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Ma non può essere una pizza quella che ti salva la vita

La pizza che fa meglio alla salute? Non la marinara né la margherita, e nemmeno quella con le verdure grigliate. La pizza più salutare è quella ordinata al telefono da una riminese lo scorso mercoledì sera.

Perché il numero che aveva composto non era quello di una pizzeria, ma quello della polizia. Che ha capito subito che non si trattava di un errore, ma di un’urgente richiesta d’aiuto. E infatti la volante arrivata all’indirizzo indicato ha trovato quel che si aspettava: una donna disperata e suo figlio in balia di un uomo ubriaco e violento, che è stato prelevato e portato in carcere.

Non si sa se i due poveretti poi si siano ordinati davvero una pizza o siano andati a letto senza cena, ma sicuramente hanno passato una notte tranquilla, senza urla né botte, forse la prima da mesi.

Quante notti così saranno concesse a quella donna e a quel ragazzo, prima che il loro carnefice venga rilasciato e l’incubo ricominci? Viene da chiederselo, alla luce delle due tragedie avvenute questa settimana, due duplici femminicidi, rispettivamente a Vicenza e a Sarzana, commessi da uomini di accertata pericolosità, uno dei quali doveva essere già in carcere da febbraio per rapina, e ricordando le tante, troppe donne uccise da ex le cui intenzioni omicide erano note anche ai sassi.

Nel caso di Vicenza pare che la giustizia non abbia nulla da rimproverarsi: dal 2019 per Zlatan Vasiljevic c’erano stati arresto, detenzione, divieto di avvicinamento, perfino un percorso di riabilitazione per uomini maltrattanti. Ma gli arresti e i divieti scadono, la detenzione finisce, i percorsi funzionano solo in due casi su tre. E così alla fine di una procedura formalmente inappuntabile sono rimaste due ex compagne condannate a morte e un boia che nessuna scartoffia era più in grado di fermare.

Non è possibile dare una scorta a tutte le donne minacciate da un partner violento, anche se forse la meriterebbero molto più di tanti politici o Vip per i quali la protezione è più uno status symbol che una necessità. Ma i femminicidi sono quasi il 40 per cento degli omicidi volontari commessi in Italia. E spesso una donna uccisa lascia dietro di sé altre vittime: orfani traumatizzati, genitori distrutti.

Ripetere che «manca una cultura del rispetto» è come allargare le braccia, perché la cultura del rispetto, se va bene, riesci a insegnarla alle nuove generazioni. Gli autori dei femminicidi vanno dai 30 agli 80 anni. Come glielo levi dalla testa, a questi, che una donna non è una schiava su cui hanno diritto di vita e di morte? Come gli sradichi dal cervello la convinzione di non essere dei fuorilegge, dei devianti, anzi, di avere tanti, troppi complici silenziosi, a tutti i livelli, uomini ma anche donne, pronti a minimizzare, a giustificare, a incolpare la vittima?

D’altronde quando i media spiegano un femminicidio con «lei voleva interrompere la relazione» trasmettono il concetto che la libera volontà di una donna è di per sé un rischio mortale, una provocazione il cui effetto inevitabile è trasformare un partner in un assassino. Invece l’unica vera causa dei femminicidi è la personalità violenta e prevaricatrice di certi uomini e il loro sistema di valori ancora tarato sulla barbarie patriarcale e non sulla civiltà e sul diritto.

Temo che non ci siano soluzioni pronto-uso, a parte, forse, il braccialetto elettronico per i violenti, previsto nella legge sul Codice Rosso, che permette di avvertire tempestivamente le forze dell’ordine se un persecutore si avvicina alla sua vittima. È più efficace della finta telefonata in pizzeria che ha salvato la signora riminese. Speriamo che ora usi quello stesso istinto di conservazione per mettere più distanza possibile (sia fisica che mentale) fra se stessa e il compagno violento. Lei e suo figlio hanno diritto a una vita serena, a notti tranquille, a pizze vere, da consumare in pace e sicurezza.

Lia Celi

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