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Il mistero è nei sandali o nei bambini che sanno metterseli?

A quanti anni un bambino impara ad allacciarsi le scarpe? Questa la domanda che nella scorsa settimana è rimbalzata prepotente sull’instancabile tappeto elastico dell’opinione pubblica, dov’era schizzata immediatamente dopo il felice ritrovamento del piccolo Nicola.

Sgusciato via nella notte dal suo lettino, il bimbo, due anni non ancora compiuti, era stato rintracciato quasi due giorni dopo a tre chilometri da casa, un rustico isolato fra le colline del Mugello. La prima cosa che ho notato io nelle prime immagini di Nicola, sano e salvo in braccio al carabiniere, sono stati i suoi occhi neri, acuti, sveglissimi, tanto che ho pensato: fra qualche anno questo qui ci mangia in testa a tutti.

Ma alla stragrande maggioranza degli italiani è balzato all’occhio un altro dettaglio, ben più significativo e sconvolgente: i sandaletti, ben allacciati ai piedini di Nicola. Ed è subito stato un fioccare di domande più o meno tendenziose: possibile che un bimbo di così piccolo sia riuscito a indossarli da solo? Al buio? Senza scambiare il destro con il sinistro? La mamma lo ha messo a letto con i sandali? Glieli ha infilati qualcuno prima di portarselo via?

Ovviamente, il quesito correva all’interno di uno sciame sismico di dubbi sul senso di responsabilità dei genitori, segnatamente la madre, e di sospetti di sinistro complotto familiare a metà strada tra Hansel e Gretel e il giallo di Cogne. La prova regina del fatto che qualcosa che non andava erano proprio quei sandaletti, perché la stragrande maggioranza degli italiani di cui sopra conosce solo bambini che a due anni sono incapaci di fare da soli qualunque cosa, soprattutto di mettersi le scarpe.

Di togliersele sono capacissimi, fin dai primi mesi di vita: nell’esperienza comune le calzature sono il primo terreno di lotta fra genitori e bebè. Come difficoltà, infilare calze e scarpe a un bambino molto piccolo e non addormentato viene subito dopo la caccia alle farfalle col retino; come inutilità viene molto prima, perché nello spazio di pochi secondi, non si sa come, il piccino si sta di nuovo prendendo in mano i piedini nudi. I miei figli si erano specializzati in questo gioco di prestigio soprattutto quando erano in passeggino, e venivo spesso inseguita da brave persone che mi inseguivano con calzini e scarpine scagliate via dal pargolo a mia insaputa – quando andava bene, perché a volte me ne accorgevo solo al ritorno a casa.

Ai colpevolisti del sandalino hanno risposto gli innocentisti, divisi in due scuole: i  «montessoriani» – che sostenevano che a due anni allacciarsi un paio di sandali col velcro sarebbe perfettamente normale, se lasciassimo i bimbi liberi di conquistarsi la loro autonomia e indipendenza anziché fare tutto noi al posto loro perché li sottovalutiamo o semplicemente perché abbiamo fretta di uscire – e i «bucolici» – che affermavano che i bambini di campagna sanno fare questo e altro e già a due anni sono più autosufficienti di uno scout dodicenne.

E questo può essere vero sotto molti aspetti, tranne quello delle scarpe, visto che i nostri nonni cresciuti in campagna ci dicono sempre che giravano scalzi e hanno messo le prime calzature vere e proprie solo quando hanno iniziato ad andare a scuola. Il caso Nicola, comunque, lascia una questione aperta: di cosa sono davvero capaci i bambini di due anni? E se a quell’età avessero risorse straordinarie di cui non ci siamo mai resi conto? Forse dobbiamo guardarli con occhi diversi. E sperare che qualcuno, lucrando sulle apprensioni dei genitori, non metta sul mercato dei sandalini con la catena.

Lia Celi

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