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Anche le banche hanno un’anima? La Cassa di Risparmio di Rimini forse sì

Nessun latinista è mai riuscito finora a rendere fino in fondo il senso del verso virgiliano «Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt». Lo pronuncia Enea guardando i bassorilievi del tempio di Giunone a Cartagine, che raffigurano la guerra di Troia.

Ma cosa sono veramente sono le «lacrime delle cose»? Le tragedie che si nascondono nella vita di ogni giorno, o le emozioni struggenti che proiettiamo sugli oggetti, o il dolore come motore della storia?

Forse per capirlo non bisogna fare appello alle nostre conoscenze di filologia latina e ascoltare il cuore, che sa benissimo a cosa si riferiva Virgilio. E quando vediamo il manifestino funebre che l’anziano Giorgio Parmeggiani ha fatto affiggere in città per commemorare il primo anniversario della morte non di un congiunto, ma della Cassa di Risparmio di Rimini, la banca in cui hanno lavorato lui e suo padre prima di lui, è il cuore, a dirci: eccole, le lacrime delle cose.

Si può esercitare la pietas anche verso un istituto di credito che non c’è più, e la cui fine, anche se non ha comportato lo sterminio e l’incendio toccati alla sventurata città natale di Enea, continua ad amareggiare chi gli ha dedicato la vita.

Come il signor Parmeggiani, che nelle peripezie terminali della Carim pare abbia recitato una parte molto simile a quella di Laocoonte nella guerra di Troia, il sacerdote che diffidava del cavallo di legno che gli Achei avevano spacciato come “dono”. «Quando scoprii che gli ispettori avevano scelto come presidente un professore esperto di diritto fallimentare domandai in assemblea dei soci se fosse un caso o se segnasse una strada» ricorda l’ex dipendente, che per la sua domanda «lecita ma non gradita» non venne stritolato da un serpente marino, come accadde a Laocoonte, ma non fu più ascoltato di lui.

Per la sua banca deceduta un anno fa, Parmeggiani ha fatto celebrare una messa ieri pomeriggio nella chiesa di Santa Rita. E qui la faccenda tracima nel teologico: è una messa in ricordo oppure di suffragio? E in questo caso, bisogna dedurne che le banche abbiano un’anima? (I bancari sì, in una vecchia commedia musicale con Gino Bramieri.)

Fino alle lacrimae rerum ci arriviamo, ma le animae bancarum sono un concetto veramente osé, soprattutto oggi che le banche vengono additate come spietate sanguisughe. Se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco vada in Paradiso, per mandarci una banca potrebbe non bastare una messa.

Meglio leggere il gesto di Giorgio Parmeggiani con la lente di Virgilio: «tutto ciò che è mortale tocca la nostra interiorità» afferma il poeta mantovano. Che non ci dice se Enea avesse depositato il suo gruzzolo nella Cassa di Risparmio di Troia, andata in fumo insieme alla città. Ma si sa, sulle questioni di soldi i poeti sono sempre reticenti.

Lia Celi

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