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6 novembre 1263 – Il papa concede a Gianciotto e Paolo il Bello la chiesa di San Salvatore

Per circa duecento anni, la chiesa di San Salvatore fu sede di un Priorato dell’Ordine Gerosolimitano del Santo Sepolcro, uno degli ordini di monaci-cavalieri sorti in Terrasanta dopo la prima crociata, insieme ai Templari e agli Ospedalieri di San Giovanni.

Nel suo libro “San Salvatore, un viaggio dalla preistoria all’età moderna”, Oreste Delucca scrive: «La prima menzione esplicita si ritrova nel Breve del 6 novembre 1263, con il quale papa Urbano IV concede a Giovanni e Paolo, figli di Malatesta da Verucchio, una provvigione di 25 lire a carico della chiesa di San Salvatore del Sepolcro Dominico, cioè di “Nostro Signore” (ecclesia Sancti Salvatoris Dominici Sepulchri ariminensis diocesis)».

Non si sa però da quanto tempo la chiesa apparteneva all’Ordine, né quando esattamente fosse stata fondata e da chi.

Come spiega Delucca, San Salvatore non fu mai una “pieve”, come spesso viene erroneamente indicato. Era invece una cappella, o canonica, cioè una chiesa dipendente dalla Pieve di San Patrignano; anzi, «un gioiello di chiesa rurale». Un luogo sacro le cui origini si perdono nella notte dei tempi, come l’archeologia dimostra.

Il sito sulla riva del Marano fu abitato fin dal Neolitico e ben presto vi si dovette sviluppare un culto probabilmente legato alle acque e alla presenza di un boschetto sacro, durato per tutta l’età romana.

La stessa dedica a San Salvatore lo confermerebbe, in quanto molto spesso fu attribuita dai cristiani a templi in precedenza consacrati a Esculapio (per i Greci Asklēpiós “Sotér”, il Salvatore), il dio medico che curava innanzi tutto con le acque.

C’è però chi ha pensato, non si sa bene su quali basi, a un tempio dedicato a Cerere, la dea romana dei cereali, o perfino a Deianira, figlia di Oineo re di Calidone e pioniere della vinificazione in Grecia (secondo altri era figlia del dio del vino Dioniso) nonché moglie e involontaria assassina di ErcoleDelucca ipotizza, anche per la presenza nei pressi del toponimo “Monte Romano”, un regime di proprietà demaniale. 

Ricostruzione dell’Asklepeion di Coo (Kos), patria di Ippocrate, il principale santuario della Grecia dedicato ad Asclepio

La chiesa nelle forme attuali sembra appartenere soprattutto al XII secolo, ma delle preesistenze sono pressoché certe, dato anche il gran numero di reperti molto più antichi, sia inglobati nell’edificio che ritrovati nelle vicinanze.

Fra essi, dei frammenti di rilievo romano a fogliami sulla facciata, un cippo romano con epigrafe; quattro capitelli in stile ravennate dell’XI secolo; un grande capitello romano; diversi rocchi di colonne, sempre romani.

Nonostante oggi appaia in posizione appartata, San Salvatore sorgeva lungo un’importante arteria di comunicazione: la via per Coriano era infatti detta strata Romea, o strata regalis o ancora Flaminia minor, e faceva parte dell’itinerario dei Romei, i pellegrini diretti a Roma. Di qui la presenza di un Priore dei Cavalieri del Santo Sepolcro, che si dedicavano proprio all’assistenza dei pellegrini.

Lo stendardo dei Cavalieri del Santo Sepolcro

A metà Quattrocento il Priorato di San Salvatore passò dai Cavalieri gerosolimitani al Capitolo della Cattedrale di Rimini. A quell’epoca Sigismondo Malatesta allestiva da queste parti l’accampamento dove radunava il suo piccolo esercito. Del resto la sua famiglia possedeva qui da molto tempo numerose terre e probabilmente una fattoria fortificata con torre.

I due destinatari delle 25 lire concesse da papa Urbano nel 1263 erano proprio “Gianciotto” e Paolo “il Bello”, futuri protagonisti assieme a Francesca da Polenta della tragedia che una ventina di anni dopo si consumerà in casa Malatesta.

Dei due fratelli non si conosce l’esatta data di nascita; gli storici presumono che nel 1263 fossero adolescenti o poco più: sì e no diciottenne Giovanni, sui 13 anni Paolo. Evidentemente la concessione era un riconoscimento indirizzato al padre Malatesta da Verucchio, all’epoca fra i capi più eminenti della Parte Guelfa.

“Paolo e Francesca” di William Dyce (1837)

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