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E dal lockdown nascono 40 poesie in dialetto romagnolo

Mario Tonini: “Per non dimenticare. Riflesion d’un cittadèn pursia (Riflessioni d’un cittadino qualunque). Coronavirus” – La Piazza.

Fra il 2019 e il 2020, nei mesi di dicembre e di gennaio, la Cina precipitò, primo paese al mondo, nella voragine di ammalati e morti provocati dal COVID-19. I primi due casi di COVID-19 in Italia si registrarono invece il 30 gennaio 2020, quando due turisti provenienti dalla Cina risultarono positivi al virus SARS-CoV-2 a Roma. Un focolaio di infezioni di COVID-19 si registrò poi il 21 febbraio 2020 a partire dai 16 casi confermati in Lombardia, a Codogno, in provincia di Lodi, aumentati a 60 il giorno successivo con i primi decessi segnalati negli stessi giorni. Dal 9 marzo al 3 maggio il Governo italiano proclamò il lockdown del Paese: scuole chiuse, bloccate quasi tutte le attività produttive, la gente fu invitata a stare a casa. Da ottobre il Paese è di fronte alla seconda ondata di diffusione del virus, con tutte le conseguenze che stiamo vivendo in queste difficili ore.

Ad oggi in Italia sono oltre un milione e mezzo i casi positivi di COVID-19, e più di 50.000 le persone decedute.
A fine novembre la pandemia non è vinta, il vaccino non è ancora disponibile, si continuano a registrare, in Italia e nel mondo, nuove migliaia di ammalati di COVID-19 e, purtroppo, ancora tanti morti.

In tanti si stanno cimentando in questi mesi, con testi, pamphlet, saggi a provare di raccontarci quello che ognuno di noi sta vivendo, giorno per giorno, con le costrizioni imposte “a fin di bene” (le mascherine, i gel disinfettanti, il distanziamento, il divieto di ballo, di partecipazione a manifestazioni, di assistere alle partite, il numero chiuso per gli spettacoli, le tante precauzioni imposte per il ritorno a scuola, ecc.).

Il buon senso ci dice che le dobbiamo rispettare e contribuire tutti al contenimento della diffusione del virus. Ma nessuno ci dica che dopo mesi queste non ci pesano, che non condizionano ormai pesantemente la nostra vita. C’è in giro un forte senso di avvilimento, la certezza (almeno per la maggioranza della popolazione) di una guerra ancora in corso e non finita, che per molti mesi ancora ci impedirà di vivere la nostra vita liberamente.

In questi mesi di dramma collettivo solo ad uno spirito libero, abituato a suonare il suo strano strumento, il flicorno, nelle bande riminesi, poteva affrontare il tema del COVID-19 in maniera semiseria, usando il dialetto romagnolo per le sue poesie. Mario Tonini, ad oltre ottanta anni, ci racconta con il suo humour triste il lockdown causato dalla pandemia: “le mie riflessioni ho messo in versi, / chiuso in casa però alla Vita ho pensato”.

Lo fa con oltre 40 poesie in dialetto scritte in quattro mesi, fra la fine di febbraio e la fine di giugno: “Diversa an fa, per un dispet, ho ciap un ent vizie, / a putria ciamel tardiv, in dialet um piis da scriv, / al facc sa pos in rima” (“Diversi anni fa, per un dispetto, ho preso un altro vizio, / potrei chiamarlo tardivo, in dialetto mi piace scrivere, / lo faccio se posso in rima”).

Mario inizia ironizzando sui cinesi portatori di COVID, “us dà la colpa mi Cinis”, “e pericul zal”, anche se in realtà sono gli italiani i “becconi” che credono alle fake news che spopolano sui social (“gnint a che fè s’la verità”).

Nei suoi libri precedenti Tonini aveva messo in versi i terribili ricordi della sua infanzia vissuta negli anni della guerra, con le sue distruzioni e i morti che aveva provocato. Anche adesso, e lo ripete più volte in tanti testi, a distanza di oltre settant’anni siamo in guerra: “La guera la distrugiva che poc che us aveva, / ancora lal fa in tente forme, l’è guera es amaled / specie se un virus prima ut ciud e do put cheva / da tla chesa pricis quand us avniva bombarde”. (“La guerra distruggeva quel poco che si aveva, ancora lo fa in tante forme, è guerra essere ammalati / specie se un virus prima ti chiude e dopo ti leva / da quella casa uguale quando si veniva bombardati”).

E il senso della Morte diventa importante perché “murì l’è naturel mo at cert modi l’è follia”. “In isulament us mor sensa la cunsulazion / da scor s’un famiglier, avè un salut, un gest, / te drama fors questa la più gren tribulation / per Chi e mor e per Chi resta, an deg ad tut e rest”. (“In isolamento si muore senza la consolazione / di parlare con un famigliare, avere un saluto, un gesto, / nel dramma forse questa la più gran tribolazione / per Chi muore e per Chi resta, non dico di tutto il resto”).

Ed infine una enorme gratitudine per tutti coloro che in questi mesi, in prima linea, hanno combattuto per noi, per salvare gli ammalati, per assisterli, per aiutarli a riprendersi: “dutur e infermier”.

Mi hanno colpito le parole di Elena Cattaneo, una delle grandi donne scienziate italiane, biologa, che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano qualche anno fa ha voluto senatrice a vita, scritte sul settimanale “D” de “La Repubblica” del 29 agosto 2020 a conclusione di un suo articolo intitolato “Differenze, diffusione e fine delle pandemie nella Storia”: “Ognuna delle epidemie del passato ha avuto un’evoluzione per poi concludersi con la scomparsa – talvolta senza comprenderne le ragioni – del patogeno o del suo adattamento all’uomo. Non esiste un manuale che spieghi come fare, ma c’è la consapevolezza che i virus si combattono facendo tesoro di ogni strumento e ogni nuova conoscenza, con misure che riguardano un’intera comunità e richiedono la collaborazione di tutti, con rispetto e responsabilità”.

Si può dire che Tonini ha anticipato questa dotta considerazione scrivendo: “L’è stè una sorpresa, da un disastre isè grandios / uj scaparà de bon? Più us viv, più us impera, / e proverbie e dis mo un’esperienza isè amera l’è un prezie c’un cunvien mai, trop esos. / da la storia us sa che po’ arvì al pandemie, mej c’us po’ bsona pripares e quest un è busie”. (“E’ stata una sorpresa, da un disastro così grandioso / ci uscirà del buono? Più si vive, più si impara, / il proverbio dice ma un’esperienza così amara / è un prezzo che non conviene mai; troppo esoso. / Dalla storia si sa che possono arrivare delle pandemie / meglio che si può bisogna preparasi e questo non è una bugia”).

Ancora una volta Mario Tonini con i suoi due gravi vizi (la musica e la scrittura in dialetto), a ottant’anni suonati, ci spinge a pensare positivo: “agl’afarem” (“ce la faremo”).

Paolo Zaghini

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