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Riminesi vere o inventate, ma sempre raccontate dagli uomini

Piero Meldini: “La Riminese. Venti ritratti di donne da Francesca alla Saraghina” Interno4.

A distanza di oltre trent’anni Piero Meldini e la casa editrice Interno4 ci ripropongono un testo uscito nel 1986, che inaugurò La Biblioteca del Titolo (che produsse fra il 1986 e il 1989 una quindicina di volumi), riprendendo il nome dal mensile culturale edito da Maggioli fra il 1983 e il 1985.

Venti ritratti di donne riminesi dall’età romana ai giorni nostri. Donne famose realmente esistite (come Francesca, Isotta, Santa Innocenza) e personaggi di fantasia (come Foglia la fattucchiera, la Saraghina di Fellini). Raccontate attraverso una presentazione di Meldini e la selezione di testi ripresi da storici illustri o da modesti cronisti locali, da grandi scrittori o da oscuri letterati, o ancora raccontate attraverso brani da manoscritti inediti, diari privati, confessioni intime.

“In una storia narrata da uomini, popolata di uomini e destinata a uomini, le donne entrano nel racconto storico già trasformate in figure stereotipate e archetipiche, cariche di un ingombrante corredo di proiezioni e fantasie maschili. Ecco perché, fantasma per fantasma, non ho avuto nessun scrupolo a mescolare storie di donne vere e di donne inventate”, scrive Meldini nella sua Introduzione.

“Un’annalistica e una storiografia de viris illustribus ha generalmente ignorato le donne, lontane dalle guerre e dai fatti d’arme, estranee – fatte rare eccezioni – all’esercizio del potere e agli affari di stato, ai margini della ricerca letteraria e artistica e del dibattito culturale. Nelle cronache compaiono perlopiù come pure nomi, flatus vocis, esangui ectoplasmi, presenze sbiadite e accidentali. Trascurate spesso persino dalle fonti ‘loro malgrado’, le donne approdano alle fonti narrative o al seguito di un grand’uomo (è il caso di Isotta) o perché eccezioni ed eccessi, exempla e monstra. Vi approdano le sante e le peccatrici, le vittime e le assassine, le vergini e le puttane. Vi approdano le eroine positive – le Cornelie, le Giuditte, le Antigoni – e le eroine negative – le Medee, le Clitennestre, le Erodiadi, le Messaline”.

Fra le venti protagoniste del libro ne scegliamo tre. Ancora una volta è Francesca protagonista in primo piano, di una storia di cui in realtà “ignoriamo quasi tutto. Ci è sconosciuto l’anno (…), ci è ignoto il palcoscenico della tragedia. L’unico elemento storicamente certo è l’esistenza e l’identità dei tre protagonisti: Francesca, figlia di Guido da Polenta, e i fratelli Paolo detto il Bello e Giovanni detto lo Sciancato, figli di Malatesta da Verucchio. Lungi dal frenarla, proprio la vaghezza dei riferimenti storici ha scatenato la fantasia di scrittori, musicisti, pittori”.

Ma la memoria di Francesca è stata ed è meno viva a Rimini che altrove. “Non c’è bisogno di pensare a censure. E’ piuttosto l’ambiguità del personaggio – nebuloso e ingombrante – e della vicenda – pietosa e imbarazzante – a scoraggiare un’eccessiva familiarità e a condannare i due cognati anche quaggiù, a un’esistenza aerea e inafferrabile”.

Invece donna di fantasia pura è la Saraghina, nata dalla fervida immaginazione di Federico Fellini. “I mostri di Federico Fellini – forse il più prolifico e geniale fabbricante di freaks della storia del cinema – provengono dal passato, dall’infanzia riminese. E’ lo stesso regista a rivelarlo, là dove confessa di non tornare volentieri a Rimini, di avvertire una ‘sorta di blocco’: ‘Quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati’” (in “La mia Rimini”, Cappelli, 1967).

“Il più felliniano dei mostri di Fellini, immancabile e ricorrente sotto i più vari travestimenti, è quello dell’iniziatrice sessuale: fantasma di donna opulenta e lasciva, animalesca e laida: versione degradata e caricaturale della figura materna”. E’ l’Anitona delle Tentazioni del dottor Antonio; è la gigantessa di Casanova; è la tabaccaia di Amarcord; è la Gradisca.

In 8 ½ “la Saraghina (che dovrà il suo nome alla grassezza, untuosità e volgarità di un pesce peraltro – e giustamente – amato dai riminesi) è, insomma, una figura archetipica che incarna fantasmi femminili massicciamente presenti nell’inconscio collettivo dei riminesi e dei romagnoli”.

Infine figura vera, Amelia Carosi, una maestra giardiniera dell’Asilo Baldini, di 47 anni, nel settembre 1944 “tra i pochissimi riminesi che rifiutano di abbandonare la città, accettando di convivere con i bombardamenti quotidiani, le cannonate, le truppe straniere e gli altri innumerevoli pericoli e disagi che derivano dallo stare, inermi, in prima linea”. Nel suo “Diario di guerra” (edito da Garattoni nel 1968) la Carosi “annota i fatti di cui è, insieme, testimone e protagonista”. “I fatti sono descritti senza nessuna enfasi. Non un lamento, non un’imprecazione si leva dalle pagine ingiallite, scritte senza ‘presunzione letteraria’ o smanie di protagonismo”. Scampata miracolosamente alle bombe, Amelia Carosi morirà di tifo il 23 gennaio 1945, appena quattro mesi dopo la Liberazione.

Paolo Zaghini

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