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24 novembre 1694 – “Il Villano smascherato”, tesoro di notizie sulle tradizioni contadine

“Il Villano smascherato, operetta ridicolosa di Girolamo Cirelli” è un manoscritto datato in “Rimini, 24 novembre 1694”.

G.L Masetti Zannini lo diede alle stampe per la prima volta nel 1967 sulla Rivista di storia dell’agricoltura con il titolo “Un trattato inedito e sconosciuto sulle tradizioni dei contadini romagnoli”. E in effetti proprio di questo si tratta: la prima raccolta degli usi e costumi che per secoli hanno regnato nella campagne, soprattutto riminesi. 

Gli studiosi sono quasi tutti concordi nell’attribuire l’operetta all’abate Giovanni Antonio Battarra, che l’avrebbe in realtà scritto nel Settecento accanto alla sua celebre “Pratica agraria” (1778),  lavoro che lo fa riconoscere come il pioniere della scienza folcloristica italiana.

Giovanni Antonio Battarra

“Il villano smascherato” è ancora una vera miniera di informazioni sulle tradizioni contadine, nonostante l’autore le descriva con dileggio e con l’intenzione di satireggiare sulle “malizie” dei campagnoli, dall’alto della sua cultura e del suo essere invece “di città” (l’abate era però nato da un’umile famiglia alla Pedriola di Coriano).

Vasto spazio trovano le abitudini gastronomiche, come quelle nelle occasioni di festa. Per esempio ai matrimoni «i cibi sono grossolani: carni di bue, vitello e pollami, ma il tutto poco cotto e stagionato», mentre invece le classi alte preferivano allora lunghe frollature e cotture ripetute. Il “Cirelli” inorridisce poi all’uso di bere il brodo dal piatto, «come fanno i porci», di appoggiarsi coi gomiti sulla tavola, «come animali alla mangiatoia».

Appaiono poi le citazioni di quelle che per noi sono delizie, ma che all’autore apparivano solo come goffi tentativi del villico di far bella figura con l’ospite, cui si offrivano rustici piatti quali «lasagne, macheroni, tagliavolini per menestra». Anche questi sono consumati mangiando «come porci». E di porco o pecora è la carne che i villani mangiano di solito; quando la mangiano.

Nonostante le ironie dell’operetta “ridicolosa”, in noi desta invece commozione leggerne alcune righe. Per esempio quelle dedicate alla sacralità di certi cibi: «Se per sorte vedessero i villani gettar per terra pane, sale oppure ovo benedetto se lo arrecherebbero a grandissimo sacrilegio». Il pane, addirittura, c’è chi non osa tagliarlo col coltello «per non ferirlo», mentre le briciole vanno religiosamente raccolte.

Ma non si parla solo del mangiare. Infinite sono le notizie sulle su rituali ancenstrali che ancora sono ben vivi. Come quelli di fidanzamento, che fra l’altro si dovevano tenere in un periodo dell’anno ben preciso e cioè quello del Carnevale.

Il corteggiamento avviene accompagnando un invito al ballo con «pomi o aranzi o limoni o castagne», che poi le ragazze «si mostrano l’una con l’altra quasi come trofeo della propria bellezza», mentre le madri prendono in consegna i doni «e li portano a casa a modo che siano da tutti veduti e massime da quelle donne che ànno figlie che facciano l’amore poiché sempre tra queste regna invidia e gara».

Infine, «Costumano ancora l’ultimo giorno di Carnevale fare in ogni casa i macheroni, ed i favoriti vanno in quella sera intorno alla casa dell’innamorata, sbarrando (sic) una gran quantità d’archibugiate, pretendono con questi onori guerrieri farsi cosa grata, quasi che il fuoco dell’archibugio dimostrasse quella fiamma amorosa che nutriscono in seno. Allora i parenti dell’amata per segno di gratitudine con un bellissimo piatto di macheroni e torta vanno a presentare a giovani, che ciò si recano a grandissimo favore».

C’era anche però anche l’altra faccia della medaglia, che desta assai meno nostalgia: le ragazze da marito che entro la fine del Carnevale non avevano trovato l’anima gemella, sia perché avessero rifiutato le proposte, sia perché non ne avessero ricevute, rischiavano seriamente il pubblico ludibrio con la crudele usanza della “fagiolata” (fasulèda, fasulera): nottetempo qualcuno (innamorati respinti, amiche invidiose, semplici malvagi) spargeva fagioli, ma anche ortiche, fieno, penne, barbe di granturco, semi di zucca o zucca cotta, sale, stracci, corna di bestie, foglie d’edera o altro ancora davanti alla casa della poveretta e spesso lungo tutta la strada che conduceva a essa. E non di rado la ragazza non si sposava più.  

Una delle varianti dello charivari, spietata forma di controllo e sanzione sociale cui nessuno poteva sfuggire, in Romagna come tutta in mezza Italia, in Francia o in Inghilterra.

Scena di charivari, inizio del XIV secolo (dal Roman de Fauvel )

Ma se invece un fidanzamento andava a buon fine, il matrimonio occupava ben due giorni: «Fatte le pubblicazioni, sieguono le nozze che si celebrano appo loro il giorno avanti il sposalizio. Sogliono far queste nozze la maggior parte in giorno di domenica, e in quel giorno gli sposi sempre camminano assieme e del pari, che questa è un’usitata cerimonia. Il lunedì poi siegue il sposalizio, e il lunedì a sera conducono a casa la sposa».

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