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26 settembre 1846 – “Guerra fra bande”, Santarcangelo si scusa con Rimini

Dopo il plumbeo pontificato di Gregorio XVI, l’avvento al soglio pontificio del «Card. Giovanni Maria Mastai Ferretti di Senigallia, uomo in sui 54 anni e molto accetto a tutti per le note sue qualità di gentilezza e moderazione» suscitò grandi speranze ovunque, ma soprattutto nelle sempre agitate Romagne, che avevano contribuito in mode determinante a saturare le carceri papali di detenuti politici. La sua brava parte l’aveva fatta anche Rimini che quindi attendeva con ansia i tradizionali provvedimenti di clemenza che accompagnavano ogni nuovo regno, compreso quello del Papa.

Papa Pio IX

Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti)

Pio IX non deluse le aspettative, anzi andò anche oltre: già il 20 luglio 1846, a nemmeno un mese dalla sua incoronazione (e a quattro giorni dalla decisione presa), «giunse a Rimini in via privata la notificazione – scrive Carlo Toninicolla quale egli concedeva il tanto aspettato perdono a tutù i carcerati e processati politici: onde la gioventù prese subito a gridare Viva Pio IX, e a correre intorno per la città, invitando tutti a mettere i lumi alle finestre: e in un attimo apparve generale lietissima luminaria. Piangevasi ovunque di tenerezza; benedicevasi in mille guise il novello Gerarca; le grida di giubilo dalla ròcca, ove erano i detenuti, facevano eco a quelle de’ cittadini. I pochi, che mal vedevano il magnanimo atto pontificale, erano costretti a soffocare nella strozza le voci della disapprovazione loro».

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Disapprovazione da una parte, raddoppiato giubilo dall’altra, visto che il perdono papale non è universale, ma significativamente riservato solo ai detenuti politici. Tant’è vero che nella Rocca di Rimini dopo il 22 luglio, quando la notifica diviene ufficiale, restano dietro le sbarre quattro condannati per reati comuni ma appartenenti alle categorie meno amate da liberali e mazzianiani: un ecclesiastico, un impiegato pubblico e due militi. Avanti di nuovo con le luminarie, e in aggiunta  fiaccolate e rinnovate grida di “Viva PIo IX!” con ramoscelli d’ulivo in mano, mentre «la banda suonò quasi tutta la notte».

Vale la pena di soffermarsi su questo particolare. La banda cittadina è infatti uno degli elementi più importanti – e spesso sottovalutati – che caratterizzano tutto l’Ottocento e che in Italia ha letteralmente “fatto il Risorgimento”. Un secolo in cui la vita pubblica avveniva a teatro e il melodramma era in assoluto il mezzo di comunicazione più potente, la musica eseguita pubblicamente – mentre prima le bande suonavano solo per le corti e gli eserciti – era sentita come la conquista democratica più vicina all’agognata guardia civica: se non poteva provvedere da sé alla propria sicurezza, la città per lo meno garantiva alla popolazione il soddisfacimento di un bisogno altrettanto primario, la musica. E infatti le bande civiche discendono direttamente da quelle degli eserciti. Modello per tutte, la turca Mehter la banda militare del sultano, la più antica del mondo essendo nata nel 1326.

La Mether, celeberrima banda militare del sultano ottomano

E degli eserciti le bande musicali mantengono divise e ordinamenti militari. Nell’Italia dell’Ottocento non di rado sono poi malcelati nuclei politici, in grado di organizzare collette e manifestazioni, nonché già inquadrati anche per prendere all’occorrenza le armi.

Non solo. In un’epoca in cui anche l’ultimo dei braccianti sapeva a memoria le arie delle opere e apparteneva a questa o quella fazione di melomani, la banda rappresentava per una città quanto oggi potrebbero essere una squadra di calcio sommata a un partito politico. Le rivalità di campanile erano acerrime e gli episodi goliardici all’ordine del giorno; ma non di rado – giravano praticamente tutti armati – trascendevano in risse, duelli, faide.

Frontespizio del Regolamento della Banda di Rimini, 1858

«Come afferma lo storico riminese Giulio Cesare Mengozzi– recita la storia della Banda di Rimini il ricordo più sicuro della presenza di una Banda municipale a Rimini risale al 1828 e si riferisce ad un gruppo di 30 “Buoni suonatori” diretti dal M° Salustri».

Ma tornando alle giornale di feste dell’estate 1846, le bande vi compaiono sempre. E non solo quella di Rimini, poiché le liberazioni di prigionieri continuano e per festeggiare quelli scampati al “carcere di massima sicurezza” di San Leo arrivano in città anche le bande di Santarcangelo e di Savignano. E’ poi la banda che accompagna la messa cantata in Cattedrale, «eseguita da eccellenti professori di canto e di suono, i quali erano stati alcuni giorni innanzi in Longiano per la solita annua festa di quel Crocifìsso»; ed è ancora la banda che fa da contrappunto ai «bellissimi fuochi d’artifizio composti dai nostri pirotecnici».

Il tutto applaudito da una folla di turisti, perché Rimini sta vivendo le sue primissime stagioni balneari: «Immenso fu il concorso de’ forastieri, avendovi eziandio contribuito l’occasione dei bagni, i quali in quell’anno pel caldo eccessivo, che fece, e per la lunga siccità furono migliori e più frequentati del solito».

Si noti, per inciso, che per la prima volta la siccità non è più considerata, come dalla notte dei tempi una calamità. Al contrario ora grazie al pur neonato turismo è diventata una benedizione per città .

Dopo ai reclusi liberati dalle carceri, si pensa a quelli che erano scappati in esilio  e di nuovo la banda è in prima fila: «I Filarmonici della città diedero più recite a benefìcio di quei poveri emigrati, che non aveano mezzi per tornare in patria. Per più sere sul palco scenico del teatro pubblico furono cantati inni in lode del Pontefìce. E feste bellissime pur si fecero in Santarcangelo, alle quali intervenne la banda di Rimini».

Ma questo punto il cronista si fa reticente. Alle “feste bellissime” di Santarcangelo deve essere successo qualcosa di poco bello. Cosa, Tonini non lo dice. Si limita a riportare che «i riminesi accorsivi non vi ebbero, come fu detto, quel trattamento gentile, che loro si doveva».

Doveva essere una mancanza di “gentilezza” ben grave, se il Comune di Santarcangelo si sentì in dovere di presentare addirittura scuse ufficiali a quello di Rimini inviando all’Arengo perfino una delegazione in pompa magna: «A’ 27 di settembre (il Comune di Santarcangelo) mandò una deputazione in forma a presentare al Comune di Rimini una bandiera bianca e gialla col motto — Gli Arcangeliani ai Riminesi — ; la quale, dopo di essere stata esposta tutto il giorno sulla ringhiera del palazzo, verso sera fu portata in giro col seguito della banda e di altre sei bandiere pontifìcie recanti il motto di — Viva Pio IX!».

Il fatto per Tonini innominabile riguardava la mala accoglienza della banda riminese a Santarcangelo: un’offesa che poteva costare molte teste rotte, se non peggio. Per scongiurare guai quanto meno inopportuni in giorni che dovevano essere di gaudio, le autorità municipali della “capitale della cipolla” non esitano a spiegare al vento le bandiere più affettuose verso il “la città dei seppiolini”. E per fortuna che si tratta solo di bande musicali.

La banda di S. Giovanni in Marignano nel 1888

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