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61enne vuole il privilegio del carcere, i giovani vorrebbero quello della pensione

C’è la foto, c’è il nome del giudice, ci sono le testimonianze dei presenti: la storia del 61enne bi-laureato che rapina le banche per poter usufruire di vitto e alloggio gratuito in carcere non sembrerebbe proprio una fake news, anche se ha i contorni di una sceneggiatura da commedia all’italiana.

Vabbè, la trama non è nuovissima – qualche anno fa riscosse un certo successo Smetto quando voglio, la tragicomica vicenda di un gruppo di ricercatori universitari vessati e sfruttati che si convertono in narcos smerciando una nuova droga sintetica inventata dal chimico del gruppo – ma è sempre attuale, tanto più che ha un risvolto politico in perfetta sintonia con il nuovo governo.

Perché il rapinatore intellettuale, ex giornalista e pensionato civile, ha voluto far mettere a verbale, in italiano forbito, che si è visto costretto a diventare un criminale in quanto lo Stato non gli aveva elargito nessuno degli aiuti che sia le norme penitenziarie che la politica sociale prodiga a «tossicodipendenti, alcolisti, di etnia sinti e immigrati clandestini», categorie privilegiate alle quali non ha la fortuna di appartenere. Insomma, si sente la vittima di uno Stato in cui finora, a suo parere, non è valso il «prima gli italiani». E il suo obiettivo non era godersi il frutto delle rapine (due in una mattina ad altrettante banche del Riminese, una riuscita e una no, per un totale di poco meno di cinquemila euro), bensì farsi acciuffare e finire al residence Casetti, servizio all-inclusive.

La vicenda suscita una vasta gamma di considerazioni. La prima: possibile che il governo del «merito» nomini ministro dell’Ambiente uno che non ne sa mezza di Ambiente e sottosegretario alla Cultura una signora che ha ammesso orgogliosamente di non leggere libri, e non dia nemmeno uno strapuntino a un ex giornalista con due lauree e le stesse idee di Matteo Salvini (d’accordo, cinquemila euro non sono paragonabili 49 milioni, ma come bottino raccolto in una sola mattina e con un dito puntato sotto il cappotto a mo’ di pistola non è male, via).

Pare, oltretutto, che l’uomo non sbagli un congiuntivo, a differenza di parecchi portavoce e portaborse in circolazione: fossi nel ministro Sangiuliano non me lo farei scappare. Seconda considerazione: la sua generazione, i cosiddetti «boomer», è stata senza dubbio quella più privilegiata in termini di ascensore sociale e di welfare, tant’è vero che il signore in questione ha una pensione, che per quanto sia modesta è sempre più di quel che possono aspettarsi i giovani di oggi, cioè i vecchi di domani: prima di precipitare nel nichilismo livoroso che addita i più deboli come «privilegiati» forse dovrebbe riflettere sui benefici di cui per tanti anni si è avvantaggiato lui.

Terza considerazione: l’entusiasmo del coltissimo Jesse James per il presunto comfort delle patrie galere fa a pugni con le cifre vere e drammatiche delle morti in carcere, 3500 dal 2000 a oggi. Molti sono i suicidi (66 solo quest’anno), ma più spesso sono tragedie dell’indifferenza e della solitudine. E le vittime sono soprattutto giovani, tossici, immigrati, rom, fragili, insomma, quelli che secondo il nostro eroe sarebbero «aiutati dalle norme penitenziarie».

A questo punto sorge un dubbio: e se il vero obiettivo del plurilaureato ex giornalista fosse stato proprio introdursi in una casa di pena come semplice detenuto, per documentarsi di prima mano sui problemi di chi vive dietro le sbarre? In tal caso, premio Pulitzer subito.

Lia Celi

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