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A Giuliana Rocchi, “na pora dona” mai rassegnata all’ingiustizia

Giuliana Rocchi “La vóita d’una dòna. Poesie romagnole”, “La Madòna di Garzéun. Poesie romagnole” – Maggioli Editore.

Un mio personale omaggio natalizio a Giuliana Rocchi, una delle grandi voci della poesia dialettale santarcangiolese (mentre sono in attesa di ricevere il sonetto di auguri natalizio di Gianni Fucci).
In occasione della 2. edizione di “Cantiere Poetico” (10-18 settembre 2016) organizzato dall’Amministrazione Comunale santarcangiolese e dedicato a Giuliana Rocchi, l’editore Maggioli ha ristampato in un prezioso cofanetto due dei tre volumi di poesie della Rocchi (1922-1996) ormai da tempo introvabili.

“La vóita d’una dòna”, stampato da Maggioli nel 1981, raccoglie poesie dal 1964 al 1980, mentre “La Madòna di Garzéun”, stampato sempre da Maggioli nel 1986, raccoglie le poesie del quinquennio 1981-1986. Il suo terzo volume, “Le parole nel cartoccio. Poesie inedite”, venne stampato da Maggioli nel 1998, a due anni dalla sua morte, a cura di Rita Giannini.

Tutti i volumi sono stati amorevolmente curati dall’amica santarcangiolese Rina Macrelli (1929- ), scrittrice saggista conduttrice televisiva. Di Lei su Wikipedia è detto: “Convinta che la letteratura dialettale sia un momento importante del movimento neorealista, ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della poesia neodialettale santarcangiolese. Nel 1973 organizza il Seminario popolare su Tonino Guerra e la poesia romagnola, a cui partecipano anche studiosi di fama nazionale e internazionale, come Tullio De Mauro, Alfredo Stussi, Augusto Campana e Friedrich Schürr. In quegli anni segue e sostiene Nino Pedretti Raffaello Baldini che muovono i loro primi passi, scopre la poetessa Giuliana Rocchi, cura la pubblicazione della prima raccolta di Gianni Fucci, e lei stessa scrive in dialetto”.

Nel presentare “La Madòna di Garzéun” la Rocchi scrive: “Perché scrivo magari di notte? Per liberarmi dalla rabbia che ho dovuto reprimere, soffocare fin da piccola, per farvi conoscere le ingiustizie subite insieme alla gente come me, gente della mia generazione che ha dovuto, umiliata, chinare il capo di fronte al volere dei padroni, di dover dire sempre sissignore, di essermi sempre sentita una schiava”.

Giuliana era cresciuta in una famiglia di origini umili e contadine. Orfana di madre a 10 anni, deve abbandonare la scuola in quarta elementare per dedicarsi al lavoro. Dapprima spigolatrice, poi operaia alla Arrigoni di Cesena, al linificio di Rimini, alla corderia di Santarcangelo. Nel 1964, da operaia, partecipa alla lotta contro la chiusura della corderia locale quando oltre cento operaie e operai vennero lasciati a casa. Tra il 1964 e il 1974 diventa domestica a ore presso alcune famiglie a Rimini.

Giuliana è fondamentalmente una poetessa autodidatta. Come annota Rina Macrelli “il dialetto, seconda lingua degli altri poeti dialettali santarcangiolesi, per Giuliana è la lingua prima e lei lo usa, rispetto a loro, con autorità assoluta”. E prosegue: “E’ facile notare che nella poesia di Giuliana l’italiano entra solo come lingua dell’estraneità, della diffidenza, del potere”.

Ma sono importanti anche le annotazioni della Macrelli sui temi affrontati da Giuliana: “il dialetto denuncia il persistere di un rapporto di potere anche al livello della classe più povera: svela il sessismo culturale del maschio, la sua aggressiva richiesta di sesso e nel contempo di verginità, e la fierezza della donna, che si sa vergine, intatta e autonoma a dispetto di tutti i suoi comparatori e conquistatori”.

Ma anche: “Il sesso, la classe. Due spacchi fondamentali nel mondo di Giuliana e che appaiono insanabili”. “La classe (la coscienza di avere i padréun sopra la testa) è un dato costante di questa poesia; ma la risposta non è una battaglia vincente. Se c’è un’istanza paritaria (ed è grande) è piuttosto alla morte che Giuliana affida il compito di realizzarla”.Non si tratta però di una poesia vittimistica. E’ evidente ad esempio che il lavoro, presente dappertutto, si connota più di energia che d’ingiustizia. Esso non è un male di per sé, anche se duro. E’ un male al momento della paga, della pensione, degli utili”.

“Ciò che è veramente vitale, direi esemplare, per Giuliana, non sono gli scontri (di sesso o di classe), pur basilari. E’ qualcosa che lei ci propone come un’utopia paritaria, come una forma dell’uguaglianza, reperibile ai livelli più poveri e forse soltanto ad essi. E’ la forma del cerchio, senza padroni né ‘pidocchi rifatti’ che comandino, senza spacchi di sesso. E’ la ‘ghirlanda’ di ragazzi e ragazze intorno al fuoco, nelle veglie di una volta”.
Giuliana compone i suoi primi versi nel 1964, in occasione della occupazione della corderia in cui lavorava.

E’ paradois

A sém un broènc ad giovinèza / se scarslóin pìn ad debolèza, / ma tót compàt e tót decióis / da guadagnès e’ paradóis, // ch’e’ consést t’un pèz ad poèn / ch’i n’e’ néga gnéc m’un coèn. // L’è vóint’an ch’a lavurém / e dla porbia a s nu n magném / e dòp tót i patimént / i s’à doè e’ licenziamént / (…)

Il paradiso

Siamo un branco di giovinezza / tasche piene di debolezza / ma compatti, ma decisi / a conquistarci il paradiso / e cioè quel po’ di pane / che non negano neanche ad un cane. / Son vent’anni che lavoriamo / e di polvere ce ne mangiamo / e in compenso dei patimenti / ecco qua il licenziamento / (…)

I testi di Giuliana sono storie fatte col corpo e narrate col corpo. “La vita dura è troppo impressa nel corpo di Giuliana in rughe, mani grosse, reumatismi, per diventare ornamento”. Come Lei scrive: sono “una povera diavola stanca, malridotta, piena di acciacchi che avrebbe tanto bisogno di godersi in pace le trecentoottantamilalire di pensione frutto di cinquant’anni e passa di lavoro”.

Su Giuliana Rocchi hanno scritto tantissimi critici: da Franco Brevini a Antonio Piromalli, da Pietro Civitareale a Davide Argnani, da Gualtiero de Santi a Manuela Ricci. Ma anche altri autori, affascinati dalle sue rime: da Adele Faccio a Pier Vittorio Tondelli, da Gianni Fucci a Flavio Nicolini, da Roberto Roversi a Cinzia Ricci che ne ha fatto il centro della propria tesi di laurea.

Te vièl de sgnéur a Rèmin

Te vièl de sgnéur / zò vérs maróina / u i è un mazèl / O véste éun a cumproè / du chéll ad coèrna mònda / per è coèn / e u m’è vnéu in amént / quei che in Etiopia i mór ad foèma. / Adfùra, dri un canzèl / una sgraziéda, férma / l’aspitéva ch’a paséss, / la s vargugnéva a racòi / un poèra ’d scoèrpi vèci / da sàura un sac ’d mundèza. // In coèva e’ vièl u i è una cisa / duvè ch’è prìt e’ dòis / che a sèm tot fradéll.

Nel viale dei signori a Rimini

Nel viale dei signori / giù a marina / c’è una macelleria. / Ho visto uno comprare / per il cane / due chili di carne tutta polpa / e mi son vista davanti / quelli che in Etiopia stan morendo di fame. / Fuori, presso un cancello / una povera donna, immobile / aspettava che passassi; / si vergognava a raccattare / un paio di scarpe vecchie / da un sacco d’immondizia. // In fondo al viale c’è una chiesa e lì dentro / il prete dice che siam tutti fratelli.

AUGURI DI BUON NATALE ED ANNO NUOVO A TUTTI I LETTORI
DELLE MIE SEGNALAZIONI LIBRARIE.

Paolo Zaghini

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