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3 dicembre 1655 – La regina Cristina di Svezia a Rimini, Cattolica e Riccione

Il 3 dicembre 1655 «alla Cattolica fu incontrata la Regina Cristina di Svezia da Monsignore Gasparo Liscari, nobile nizzardo, cavaliere insigne e gentilissimo, nipote del Gran Maestro della religione di Malta, vicelegato d’Urbino. Comparve assistita da una compagnia di corazze, capitanata dal conte Alfonso Santinelli, cavalier principale della città di Pesaro, che poi servì per tutto quello stato Sua Maestà. Un buon corpo di soldatesca qui squadronate con una copiosa salva di moschettate la salutò al passaggio».

Lo stemma dei Vasa, Re di Svezia

Con questi onori la Regina di Svezia viene accolta nella Legazione d’Urbino prima ancora che vi metta piede. Nulla, a confronto a quanto è accaduto il giorno prima a Rimini, come in tutte le città italiane che la sovrana sta toccando nel dirigersi a Roma.

Cristina è la Regina di uno degli stati più fieramente protestanti d’Europa; ma dopo una profonda crisi religiosa ha scelto il cattolicesimo ed ha abbandonato il trono e la sua Svezia per stabilirsi nella Città Eterna. Un formidabile motivo di propaganda per la Chiesa cattolica e per il papa da poco eletto Alessandro VII.

A Porta del Popolo, dove inizia la Via Flaminia, Cristina fu trionfalmente accolta a Roma

I toni del cattolico Carlo Tonini, che pur scrive due secoli dopo gli eventi, sono significativi.

Riguardo la tappa riminese della Regina, tramanda che «giunse in questa città il 2 decembre del 1655. Fece il suo ingresso a cavallo in mezzo a due Cardinali, l’un de’ quali era il Legato Acquaviva. Ma prima era stata incontrata al Rubicone dai Monsignori Bentivoglio, Toreggiani, Caravioli e Cesarini, non che dal Governatore di Rimini e da molta Nobiltà riminese con loro cavalli bellissimi, pomposamente bardati: innanzi ai quali tutti procedeva la compagnia de’ soldati a cavallo comandata dal Capitano Cattani».

«Dalle Celle fino al luogo detto la Sacra Mora stavano schierate le milizie in numero di 1500 uomini. Come quivi la Regina fu giunta, dalla Fortezza si cominciarono a trarre colpi d’onore, e si continuò fino a che essa fu pervenuta al palazzo consolare sulla piazza della Fontana stupendamente addobbata».

In piena epoca barocca, la magnificenza delle feste di piazza non era rara e tanto meno una specialità riminese. Ma certamente la città quella volta volle “un evento” memorabile: «Sulla detta piazza erano stati apparecchiati dei fuochi d’artifizio, in forma di una vergine, rappresentante la stessa regina, la quale coperta di galea o d’elmo il capo, avente a lato il vigile gallo, nella destra una face e nella sinistra un libro, stava in atto di scagliarsi contro l’Idra Lernea quivi appresso collocata. Alla base della statua della regina erano scritte queste parole:

Christinae Svecorum Regina./ Cave, quisquis es/ Ne in sua urbe Herculem raeferas/ Ipsa verius/Sapieniiae igne Arctoam, quam non secuit/ Combura Hidram.

I festeggiamenti per Cristina a Palazzo Barberini di Roma

«Alla porta della città aveala già incontrata il Magistrato riminese a cavallo coi romboni indosso e con gualdrappe di velluto nero ai cavalli. Al palazzo la ricevette il capo Console Annibale Nanni. La Regina veniva seduta sopra un cavallo armellino, vestita di un giuppone di velluto nero, e con cappello in testa. Cinquanta uomini armati di sua nazione la seguivano. Oltre la statua della regina e dell’Idra ne era stata eretta anche una terza rappresentante la Sapienza o la Forza. Ad un’ora di notte fu dato fuoco all’Idra e la statua della Regina si mosse tre volte in atto di minaccia: e insieme prese a gittare molti fuochi, i quali durarono per lo spazio d’un’ora finché l’Idra fu abbruciata».

«Intanto tutte le dame della città si allestivano per una suntuosa festa, poiché essendo stato addimandato a sua Maestà se le gradiva il ballo, questa ne accolse la proferta: e la festa riusci nobile, pomposa, e di grande ammirazione per la ricchezza degli addobbi, per fastosi abbigliamenti delle dame, e per tutt’altro».

«La mattina della sua partenza tutte le strade e le finestre erano nobilmente ornate di tapezzerie, tanto che la Maestà Sua restò ammiratissima e soddisfattissima di tanti onori. Ripassò poi nel 1656 e nel 1657: e in quest’ultimo anno, pel contagio che era in Roma, dovette fermarsi a fare la contumacia nella villa di Riccione».

Ritratto equestre di Cristina di Svezia

Ma la Regina non è una turista in gita di piacere, avanguardia delle schiere di scandinave che avrebbero trascorso le vacanze sulla riviera romagnola.

Cristina di Svezia, o Cristina Alessandra Maria dopo la conversione al Cattolicesimo, (Stoccolma, 18 dicembre 1626 – Roma, 19 aprile 1689), fu una grande sovrana e una donna dalla straordinaria personalità: coltissima, forte, anticonformista, libera. Era stata incoronata nel 1632, quando aveva appena 6 anni, ma ebbe pieni poteri solo dal 1650, fino all’abdicazione avvenuta nel 1654.

Cristina ritratta nel 1661

Figlia di re Gustavo II Adolfo Vasa – uno dei campioni del protestantesimo durante la Guerra dei trent’anni, di cui fu assoluto protagonista – e della regina Maria Eleonora del Brandeburgo, suscitò grande scandalo quando nel 1654, nel pieno di una profondissima crisi religiosa, si convertì al cattolicesimo e abdicò in favore del cugino Carlo Gustavo, che divenne re Carlo X.

Temendo le reazioni e le vendette dei protestanti lasciò subito la Svezia per trascorrere il resto della sua esistenza in vari Paesi d’Europa, stabilendosi poi definitivamente a Roma dove si occupò di opere caritatevoli, di arte, musica e teatro in un movimento culturale che, dopo la sua morte, portò alla fondazione dell’Accademia dell’Arcadia nel 1690.

Era era stata educata dal padre per regnare, perché già la Svezia ammetteva che una donna, se unica erede, avesse la precedenza sul trono su fratelli illegittimi, cugini o altri famigliari. Della sua intelligenza fu detto che era fuori dal comune e lei la applicò appassionatamente agli studi.

Pur spossandosi a lavorare dieci ore al giorno, non brillò altrettanto nella politica, trascurando gli affari di stato fino a suscitare malcontento nella popolazione. Tutti i suoi sforzi furono invece dedicati a fare di Stoccolma l’“Atene del nord”, trasferendovi un tesoro di libri e capolavori, proteggendo artisti e musicisti, scienziati (scambiava lettere con Pascal e volle alla sua corte Cartesio; che vi morì, a quanto pare, di freddo) e compagnie di teatro, di cui era innamoratissima.

Cristina (a sinistra) con Cartesio (a destra)

Ignorò  e anzi alimentò lei stessa l’oceano di pettegolezzi che circolavano in tutta Europa. Dichiarò apertamente di non volersi mai sposare, ma tutti sapevano che la “Regina vergine” aveva avuto per anni una relazione col cugino Carlo. Amava gli esercizi fisici, cavalcava, cacciava e sparava come un uomo. E l’accusa che più volte le fu scagliata addosso fu quella di preferire le donne.

Lei, invece di smentire, nel 1657 da Pesaro scriveva parole come queste: «se voi non avete dimenticato la facoltà che avete su di me, vi ricorderete che sono già dodici anni che sono posseduta dall’essere amata da voi. Infine, io sono vostra in una maniera per cui è impossibile che voi mi possiate perdere, e non sarà altro che con la fine della vita che io cesserò di amarvi»: erano indirizzate a Ebba Sparre, considerata la più bella donna di Svezia, che Cristina amò appassionatamente per tutta la vita e anche durante il suo lungo esilio.

Ebba Sparre

Alla corte pontificia fu detta “la Regina di Roma”. E non certo da pia suddita del Papa, ma da regina continuò a comportarsi, entrando prima o poi in contrasto con tutti i pontefici che si succedettero durante la sua permanenza quarantennale.

Il cardinale Decio Azzolino

Dall’amore (disperato e platonico) con il cardinal Decio Azzolino, all’esecuzione sommaria nel suo palazzo del marchese Monaldeschi (accusato di spiarla per conto dei nemici), i grattacapi per il papato che l’aveva così golosamente accolta non mancarono mai.

Cristina dimostrò il suo formidabile temperamento anche nel vestire: dileggiata per la trasandatezza e la netta preferenza verso gli abiti e le scarpe maschili, la sua femminilità parve fiorire al cospetto della castigatissima corte pontificia, dove a un certo punto esibì vestiti sfarzosi e décolleté vertiginosi «con gran dispiacere del papa».

Cristina in età matura

Altri e ancor più seri motivi di preoccupazione per i pontefici fu il mondo in cui Cristina interpretò il suo fervente cattolicesimo: molto, troppo tollerante. Al punto di assumere come suo teologo privato il sacerdote spagnolo Miguel de Molinos, perseguitato dall’Inquisizione. Cristina gli inviò cibo e centinaia di lettere mentre questi si trovava rinchiuso a Castel Sant’Angelo.

Nel febbraio del 1689 la sessantaduenne Cristina si ammalò seriamente dopo una visita ai templi classici della Campania. A metà aprile, sul letto di morte, inviò una lettera al papa Innocenzo XI chiedendo di perdonarla per le offese recate.

Morì il 19 aprile 1689, confortata solo dal cugino, il marchese Michele Garagnani, e dal fedele cardinale Azzolino.

Il monumento funebre di Cristina nella Basilica di San Pietro

Cristina aveva chiesto di essere sepolta in una tomba semplice. La regina venne invece imbalsamata, vestita di broccato bianco e le vennero posti una maschera d’argento sul viso, uno scettro tra le mani e una corona di metallo smaltato sul capo. Il suo corpo venne posto in tre bare, una di cipresso, una di piombo e l’ultima di quercia. Il luogo della sepoltura fu la Basilica di San Pietro, nelle Grotte Vaticane: sole altre due donne hanno avuto finora questo privilegio.

Nel 1696 papa Clemente XI commissionò un monumento in onore della defunta regina, concluso nel 1702. Venne posto nel corpo stesso della basilica vaticana e supervisionato nell’esecuzione dall’architetto Carlo Fontana. Cristina venne ritratta in un medaglione di bronzo dorato modellato da Giovanni Giardini, supportato da uno scheletro coronato posto su un cuscino sorretto da due puttini in marmo bianco scolpiti da Lorenzo Ottoni. Tre rilievi sottostanti dello scultore francese Teudon rappresentano tre momenti della sua vita come la sua rinuncia al trono svedese, l’abiura al protestantesimo fatta nel 1655 nella cattedrale di Innsbruck e l’allegoria della fede trionfante sull’eresia.

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