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Amati e Zavatta: i re di Rimini fra miliardi, gossip e tragedie – 2

Il giornalista Vittorio Monti sul Corriere della Sera dell’1 febbraio 1982, in un articolo intitolato “’Mio marito ha un impero nascosto, è anche mio’. Sarà a Rimini il divorzio più costoso d’Italia”, intervista a Paola Amati Magnani, “la donna che con le sue rivelazioni fa tremare la Riviera Adriatica”, scrisse: “Lui chiede il divorzio, esibendo una denuncia dei redditi di 166 milioni, e lei, che vuole la metà dei beni, porta in tribunale una lunga documentazione. Il magistrato legge e salta sulla sedia: ‘il patrimonio tra azioni e immobili sembra superiore ai mille miliardi’”. La donna dichiara: “Piero dice che ha pochi soldi e un sacco di problemi, ma in realtà il suo patrimonio è enorme. Io lo so bene, perché da un anno passo le notti a leggere verbali, statuti, rogiti e documenti delle sue società. Avevo studiato latino e filosofia, ma adesso ne so più di un commercialista”.

La richiesta di divorzio mette così in moto tanti soggetti: la magistratura per falso in bilancio e reati valutari vari, il fisco, la guardia di finanza, il Comune di Rimini. La Magnani, sempre sul Corriere della Sera: “Io non sono una Mata Hari del fisco, voglio soltanto quello che mi spetta. Quando sposai mio marito era appena un commerciante di generi alimentari, mica un gran partito; io invece abitavo a Roma, villa con piscina e tennis. I miei sono tutti laureati e non erano mica troppo contenti della mia scelta”. Ma il matrimonio tra la Magnani e l’Amati era stato celebrato con la “tacita comunione familiare”. A dicembre 1981 la Procura della Repubblica di Rimini, di fronte ad informazioni che sostenevano operazioni di cambio di intestazione in corso rispetto a numerose proprietà di Piero Amati, gli ritirò il passaporto. Stesso provvedimento fu poi preso verso il padre Pino, la madre Liliana Pagliarani e l’amico di famiglia Gianfranco Fabbri.

1967, 28 gennaio. Rimini, Embassy. Da sinista, Paola Magnani, Pier Paolo (Piero) Amati (Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga, fondo Davide Minghini)

La moglie Paola aveva comunque ottenuto già negli anni della separazione un assegno mensile di cinque milioni.
Nella primavera del 1982 si tennero diverse sedute processuali nelle aule di Via Angherà a Rimini, sia per il divorzio vero e proprio sia per la “divisione” dei beni dei coniugi. Difensore per Piero Amati l’avv. Giovanni Boldrini, per Paola gli avvocati Ilo Spada e Stefano Magnani.

Di lei in quegli anni si parlava in tutta Rimini, anche perché qualche tempo dopo la separazione dal marito la sua vita sentimentale, nel corso del 1972, si era intrecciata con quella di Gianfranco Zavatta, l’altro giovane leone dell’economia riminese, amico e socio in tante operazioni di Piero. Sempre a Monti dichiarò: “Mi fece la corte per sei mesi. Sotto le feste di Natale arrivò a Cortina, mi regalò un anello da duecento milioni. Mi voleva anche intestare la ‘Mecca’, una villa da un miliardo, e avrebbe voluto sposarmi”. Con lui Paola, secondo Nigro su Il Quindicinale del 22 aprile 1982, “ha vissuto fino alla caduta dell’elicottero ad Umbertide il 4 febbraio del 1981”.

Settembre 1980. Gianfranco Zavatta con Paola Magnani (dal Corriere di Romagna del 6 marzo 1982)

Dopo tanto chiasso mediatico e diverse sedute processuali il tutto finì, come probabilmente doveva avvenire sin dall’inizio, nella massima riservatezza fra le due parti. Scrisse Il Resto del Carlino il 2 febbraio 1982 che il 31 gennaio 1982 le parti in causa si erano incontrate a Bologna, presso lo studio del prof. Massimo Nobili (Ordinario di procedura penale presso l’Università di Bologna, avvocato e giudice): “I rappresentanti dell’imprenditore ammettono chiaramente la firma della transizione nella causa di divorzio fra i due coniugi, dall’altro gli avvocati della moglie preferiscono non pronunciarsi. Sul contenuto della transizione del resto si sa poco, o nulla”.

Paola Magnani (dal Corriere di Romagna del 6 febbraio 1982)

E prosegue: “Il mistero più assoluto copre poi il costo dell’operazione, l’ammontare dell’entità e della rendita che Piero Amati dovrà versare alla moglie in cambio della concessione del divorzio”. Ma tutto ciò non era vero. Bovi sul Corriere di Romagna del 6 febbraio 1982 scriveva: “Nemmeno una parola di quanto scritto da ‘Il Resto del Carlino’ corrisponde a verità: tra Pier Paolo Amati e la moglie Paola non c’è stato accordo. Né pace, né tregua per ‘il divorzio più ricco d’Italia’ a cui tutta la stampa nazionale e la televisione di stato stanno dedicando ampi servizi”.

Difficile accertarlo, ma sembra che il nuovo casus belli fra gli ex coniugi sia stata la “nuova appassionata storia d’amore di Pier Paolo con la conturbante amante Anna Maria Chiesa, divorziata dal farmacista Passerini, che ha provocato l’ira incontenibile della bella Paola” (Corriere di Romagna del 18 luglio 1981). E Il Quindicinale dell’11 febbraio 1982, in un corsivetto intitolato “Per gli appassionati della cronaca rosa”: “Paola dichiara a L’Unità: ‘Purtroppo la mia disponibilità si è scontrata con la rigidità di Piero’. E minaccia: ‘Temo di dover continuare nelle mie battaglie legali”.

30 luglio 1970. A destra Pier Paolo (Piero) Amati, a sinistra Franco Montebelli (Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga, fondo Davide Minghini)

Sugli esiti processuali della causa di divorzio i giornali non pubblicarono, dall’estate 1982, più nulla. Dunque non sappiamo come, e in base a quale esito giudiziale, venne trovato l’accordo che portò al divorzio della coppia nei primi mesi del 1983. Vox populi, dunque priva di ogni certezza, parla di una erogazione di sei miliardi da parte di Piero verso la sua ex moglie, più un’altra serie di benefit di cui però non si è mai avuta certezza. Il Corriere di Romagna il 5 febbraio 1983 scrisse che l’intesa raggiunta era sull’ordine dei dieci miliardi (in appartamenti, azioni e contanti).

Cimitero di Rimini, cappella della Famiglia Amati

Paola morì giovane, a soli 47 anni, il 16 maggio 1988. La sua vita fu profondamente legata, nel bene e nel male, a quella della famiglia Amati. Tanto che essa è sepolta nel Cimitero di Rimini nella cappella funebre della famiglia Amati: al centro la grande lapide di Gilberto, a destra quella della madre Liliana, a sinistra quella di Pino. Sul lato sinistro della cappella la lapide di Paola Magnani Amati, così è scritto.

Giovanni Zavatta (Naci) nacque il 27 luglio 1927 e morì a Rimini il 22 maggio 2006. Figlio di contadini, famiglia numerosa, inizia come mediatore di terreni e appartamenti, ed in seguito si attiva come piccolo costruttore negli anni ’50. Poi l’incontro con Pino Amati e i due incominciarono a fare affari insieme. La fortuna di Zavatta crebbe soprattutto negli anni ’60 e ’70, quando il boom del mattone divenne anche il bene rifugio per eccellenza dei risparmiatori. Poi nella seconda metà degli anni ‘70 Naci iniziò a differenziare la propria attività e con il figlio iniziò ad investire nel turismo (prima acquistò l’Astoria, poi costruì l’avveniristico, per allora, Park Hotel, progettato dall’architetto Ravegnani Morosini, lo stesso del Bellevue di Amati, costato oltre 5 miliardi e mezzo).

22 aprile 1982. Giovanni (Naci) Zavatta (da Il Quindicinale n. 8/1982)

Nigro su Il Quindicinale del 22 aprile 1982 lo definì così: “Il più importante socio in affari della famiglia Amati”, ma “non è un semplice socio di Amati. E’ il numero due. Suo figlio Gianfranco aveva avuto la capacità di sganciarsi dalla sudditanza nei confronti degli Amati con l’operazione Agorà” (la società contenitore di gran parte del patrimonio della famiglia).

Nella mattinata del 4 febbraio 1981 il figlio di Naci, Gianfranco, 29 anni, partito da Rimini morì (il giorno dopo 5 febbraio) precipitando con il proprio elicottero (del valore di un miliardo, come scrissero i giornali, in comproprietà con Piero Amati) su una zona residenziale di Umbertide, a una trentina di chilometri da Perugia, mentre infuriava un violento temporale. Con lui Giuseppe Pesaresi, di 47 anni, proprietario di una impresa del settore bitumi e asfalti e dell’hotel Waldorf a Marina Centro. Il pilota dell’elicottero, Massimo La Barbera, 30 anni, pur con gravi ferite, si salvò. I due imprenditori riminesi si stavano recando a Chianciano per acquistare assieme un’area su cui costruire un villaggio turistico.

1980. Gianfranco Zavatta (da Il Resto del Carlino dell’8 febbraio 1981)

Gianfranco Zavatta era l’erede dell’impero immobiliare (raggruppato nella società Agorà) del padre, nonché co-presidente da cinque anni della squadra di basket Sacramora Rimini (ex Sarila) che militava allora in A2 (lo sostituì dopo la sua morte la sorella Franca).

Scrisse Il Resto del Carlino del 6 febbraio: “Due amici, due uomini estroversi, cordiali, carichi di energia, con la mente costantemente rivolta al domani, a nuovi obiettivi, a nuovi traguardi”.
La famiglia decise di donare i reni di Gianfranco. E poi il funerale nella Chiesa di San Vito, la frazione dove il giovane industriale era nato.

Sempre il Carlino: “E’ difficile ricostruire gli affari in cui i due (insieme agli Amati e ad altri soci) sono impegnati a Napoli, Roma, Chianciano, Passo del Tonale, Aprica, Castrocaro, Forlì, Pesaro, Carpegna e all’estero. In alcuni casi si tratta di società in campo edilizio-abitativo, in altri di villaggi turistici, in altri ancora vendita e gestione degli stesi alberghi, ecc. Un complesso di affari di centinaia di miliardi”.

5 febbraio 1981. Manifesto funebre di Giuseppe Pesaresi (Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga)

2 – CONTINUA

Paolo Zaghini

(Nell’immagine in apertura: 16 febbraio 1963. Roma. Matrimonio di Paola Magnani e Pier Paolo (Piero) Amati; dal Corriere di Romagna del 23 gennaio 1982)

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