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All’ultimo miglio della campagna elettorale più goffa e imbarazzante dell’Italia repubblicana

Siamo all’ultimo miglio. Quello dei fuochi artificiali, dei conigli estratti dal cappello, del tiro incrociato di polpette avvelenate. Ovviamente si parla di questa campagna elettorale, che finirà ufficialmente venerdì prossimo a mezzanotte, per lasciare il posto a due giorni di «silenzio elettorale» in cui i candidati potranno solo stalkerarci sui social.

È stata una campagna breve ma poco intensa, e così inattesa da risultare la più goffa e imbarazzante dell’Italia repubblicana: slogan improvvisati, tour alla carlona, promesse elettorali che prendono a schiaffi la logica e il buon senso, per non parlare del buon gusto.

Anche quelli che questa crisi l’hanno provocata o invocavano a giorni alterni il ritorno alle urne per interpellare il popolo sovrano, non hanno fatto faville, disorientati dal caldo estivo, demotivati dalla «vacatio» dei talk show e intimoriti dal panorama sempre più sinistro che si profila oltre il parapetto del 25 settembre: rincari da capogiro, bollette raccapriccianti, aziende chiuse, eserciti di disoccupati. Come si fa promettere il paradiso quando è già ottimistica la prospettiva di rimanere nel purgatorio in cui ci troviamo e di non scivolare in un inferno gelido?

Se la Number One dei sondaggi, Giorgia Meloni, dovesse arrivare a palazzo Chigi, non sarà uno scherzo dover dare a milioni di malcontenti risposte concrete e immediate, anziché limitarsi a pretenderle urlando, come ha fatto in tanti anni di opposizione. E se al governo dovessero restarci gli inquilini precedenti, non si sa quale nome potrebbero suggerire a Mattarella per l’incarico di premier, dopo che Mario Draghi ci ha informato che piuttosto che tornare a lavorare con loro preferisce tuffarsi in mutande in una fogna di Calcutta. (Bè, nella conferenza stampa di venerdì non ha detto proprio così, ma lo sguardo era inequivocabile).

Però, siccome qualche cosa in campagna elettorale bisogna pur dirla, i leader dei partiti, anziché spiegare agli elettori perché dovrebbero votare per loro, hanno dedicato molte più energie a spiegare perché non si dovrebbe votare per i loro avversari. Per l’amor del cielo, non lei perché è fascista, non lui perché vuole sostituire gli italiani bianchi con immigrati neri, non questo perché è omofobo, non quello perché non è abbastanza omofobo, non loro perché sono al soldo di Putin, non quegli altri perché sono nel libro paga di Soros, eccetera.

È possibile che prima di venerdì si colpisca molto più basso e molto più duro, vedi la faccenda (per ora sgonfiata) delle intromissioni russe e quella (per ora non chiarissima) delle molestie sessuali di cui è accusato il calendiano Matteo Richetti. Perfino la catastrofica alluvione nelle Marche in queste ore viene cavalcata nei due sensi: da sinistra si denuncia la negligenza dell’amministrazione regionale di Fratelli d’Italia, da destra la sproporzione fra i 700 milioni elargiti all’Ucraina dall’attuale governo contro i 5 stanziati per il disastro marchigiano. Come livello siamo dalle parti della Fossa delle Marianne.

Non dirò che a ogni riga che scrivo diminuisce in me la motivazione per andare a votare il 25 settembre, ma sicuramente cresce la mia comprensione per chi deciderà di starsene a casa. Spero che il mio inconscio benpensante intervenga a livello onirico, mostrandomi in sogno, di qui a domenica prossima, i padri e le madri costituenti al gran completo che mi indicano, con cipiglio severo, la mia sezione elettorale, ricordandomi il sacro diritto-dovere di ogni cittadino. Ma non sarebbe più utile che i padri e le madri costituenti di notte andassero a tirare i piedi a una classe politica che sperpera irresponsabilmente la loro eredità?

Lia Celi

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