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20 aprile 1791 – Cagliostro passa da Rimini per essere rinchiuso a San Leo

Il 20 aprile 1791 “passò per Rimini Giuseppe Balsamo da Palermo, famoso Conte di Caliostro, trasportato nascostamente in carrozza al Forte di San Leo“, riferisce un recsocontro trvato da Necio Matteini nella Biblioteca GambalunghianaLo si trasportava “nascostamente”, ma tutti sapevano chi c’era in quella carrozza. Una celebrità internazionale, “il famoso Cagliostro”, conferma Carlo Tonini, che peraltro omette di omaggiarlo col preteso titolo di “Conte”. Ma chi era dunque quel personaggio il cui passaggio non era passato insosservato da alcun riminese?

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Il 7 aprile 1791 il Sant’Uffizio aveva condannato Cagliostro con questa sentenza:

«Giuseppe Balsamo reo confesso e respettivamente convinto di più delitti, è incorso nelle censure e pene tutte promulgate contro gli eretici formali, dommatizzanti, eresiarchi, maestri e seguaci della magia superstiziosa, come pur nelle censure e pene stabilite tanto nelle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII e Benedetto XIV contro quelli che in qualunque modo favoriscono e promuovono le società e conventicole de’ Liberi Muratori, quanto nell’Editto di Segreteria di Stato contro quelli che di ciò si rendano debitori in Roma o in alcun luogo del Dominio Pontificio.
A titolo però di grazia speciale, gli si commuta la pena della consegna al braccio secolare nel carcere perpetuo in una qualche fortezza, ove dovrà essere strettamente custodito, senza speranza di grazia. E fatta da lui l’abjura come eretico formale nel luogo della sua attual detenzione, venga assoluto dalle censure, ingiungendogli le dovute salutari penitenze».

La cella del tesoro

La cella del tesoro

Il sedicente Conte abiura il 13 aprile e puntuali arrivano le “dovute salutari penitenze”. L’11 settembre viene trasferito dalla già misera cella cui era stato assegnato nel Forte di San Leo, quella “del tesoro”, nella peggiore che si fosse potuta ricavare: chiamata il Pozzetto, perché priva di porta.

Da una botola del soffitto, unico accesso, il detenuto viene calato in una segreta di dieci metri quadrati, munita di una finestrella appena più larga di una feritoia, con una triplice serie di sbarre da cui si possono vedere le due chiese di San Leo e a stento un fazzoletto di cielo.

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Probabilmente per impietosire e acquisirsi la nomea di pentito, il prigioniero mostra all’inizio grande devozione, espressa da continue preghiere e frequenti digiuni: dipinge sul muro immagini religiose e ritrae se stesso, che si batte il petto in segno di contrizione e tiene nell’altra mano un crocefisso; disegna anche una Maddalena in penitenza. Ma inizia presto a dare segni di instabilità psichica, segnata da violente ribellioni e da crisi mistiche.

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Nel dicembre del 1793 ottiene il permesso di scrivere al Papa. Spera di convincerlo del suo pentimento, ma afferma di avere visioni che lo fanno ritenere un santo, scelto da Dio perché predichi al mondo la necessità di un generale ravvedimento. Naturalmente, non viene preso sul serio. Continua a dipingere, ora immagini devote, ora blasfeme.

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Il 23 agosto 1795 è trovato semiparalizzato nel suo tavolaccio. Scrive il cappellano della fortezza, fra’ Cristoforo da Cicerchia: «Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne’ quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de’ quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti coloro che si abbandonano alla intemperanza de’ piaceri in questo mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto dalla sua prigione per ordine de’ suoi superiori, e fu trasportato al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a cui non aveva quell’infelice voluto mai credere».

Cagliostro muore il 26 agosto 1795, verso le 22.30; viene sepolto senza cassa, nella nuda terra e senza alcuna indicazione, con un fazzoletto sul volto e un sasso sotto la testa. Sulla sua sepoltura mai più ritrovata, come su tutta la sua vita, continuano a fiorire le leggende.

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Disse Cagliostro a proposito di se stesso al Procuratore generale di Parigi nel 1786:

«La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce.
Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero.
Partecipando coscientemente all’essere assoluto, regolo la mia azione secondo il meglio che mi circonda. […]
Io sono colui che è.
Non ho che un padre; diverse circostanze della mia vita mi hanno fatto giungere a questa grande e commovente verità; ma i misteri di questa origine e i rapporti che mi uniscono a questo padre sconosciuto, sono e restano i miei segreti. […]
Ma ecco: sono nobile e viandante, io parlo e le vostre anime attente ne riconosceranno le antiche parole, una voce che è in voi e che taceva da molto tempo risponde alla chiamata della mia; io agisco e la pace rinviene nei vostri cuori, la salute nei vostri cuori, la speranza e il coraggio nelle vostre anime.
Tutti gli uomini sono miei fratelli, tutti i paesi mi sono cari, io li percorro ovunque, affinché lo Spirito possa discendere da una strada e venire verso di noi.
Io non domando ai Re, di cui rispetto la potenza, che l’ospitalità sulle loro terre e, quando questa mi è accordata, passo, facendo attorno a me il più bene possibile: ma non faccio che passare. Sono un nobile viandante? […]
Io sono Cagliostro».

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