abbazia di San Giuliano e poi al Comune e quindi ai Malatesta. Ma con la rovina dei signori di Rimini, anche queste terre così vicine alla città sono tornate alla Santa Sede.

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La stele di Egnatia Chila ritrovata a Bordonchio (Rimini, Museo delle Città)

Si dà però il caso che in quel 1511 arrivi a Rimini il papa in persona, Giulio II della Rovere. Come gli capita spesso, è di ritorno da una campagna militare, questa volta a Ferrara. Purtroppo il pontefice, il cui pessimo carattere è proverbiale, è di umore peggiore del solito. Piombando da Bologna aveva preso Mirandola (in pieno inverno, il Papa anziano e malato aveva diretto le operazioni facendosi portare sul campo di battaglia su di una lettiga), ma alle porte di Ferrara si era poi dovuto ritirare precipitosamente di fronte al Duca estense. Per giunta quel suo nipote, Francesco Maria della Rovere Duca d’Urbino, aveva avuto la bella alzata d’ingegno di ammazzare per la strada il cardinale Alidosi solo per uno sguardo storto.

Tiziano: Francesco Maria Della Rovere, Duca d'Urbino

Tiziano: Francesco Maria Della Rovere, Duca d’Urbino

Come racconta Carlo Tonini, Giulio II, infuriato, “si partì subito da Ravenna nello stesso dì, lasciando supremo comandante dell’esercito il card. Giovanni de’ Medici, e il dì seguente (25 di maggio) giunse in Rimini, ove fu ricevuto dal Clero e dalla nobiltà coi maggiori segni d’onore che alla città furono possibili nella grande angustia del tempo. Ma egli proibì tutte le dimostrazioni splendide e festose. L’animo suo travagliatissimo troppo ne rifuggiva. Nemmeno volle fermarsi nella città, e si ritrasse al monte nel monastero della Nunziata di Scolca“.

Raffaello: Papa Giulio II della Rovere

Raffaello: Papa Giulio II della Rovere

E ora che fare? I Riminesi avevano bisogno di parlare col Papa a tutti i costi. Troppi i problemi di una città in via di spopolamento, impoverita dalla perdita di tutto il dominio malatestiano e ancora paralizzata dalle lotte intestine. Infatti, “i nostri, volendo trar profitto della venuta del papa, avevangli già mandati oratori a Bologna per ottenere grazie e privilegi”. Tornando però con le pive nel sacco. Ma ora il papa era qui e “sapevasi che sarebbesi fermato più settimane”.

Dunque, preso il coraggio a due mani, i Riminesi risalgono il colle di Covignano fino alla Scolca. La missione presso il Papa è sempre la stessa: “Comporsi con esso in riguardo ai beni posseduti dai Malatesti, quali erano la Tomba di Bellaria, Bordonchio e Castellabate, e circa la somma da pagarsi per essi alla Camera”. Perché già si sapeva che per riavere quei domini si sarebbe dovuto scucire la borsa.

L'abbazia di S. Maria Annunziata della Scolca, che sovrasta la città di Rimini

L’abbazia di S. Maria Annunziata della Scolca che sovrasta la città di Rimini

“Al quale effetto – prosegue Tonini – gli mandarono oratori Giacomo Catani, Antonio di Paolo Dini e Gaspare Mazoli con ordine di trattarne direttamente col papa se avessero potuto, e se no, per mezzo del Cardinal di S. Vitale. Non sappiamo se col papa direttamente gli oratori parlassero: ma quel che è certo si è che essi riferirono al Consiglio che il papa voleva in compenso dei detti beni la somma di fiorini 1506 da pagarsi in tre uguali rate dall’agosto 1512 al gennaio 1513, e di più voleva fidejussori il vescovo della città e l’abbate di S. Gaudenzo, o pure otto o dieci buoni cittadini”.

Non proprio a buon mercato, ma affare fatto. Il Consiglio stanzia la somma e due giorni dopo arriva “il breve della concessione di quei luoghi”.

Il palazzo di Castellabate, che sorge sul luogo della tumba appartenuta all'abbazia di San Giuliano

Il palazzo di Castellabate, che sorge sul luogo della tumba fondata dall’abbazia di San Giuliano

E così il 14 giugno 1511 il Comune di Rimini può prendere legittimamente possesso delle tre agognate “tumbae”. Intanto, il nobile riminese Pietro Tingoli rimedia pure un incarico da Tesoriere apostolico di Rimini. Pare dunque che l’umore pontificio volga al bello e che ci possa scappare qualche altra concessione.

Macché: “Si trattenne il Pontefice nel monastero di Scolca parecchi giorni. Ma l’amenità di quel colle non valse a levargli dall’animo la tristezza, ond’era compreso. Che anzi la malinconia in lui si aumentò, come ci fa sapere il Clementini, per l’orribilità di triplicati e spaventosi terremoti, che gran pezza continuarono: talché il primo di giugno sceso al porto si partì sopra una galea alla volta di Roma”.

Ai Riminesi, fra un sisma e l’altro, non resta che continuare nei tentativi di “aggregare nuovi cittadini all’effetto di ripopolar la città che per le passate fortunose vicende era ornai divenuta deserta, a reprimere l’audacia ognora più crescente de’ malfattori, a rivendicare e mantenere il recente acquisto dei beni Malatestiani di Bellaria e Bordonchio”.

Già, perché nemmeno quella faccenda sta filando liscia. Si è messo di mezzo Giovanni Sassatelli che ha occupato manu militari le terre appena riacquistate, “onde lo si ebbe a cacciare perfin coll’armi”. E non dovette essere neppure un’impresa da poco, perché l’imolese Giovanni Sassatelli, detto “il cagnaccio”, con la sua banda di 500 cavalieri annidata a Bellaria, era uno dei più temibili capitani di ventura del tempo nonché sfacciatamente certo di ogni impunità, essendo al servizio proprio di Giulio II, che lo aveva colmato di onori.

Giovanni Sassatelli detto “il cagnaccio”

Un’altra idea che circolava in Comune era di appropriarsi dei beni malatestiani che erano finiti a privati cittadini. In fondo, si argomentava, tanto tempo fa molti di quei possessi erano proprio del Comune di Rimini e solo in seguito i diritti municipali si erano intrecciati con quelli dei signori Malatesta. Ma subito arrivano i fulmini papali, poiché “il Pontefice, come ne ebbe avviso, ne fu grandemente sdegnato, non essendo stata sua mente, nel concedere al Comune il breve di cessione dei beni Malatestiani, che dovessero venirne spogliati que’ cittadini, che li possedevano con buone ragioni”.

In compenso il nuovo governatore pontificio, il vescovo di Castro, mette tutti in riga: “Con un bando pubblicato agli 11 del mese di giugno, vietando le pericolose conventicole, e andare attorno di notte senza lumi e senza legittima causa, i giuochi non leciti o, come si dicono, d’azzardo, il fare ostacolo alla forza pubblica nell’esercizio del suo ministero, il libero stare e andare per la città alle femmine di mala vita, e a quanti altri malviventi di tal genere; e il tutto sotto le pene pecuniarie e dei tratti di corda in conformità de’ patrii statuti”.

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