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Cara Befana, occhio a cosa finisce nella calza del Quirinale

Gentilissima Befana,

avrei da avanzarle alcune piccole e poco impegnative richieste di carattere locale, ma ci rinuncio, poiché sono consapevole che quest’anno ben difficilmente riuscirà ad esaudire tutte quelle che le stanno arrivando.

Non è infatti difficile prevedere che la gran parte della sua missione si esaurirà nel sorvolare il Palazzo del Quirinale ben oltre il 6 gennaio, nell’attesa di poter scendere portando nella calza il nuovo Presidente, di cui si conoscerà finalmente il nome.

Di questa incombenza sarebbe stato più naturale si fosse fatto carico Babbo Natale, ma lui se l’è cavata unendosi al coro dei “non adesso, prima la legge di bilancio”; così ora nelle pesche c’è finita lei.

Certo, tutto sarebbe più semplice se di Draghi ne avessimo due. O meglio ancora, se l’attuale Capo dello Stato acconsentisse ad un sia pur momentaneo bis. Ma visto che non sarà così, tanti Italiani sperano che lei, condividendo con la Meloni solo una vaga somiglianza fisica e non anche politica, si sia data l’imperativo categorico di sostituire Mattarella con un Presidente il più possibile simile a lui, il cui altissimo livello politico e culturale è stato certificato anche dal saluto di Salvini alla sua elezione: «Mattarella non è il mio presidente, non mi rappresenta. Sento aria di regime, aria di poltrone, di restaurazione, puzza di vecchio, di ritorno della veccia Dc».

Aggiungendo negli anni a seguire che «non va a fare la spesa, certi problemi non li conosce» e manifestando lo sdegno per non aver reso omaggio ai suoi turpi idoli: «Non una parola sul trionfo di Trump, sulla conferma del partito di Putin».

In quanto a somiglianza con Mattarella, in pole position non c’è forse l’attuale Ministra Marta Cartabia? La quale, fra i tanti meriti, ha quello di non avere profili social e, soprattutto, di star facendo incazzare con la sua riforma i non pochi Procuratori convinti che la Giustizia sia loro proprietà privata, cui accudire spendendosi in un’attività di comunicazione su giornali e tv non molto inferiore a quella che esercitano nei Palazzi di Giustizia.

Se proprio non dovesse riuscirvi, per quel che vale le comunico che io, cara Befana, dopo qualche esercizio di autoconvincimento riuscirei ad accontentarmi anche di Casini, se questo può allontanare il rischio che al Quirinale lei finisca per portarci un vecchio trombone.

Non mi riferisco tanto all’ottantacinquenne Silvio Berlusconi, perché anche nel centrodestra (e un po’ anche nel quasi-centrodestra di Renzi) non sono in pochi ad essere consapevoli di quanto l’Italia farebbe ridere il mondo intero se avesse lui Capo dello Stato e, più ancora, Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Dietro a tanto sbandierato sostegno all’ex Cavaliere c’è in realtà una pietosa bugia, simile a quella di nipoti caritatevoli che vedendo il loro nonno, non propriamente in sé, girare per casa che con uno scolapasta in testa, fingano di credere al suo autoproclamarsi Napoleone in procinto di ricombattere la battaglia di Waterloo, convinto questa volta di vincerla.

Mi riferisco invece al quasi suo coetaneo Giuliano Amato, di cui si sente pericolosamente accennare anche a sinistra. Per carità, il suo curriculum è più presentabile di quello di Berlusconi, ma come può andare al Quirinale uno la cui carriera politica è stata tutto un’alternarsi fra lo “stare sotto dieci bandiere” e lo “stare nel macchione”?

Amato è stato a lungo il vassallo di Craxi, al pari di Martelli. Ma mentre quest’ultimo, una volta caduto Bettino in disgrazia, non ha rinnegato il suo essergli stato fedele, lui, il “Dottor Sottile”, non ha tardato un attimo ad assumere l’aria di uno che a Via del Corso ci fosse passato solo qualche volta di sfuggita e per puro caso.

Nel 1993 Amato fu il premier del governo conservatore che, accortosi in ritardo che l’Italia era oramai sull’orlo del tracollo finanziario, impose lacrime e sangue ai ceti popolari, più quache piccolo fastidio ai ricconi. Dopodiché rimase un po’ sottotraccia, pronto nel 2000 a ritornare capo del Governo… dell’Ulivo.

Il grande Staino ha dedicato l’altro giorno all’argomento una delle sue velenose quanto meravigliose vignette su “La Stampa”. La figlia chiede a Bobo: «Ma perché Amato al Quirinale?» e lui le risponde: «Perché Andreotti e Craxi sono morti e Forlani ha 97 anni».

Nando Piccari

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