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8 dicembre 1916 – Legge speciale per Rimini distrutta dal terremoto

Nel 1916 il terremoto colpì duramente Rimini e dintorni per due volte, il 17 maggio e il 16 agosto. Gli effetti furono gravi per le economie dei comuni e delle province colpite, anche perché la situazione economica era già gravemente deteriorata a causa della guerra in corso. In particolare si ha testimonianza di una forte crescita della disoccupazione e del dissesto finanziario delle amministrazioni dei comuni colpiti.

Carta dei terremoti del 1916 e relativa intensità sismica; con linee punteggiate quello del 17 maggio, con linee continue quello del 16 agosto

A Rimini vi furono 4 morti e circa 60 feriti. A Riccione vi furono 15 feriti. A Pesaro vi fu un solo ferito, come anche a Cattolica. A Pesaro però tutto il centro storico dovette essere abbandonato, con 14 mila sfollati in appena 2 mila tende.

Molte persone rimasero senza abitazione: le persone a cui si dovette provvedere un alloggio furono in totale 4.174. Per l’approntamento delle baracche per i senzatetto di Rimini il Genio civile utilizzò le capanne dello stabilimento balneare.

Si decise di non costituire accampamenti speciali, ma singole baracche nei pressi delle abitazioni danneggiate. I casotti concessi ai senzatetto raggiunsero il numero di 882. Molte persone non vollero abbandonare la propria casa e provvidero in proprio a riparare i danni subiti.

Agosto 1916: tende e baracche di fronte a Castel Sismondo, all’epoca ancora adibito a carcere (Archivio Fotografico, Bibl. Gambalunga)

Fra i soccorsi prestati, nei primi giorni di settembre, vi fu l’elargizione della somma di L.100.000 da parte del re Vittorio Emanuele III. Questi soldi vennero per lo più spesi per la costruzione di “cucine economiche”: tale intervento fu efficace nella provincia di Forlì, dove varie organizzazioni e le stesse popolazioni colpite lo accolsero con favore, mentre nella provincia di Pesaro, con l’eccezione di Fano, si preferì procedere alla distribuzione di pane e cereali.

Per far fronte alla situazione indotta dal terremoto furono adottati 8 provvedimenti legislativi, con cui il governo dispose le seguenti misure: stanziamento di 10 milioni di lire per i primi interventi; esenzione dal pagamento delle imposte immobiliari per i comuni danneggiati; possibilità, in casi eccezionali e per interesse pubblico, di derogare alle norme in materia di larghezze stradali e di spazi di isolamento; stanziamento di oltre 6 milioni di lire per interventi urgenti; cessione ai singoli comuni interessati dei ricoveri necessari ai senzatetto.

Il decreto legge 27 agosto 1916 autorizzava la spesa di L.10 milioni da stanziarsi nella parte straordinaria dello stato di previsione del bilancio del ministero dei Lavori pubblici per provvedere nelle località colpite dai terremoti. Il decreto luogotenenziale 5 novembre 1916 n.1518 sospese la riscossione dell’imposta sui fabbricati e delle relative sovrimposte (rate quinta e sesta del 1916) per i comuni danneggiati dal terremoto e stabilì la concessione di mutui e contributi diretti ai danneggiati. L’8 dicembre 1916 questo decreto venne trasformato in legge.

Altri provvedimenti a favore dei danneggiati dal terremoto furono deliberati con i decreti luogotenenziali del 29 aprile 1917, del 31 maggio 1917, e del 26 luglio 1917.

Il terremoto causò anche significativi flussi demografici. La relazione stesa da una Commissione di igienisti, inviata a Rimini nel 1920 per studiare la diffusione della malaria, rilevò che si era verificata una crescita della diffusione della malattia nella località di Barafonda, a causa dell’affluire in tale zona, ritenuta meno esposta alle scosse, di numerose persone. In una relazione al Bilancio Preventivo del 1920 stesa dal Commissario Prefettizio, E. Reale, si rileva che fra il 1914 ed il 1919 Rimini attraversò un periodo “veramente calamitoso”: si accentuò l’esodo della popolazione permanente e la crescita estiva della popolazione subì una drastica flessione.

Agosto 1916: tende e baracche di fronte a Castelsismondo (Archivio Fotografico, Bibl. Gambalunga)

Inoltre, tutti i Comuni, a iniziare da quello di Rimini, presentavano un gravissimo dissesto finanziario, a causa di opere pubbliche ormai già realizzate ma che non si potevano pagare e di un indebitamento alle stelle. Da parte sua, lo stato centrale, attraverso la provincia di Forlì, finanziò opere per nemmeno 9 milioni, che poi furono realizzate in minima parte. Le opere richieste dai Comuni ammontavano a 32 milioni.

Per quanto riguarda la ricostruzione, il progetto e la direzione dei lavori per la costruzione del nuovo Palazzo comunale di Rimini (in forme “neo-romanico-gotiche”) furono affidati all’architetto Gaspare Rastelli. Nel settembre 1921, il prospetto aggiornato dei lavori di restauro al palazzo comunale di Rimini per riparare i danni dipendenti dal terremoto ammontava a L.630.000; in seguito ad una sospensione dei lavori, il tetto del palazzo era ancora scoperto.

La ciminiera della Corderia Dossi di Viserba pericolante dopo il terremoto (dall’Album dei Pompieri di Rimini).

A Riccione i danni erano stati mediamente più gravi rispetto alle altre città colpite. In particolare fu rilevato erano stati aggravati non tanto dalla inadeguatezza dei materiali di costruzione, quanto piuttosto dalle tecniche edilizie utilizzate. Fu osservato che a Riccione lo spessore dei muri perimetrali dell’Hôtel des Bains era insufficiente rispetto alla loro altezza e che i muri perimetrali di Villa Igea, sebbene costruiti con un buon materiale, erano stati edificati con una tecnica inadeguata: erano infatti costituiti da due sole file di mattoni divise da un intercapedine. A Fontanelle fu rilevato che l’insieme dell’abitato era costituito da edifici di piccole dimensioni costruiti utilizzando ciottoli tondeggianti legati da calce di pessima qualità.

Per il comune di Saludecio è attestata la quasi totale ricostruzione delle frazioni di San Rocco e di Monte Petrino e numerose perizie riguardarono il Palazzo comunale, le carceri mandamentali, le case del fornaio e del calzolaio, la chiesa dei Frati, la Caserma dei Carabinieri, le scuole del capoluogo e delle frazioni di Sant’Ansovino, Meleto e in località San Facondino.

(da “Catalogue of Strong Earthquakes in Italy” a cura di E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi, G. Valensise)

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