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MSI a Rimini, una storia tutta da scrivere – 1

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, è da alcune settimane il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana alla guida di un governo di destra (Fratelli d’Italia più Lega più Forza Italia) a seguito della vittoria alle elezioni politiche del 25 settembre 2022.

Giorgia Meloni è una persona intelligente, determinata, una che studia (al contrario di Salvini), ma si porta dietro una eterna incapacità (voluta) di recidere il cordone ombelicale col fascismo oltre che una disastrosa classe dirigente del suo partito, molte volte imbarazzante. Sul secondo punto si veda l’elenco impressionante di questi personaggi redatto da Andrea Scanzi in i “Sfascistoni” (PaperFirst, 2021). Sul primo punto rinvierei al suo libro “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee” (Rizzoli, 2021) dove ogni riflessione sul fascismo è accuratamente evitata, nonostante che a pag. 161 scriva: “Roma, Via della Scrofa 39. E’ una mattina di novembre del 2019 (…) arrivo nel mio nuovo ufficio (…) quello stesso ufficio una volta era di Gianfranco Fini e, prima di lui, di Pino Rauti e Giorgio Almirante. Rimango in silenzio, e a un tratto mi rendo conto dell’enorme responsabilità che mi sono assunta. Ho raccolto il testimone di una storia lunga settant’anni”.

1949. Calendarietto del MSI edito dalla Sezione di Rimini

E più avanti: “Io sono di destra. Lo rivendico con l’orgoglio e la dignità con cui si rivendica un’identità, un’appartenenza vissuta”. Giorgia ha vissuto, dai primi anni ’90, la militanza attiva a Roma, nel quartiere della Garbatella, dell’ultimo periodo del MSI-DN di Fini nella organizzazione giovanile del Fronte della Gioventù, il passaggio ad Alleanza Nazionale e poi la sua crisi, sino alla fondazione del suo nuovo partito il 21 dicembre 2012, Fratelli d’Italia.

Nel suo discorso alla Camera per il voto di fiducia al suo Governo ha detto: “Mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici, fascismo compreso, esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre”. Quel “mai” iniziale, alla luce della sua storia giovanile, difficilmente è veritiero, però da quel discorso forse è emersa per la prima volta la voglia di separare due mondi: fuori le nostalgie fasciste, adesione ad un’identità di destra conservatrice. Ma entrambe nel nostro Paese hanno radici comuni. Ha affermato il Presidente dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo: “Nascondere la condanna sotto il grande cappello dei totalitarismi del Novecento è un modo per confondere aggrediti ed aggressori, per annacquare le precise responsabilità del fascismo”. Ed il Vice-Segretario del PD Giuseppe Provenzano: “E’ stato importante aver chiarito che non ha simpatie per il fascismo però ha dimostrato una smaccata antipatia per l’antifascismo, matrice della nostra democrazia”.

1951. Tessera del MSI

L’azione del nuovo Governo Meloni è segnato da questo vulnus iniziale, ma dipenderà molto da lei il successo o meno della sua leadership che gli elettori italiano le hanno conferito.

Questa lunga premessa per raccontare la storia del partito di ispirazione neofascista nell’Italia repubblicana, il Movimento Sociale Italiano (MSI). Una storia per molti anni quasi catacombale, nascosta all’interno di piccoli gruppi di militanti, esclusa dagli appartenenti ai partiti dell’arco costituzionale. I cui voti però spesso sono stati cercati e utilizzati nel corso dei decenni dalla Democrazia Cristiana a supporto di governi centristi o in amministrazioni comunali.

I libri che raccontano le vicende del MSI sono pochissimi. Provo ad elencarne alcuni: Petra Rosenbaum “Il nuovo fascismo da Salò ad Almirante. Storia del MSI” (Feltrinelli, 1975), Piero Ignazi “Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano” (Il Mulino, 1989), Giuseppe Parlato “Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948” (il Mulino, 2006), Davide Conti “L’anima nera della Repubblica. Storia del MSI” (Laterza, 2013), Marco Tarchi “Esuli in patria: i fascisti nell’Italia repubblicana” (Guanda, 1995). Ci sono poi diversi opuscoli editi dal MSI nel corso dei decenni sulla propria storia, assolutamente assenti da ogni biblioteca pubblica, con la eccezione del volume di Almirante “Il Movimento Sociale Italiano” (Nuova Accademia, 1958). Diverse invece le biografie dedicate a Giorgio Almirante, ma il testo più interessante (pur ricco di aggiustamenti ad usum delphini, ovvero adattato e manipolato pro domo suo) è la sua “Autobiografia di un fucilatore” (Il Borghese, 1973).
Non esiste invece alcuna traccia scritta della storia del MSI nel riminese.

Provo, in rapida sintesi, a tratteggiare in pillole il percorso storico del MSI fra il 1946 e il 1994, sapendo che come in tutte le organizzazioni politiche ci sono state battaglie interne e confronti politici esterni complessi, anche duri, che hanno modificato più volte il corso della storia del partito.

Il Movimento Sociale Italiano (MSI) fu fondato a Roma il 26 dicembre 1946 da undici reduci della Repubblica Sociale Italiana ed ex esponenti del regime fascista: Arturo Michelini, Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Giorgio Bacchi, Giovanni Tonelli, Cesco Giulio Baghino, Mario Cassiano, Valerio Pignatelli, Roberto Mieville, Giorgio Pini, Biagio Pace. Una fondazione semiclandestina del partito.

Opuscolo del MSI edito nel 1996 (“1946-1996: cinquanta anni di passione : Movimento Sociale Italiano”)

Scrive Piero Ignazi: “Per più di due anni vi era stato un affastellarsi di iniziative isolate di tipo rivoluzionario-terroristico, contemporaneamente al riattivarsi di legami tra ex camerati e al proliferare di sigle, movimenti, gruppi e, soprattutto, giornali. Questo clima magmatico e contradditorio era il frutto inevitabile della sconfitta. L’incarcerazione, l’esilio o la clandestinità di buona parte della classe dirigente del fascismo aveva infatti privato di guida e orientamento quanti rimanevano legati all’esperienza fascista. Questo mondo di nostalgici oscillava tra due direzioni principali: l’inserimento nella legalità o l’attività clandestina. Fu attraverso lo sviluppo e l’intrecciarsi di queste due modalità che si attuò la ricomposizione politico-organizzativa del neofascismo”.

Determinante fu in quegli anni l’azione di Pino Romualdi (1913-1988), che nonostante la condanna a morte per i fatti di Parma (un eccidio di partigiani nell’estate 1944 mentre era segretario federale di quella città), inflittagli nell’ottobre 1945, si mosse ed agì liberamente in tutta Italia sino al suo arresto nel marzo 1948 quando fu costretto a scontare circa tre anni di galera. Venne considerato il più raffinato e intelligente stratega della Destra nazionale sociale del dopoguerra.

Sin dalla sua costituzione il partito si divise tra un MSI atlantico e disponibile a collocarsi nello spazio della sfera pubblica che la democrazia lasciava aperto agli eredi di Salò (Michelini, De Marsanich, Romualdi) e chi voleva un MSI identitario, terzaforzista e composto quasi in via esclusiva dagli “esuli in patria” (come li chiamò Marco Tarchi nel suo volume) (Almirante e gli esponenti della sinistra sociale).

Pino Romualdi (1913-1988)

In un opuscolo del MSI (“1946-1996: cinquanta anni di passione: Movimento Sociale Italiano”) è scritto: “Nasceva il partito di chi era stato e voleva rimanere fascista”. “Fu l’inizio di un’avventura che qualsiasi osservatore privo di pregiudizi non può non definire eccezionale: un movimento fondato da sopravvissuti agli stermini della resistenza, di già condannati a morte (come Baghino e Romualdi), di persone che per molti anni ancora rischieranno la vita parlando nelle piazze di tutta Italia”.

Primo Segretario fu Giacinto Trevisonno (dal 26 dicembre 1946 al 15 giugno 1947). Giorgio Almirante (32 anni) nel giugno 1947 fu nominato Segretario Nazionale e fu lui a proporre l’adozione della fiamma tricolore come simbolo del partito, tratto dall’emblema degli arditi nella Prima Guerra Mondiale. Nel 1950 lo sostituì Augusto De Marsanich sino al 1954 (che divenne poi presidente del partito sino al 1972) a cui subentrò Arturo Michelini. Dopo la sua morte, il 15 giugno 1969, il Comitato Centrale del MSI il 29 giugno rieleggerà Segretario Nazionale Almirante che lo rimarrà sino ad un anno prima della sua morte, avvenuta il 22 maggio1988. Al Congresso di Sorrento del dicembre 1987 venne eletto segretario Gianfranco Fini, scalzato al Congresso di Rimini del gennaio 1990 da Pino Rauti. Dopo il disastroso risultato elettorale alle amministrative del 1991 (in cui il MSI-DN dimezzò i voti) Rauti si dimise e il comitato centrale rielesse segretario Fini.

Pino Romualdi morì il 21 maggio, Giorgio Almirante il 22 maggio. Il 24 maggio 1988 ci fu un funerale unico dei due capi storici del Movimento Sociale a Piazza Navona a Roma alla presenza di migliaia di persone. Amici e nemici, ma per quarant’anni lavorarono assieme per dar vita ad una forte destra. Senza rinnegare, però, il passato.

Primi anni ’60. Comizio di Pino Romualdi, al microfono

Nel 1956, al 5° Congresso, tenutosi a Milano, Pino Rauti, in rottura con il segretario Michelini, considerato un moderato, uscì dal MSI per costituire Ordine Nuovo. Rientrò nel MSI nel 1969 dopo che Almirante il 10 luglio aveva lanciato un appello, rivolto soprattutto a Ordine Nuovo, “ai camerati che hanno abbandonato il partito”. Una parte dei militanti del movimento, contrari al rientro, insieme al fondatore, nei ranghi del Movimento Sociale Italiano proseguì l’attività. Ma a novembre 1973 il movimento fu sciolto a seguito del processo in cui 30 suoi dirigenti furono accusati di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista, subendo pesanti condanne e lo scioglimento ufficiale a opera del ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani.

Nel 1972, a seguito della fusione con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, venne aggiunta nella sigla del partito Destra Nazionale (MSI-DN). Gli iscritti dichiarati (un po’ sommariamente) in occasione di Congressi ammontavano a 30.000 nel 1947 con 2.500 sezioni; negli anni ’50 ca. 500.000 iscritti; nel 1972 451.000 iscritti; nel 1984 382.000 iscritti in 3.180 sezioni; nel 1987 119.000 iscritti in 2.720 sezioni.

Nel 1950 venne fondata la CISNAL, il sindacato neofascista, diretta Giovanni Roberti, deputato del MSI.

Rocca delle Caminate, Anni ’70. Da sinistra, il riminese Sergio Cappelletti, Pino Romualdi, Rachele Mussolini ad una cena

Il Congresso di Fiuggi del 25-27 gennaio 1995 pose fine alla storia del MSI-DN, ultimo partito della Prima Repubblica rimasto in vita, e Fini diede vita alla nuova formazione politica Alleanza Nazionale, già sdoganata nei fatti da Silvio Berlusconi e portata dentro il suo primo Governo dopo le elezioni politiche del 27 marzo 1994.

Rauti (1926-2012), da sempre animatore dell’ala sociale, insieme con alcuni altri esponenti del partito come Giorgio Pisanò e Tommaso Staiti di Cuddia, non accettò questo cambiamento, interpretato come un «disconoscimento» del proprio passato. Il 3 marzo 1995 fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Rauti venne espulso dalla Fiamma Tricolore nell’ottobre 2003 e fondò, nel 2004, il Movimento Idea Sociale.

Il MSI fece la sua prima comparsa nella scheda elettorale del 1948 ottenendo l’1,8% dei voti ed eleggendo 6 deputati e 1 senatore. Sino al 1994, nelle varie elezioni politiche, ottenne mediamente fra il 4,5% e il 5,5% dei voti degli italiani (con un picco nel 1972 del 7,8%, quando elesse 55 deputati e 26 senatori): fra un milione e mezzo e due milioni di preferenze.

22 maggio 1988. Santino funebre di Giorgio Almirante (1914-1988)

22 maggio 1988. Il testo commemorativo sul retro del santino funebre di Giorgio Almirante

Gli italiani al referendum del 2 giugno 1946 scelsero la Repubblica e non la Monarchia, votarono per la elezione dell’Assemblea Costituente (la Democrazia Cristiana conquistò la maggioranza relativa dell’Assemblea con il 35,21%, mentre il Partito Socialista e il Partito Comunista raggiungevano insieme il 39,61%; i tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi). Le donne furono chiamate per la prima volta al voto. Con quella tornata elettorale gli italiani diedero soluzione alla questione istituzionale ed elessero un’assemblea chiamata a scrivere e ad approvare la nuova Costituzione della Repubblica Italiana (entrata in vigore il 1º gennaio 1948).

L’Assemblea Costi­tuente il 28 giugno 1946 elesse Enrico De Nicola – giurista, esponente della cultura politica liberal-democratica e presidente della Camera dal 1920 al 1923 – a Capo provvisorio dello Stato.

A questi passaggi fondamentali della nascita della Repubblica Italiana le forze neofasciste furono estranee, relegate in un mondo semiclandestino, dentro e dietro una moltitudine di sigle (il Fronte dell’Italiano, il Movimento Italiano di Unità Sociale, il Fronte del Lavoro, Gruppo reduci indipendenti) che si esprimevamo attraverso numerosi giornaletti di scarsa diffusione. Con una forte simpatia da parte di questi gruppi in quegli anni per la formazione dell’”Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini che sostennero nella sua elezione alla Assemblea Costituente nel giugno 1946. Ma la formazione del Movimento Sociale Italiano iniziò la ricomposizione di tutti questi gruppi, consentendo al MSI di partecipare alle elezioni comunali di Roma nel settembre 1947 quando riuscì a eleggere tre consiglieri comunali, che furono pure determinanti nell’eleggere sindaco il democristiano Salvatore Rebecchini.

1990. Tessera del MSI-DN

La cosiddetta “amnistia Togliatti” fu un provvedimento (decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4) di estinzione delle pene proposto alla fine della Seconda guerra mondiale nella neonata Repubblica Italiana dal Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti e approvato dal Governo De Gasperi I. L’emanazione del provvedimento di amnistia e le rapide scarcerazioni di massa provocarono immediatamente vaste reazioni negative nel paese, tra i partigiani, la popolazione comune e le forze politiche.

Il provvedimento fu introdotto in un paese ancora dilaniato dalle conseguenze del conflitto e dalla guerra civile. Il ministro Togliatti presentò il provvedimento di clemenza come giustificato dalla necessità di un “rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale”. L’amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi, ivi compreso il concorso in omicidio.

Metà anni ‘80. Rimini. Iniziativa del MSI-DN. Da sinistra, Francesco Barletta con Gianfranco Fini

La XII Disposizione transitoria della Legge Costituzionale, approvata dal Parlamento ed entrata in vigore l’1 gennaio 1948, recita: “E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”.

Il 7 febbraio 1948 venne però approvata la cosiddetta “legge di clemenza” su proposta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, che reinserì nei propri ruoli tutto il personale amministrativo del regime fascista che era stato epurato, compresi quelli coinvolti in atti come rastrellamenti ed esecuzioni sommarie.

1–14 gennaio 1990. Rimini. 16. Congresso Nazionale del MSI-DN. Da sinistra, Gianfranco Fini e Pino Rauti. Quest’ultimo scalzò dalla segreteria nazionale Fini

Ma poi il Governo De Gasperi approvò la legge Scelba (legge 20 giugno 1952, n. 645) in attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana che, tra l’altro, introdusse il reato di apologia del fascismo. Questa legge sanziona «chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e «chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».
Questa legge nei decenni ricevette un’applicazione tale da non mettere mai in dubbio la legittimità del MSI, nonostante in varie occasioni (soprattutto nel corso dei violenti anni ’70, dove un’area grigia tra eversione e legalità fu coltivata a lungo dal MSI) i partiti della sinistra ne chiedessero la sua piena applicazione.

11–14 gennaio 1990. Rimini. 16. Congresso Nazionale del MSI-DN. Da destra, al microfono, Pino Rauti. Poi Gianfranco Fini

Nel prossimo articolo proverò a raccontare degli uomini e delle vicende del MSI riminese.

  1. SEGUE

Paolo Zaghini

(nell’immagine in apertura, Giorgia Meloni con Gianfranco Fini, suo mentore in Alleanza Nazionale)

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