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Lorenzo Scarponi, poesia di fatti straordinari di gente comune

Lorenzo Scarponi: “E’ mi fiòur” – Pazzini Editore.

Anche io, come Fabio Bruschi che scrive la presentazione al volume, ho conosciuto Lorenzo a Coriano, fra il 2009 e il 2011, quando partecipava al Laboratorio teatrale a CORTE – Coriano Teatro guidato da Francesco Gabellini, Giorgia Penzo, Francesca Airaudo e Francesco “Checco” Tonti. A Coriano “una volta iquè l’era pin ad cumunésta, adès i n gn è pió, ch’i sia tót mort o ch’i s sia stóf a n e’ so, mo una volta l’era pin”.

Bruschi racconta: “Noi eravamo lì a teatro e sul palco vedo uno piccolo, rasato, naso dritto, zét, drét: quèst a n e’ cnòs. A i ò dè un’ènta ucèda per véda mei. Era uno che c’era (…). La questione è se ci sei o non ci sei. Lui c’era senza sforzo, come tutti quelli che ci sono: senza sforzo, si limitano a esserci. Lorenzo c’è anche qui, nella sua raccolta di poesie”. Come del resto c’era, e c’è, sul palcoscenico.

Lorenzo è nato nel 1956 a Bellaria-Igea Marina, ma lui non l’ammetterà mai: lui è di Bordonchio. Con dire scientifico, il glottologo Davide Pioggia, nato a Coriano ma convertitosi per amore del suo dialetto a cittadino santarcangiolese, afferma: “Il dialetto di Bordonchio appartiene al gruppo dei cosiddetti ‘dialetti dei dittonghi’, fra i quali si annoverano anche i dialetti di Santarcangelo, Savignano, San Mauro e altri. Senza entrare nei dettagli tecnici mi limiterò a dire che questi dialetti presentano quattro dittonghi in molte parole in cui altri dialetti contigui hanno semplicemente le vocali i, u, è e ó. Scarponi documenta estesamente la presenza di questi dittonghi. Ad esempio scrive fóil stóil per ‘filo sottile’, che in altri dialetti sarebbe fil stil …”. Ma per aver chiaro le diversità fra questi “dialetti dei dittonghi” e gli altri basterebbe aver sentito una qualche volta Tonino Guerra o Gianni Fucci per capire immediatamente di cosa Pioggia stia parlando.

Il primo libro di Scarponi, “L’éultmi soul”, lo pubblicò nel 2009 per i tipi di Capitani editore. A distanza di sei anni Lorenzo ci conferma che il dialetto per lui è la forma espressiva più atta ad esprimere ed interpretare il suo mondo, passato e presente: “E’ dialet, a voi própia speràe ch’un n sparésa ch’u i sia sèmpra qualcadéun ch’u l zcòr. Parchè s’e’ dà e’ càes, l’arvanzaréb … par chi zóvni che ancòura i l capés mo i n e’ zcòr, snò un arcórd” (“Il dialetto, voglio proprio sperare che non sparisca, che ci sia sempre qualcuno che lo parli. Perché nel caso rimarrebbe … per quei giovani che ancora lo capiscono ma non lo parlano, solo un ricordo”). O ancora: “E’ dialèt u n era ‘na vòusa ch’la santóiva; l’era un módi ad campàe” (“Il dialetto non era una voce che si udiva; era un modo di vivere”).

Manuel Cohen parlando della poetica di Scarponi scrive che anche lui possiede: “l’attitudine cara agli autori romagnoli di raccontare fatti straordinari di gente comune. E viene in mente di menzionare almeno Raffaello Baldini e Francesco Gabellini, vicini per lingua e per gusto, e maestri nel dire le vite di uomini semplici e non illustri”.

Il risultato è l’abbozzo di una Spoon River di gente e di storie di Bordonchio. Il tutto condito con una buona dose di ironia, la stessa che permea del resto tutta la produzione degli autori romagnoli. Sempre Cohen: “Poesie come Pióva, Pioggia, oppure E’ viaz, Il viaggio, o ancora E’ prémi, Il concorso, registrano la visione sghemba, l’intelligente ironia, l’esperienza paradossale o il paradosso dell’esperienza”.

Nelle poesie di Lorenzo la campagna c’è, e c’è anche tanto mare, più raro nella poesia romagnola: poesie di sabbia, di mare, di pescatori. Ad esempio in Nòra: “Quand ch’a péns ma li / a so cumè un màer in buràsca / òndi ch’agl’aróiva fina m’e’ zil / e’ pàer ch’al faza al bràzi tra ‘d lòuv / par avdòi chi ch’l’aróiva piò d’inàelt / li s còica, al s’incavala, al sbófa / cumè che … s’al s’aragnés / o chisà, forse al manda d’j azidìnt / ma Belària e ma la su maròina / ch’la sa fat incuntràe / e pu pién pién, l’è bunàza / ‘na bunàza biàenca, piata, cumè ‘na tàevla / da fàei sòura … a n’è so qvanta stràeda / par ‘n’ucèda e ‘na bòca da róid”.
(Nora. Quando penso a lei / sono come un mare in burrasca / onde che arrivano fino al cielo / sembra che lottino tra di loro / per vedere chi arriva più in alto / si spingono, si accavallano, sbuffano / come se … si sgridassero / o chissà, forse imprecano / a Bellaria e alla sua marina / che ci ha fatto incontrare / e poi, pian piano, la calma / una calma piatta come una tavola / da farci sopra … non so quanta strada / per uno sguardo e un sorriso”).

Paolo Zaghini

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