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26 luglio 1611 – A Rimini si contano i morti: di garbino

Cesare Clementini, nel suo Racconto Istorico della Città di Rimino (1617), inframezza spesso i fatti del passato con quelli di cui è stato testimone. E così, nel narrare di un terrificante 29 luglio del 1292, quando «fu così eccessivo caldo, ch’il vento il quale spirò, piuttosto fuoco, che aura calda rassembrava», riconosce subito il colpevole di tanta arsura: il garbino. E quindi non può fare a meno di annotare quanto ne aveva dovuto patire lui, assieme a tutti gli altri Riminesi, pochi anni prima, nel luglio del 1611.

Clementini ricorda bene anche la data e perfino l’ora in cui giunse quell’ondata di calore: era il 6 luglio, di mercoledì, «alle quindici hore». La porta il «vento Garbino, in Romagna chiamato, tanto eccessivamente caldo, che più tosto rassomigliava a pura vampa di fuoco, che vento, e non permetteva di camminare, o pratticare strade della Città di Rimino, non che la campagna aperta; posciacchè levava il fiato alle persone».

Come scampavano all’afa quando aria condizionata e refrigeratori non comparivano nemmeno nelle più sfrenate fantasie? «Era necessario per vivere, rinchiudersi nelle sotterranee stanze, con fenestre, e porte, molto ben ferrate». Del resto, dove andare? «Stavano le botteghe tutte chiuse, il camminar discalzo era impossibile, perché la terra ardeva, e abbrugiava le piante de’ piedi». Anche perché i più camminavano scalzi e non solo in estate.

Ma seppellirsi nelle cantine non poteva bastare, senza contare che non tutti ne possedevano. E poi c’erano gli animali domestici: «Le bestie gemevano, non trovando, dove ricoverarsi». Ma c’è di peggio: «In detti giorni nella Città, e Contado, morirono diece donne, e quattro huomini di morte subitanea, e una parte per troppo bevere».

Perfino i «panni lini», cioè le lenzuola stese ad asciugare, si rovinavano come fossero passati per delle fornaci.

Finalmente il 25 luglio tutti ringraziano San Giacomo e San Cristoforo, che si festeggiano quel giorno: piove. E incredibilmente, è «gelata pioggia», una grandinata che abbassa talmente le temperature per cui sembra di stare in «aspro verno».

La pausa è però di breve durata. Il 26 luglio il sole torna implacabile a dardeggiare e i santi del giorno Sant’Anna e San Gioacchino non riscuotono altrettanta gratitudine dei predecessori. E poi, il 3 di agosto, sempre un maledetto mercoledì, «alle dicinove hore sopragiungendo il medesimo vento Garbino, portò seco l’intenso fuoco».

Il cavalier Clementini, come tutti coloro che potevano permetterselo, se ne scappa più in alto che può: «Mi trovai nel Castello, e nella Rocca, di San Giovanni Ingalilea, sopra quell’aspro monte». Vi incontra un bel po’ della nobiltà riminese e dai più anziani «fu fatta fede che mai in sessant’anni avevano mai sentito ne caldo simile, ne vento sì infocato».

E la lunga estate calda pare non finire mai: «Si seccarono molte fontane, e vivare d’acqua,e s’asciuttarono infiniti pozzi». Mentre «le olive che restarono sopra gli arbori (benché in poca quantità), tutte s’inverminirono».

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