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Se al cimitero di Morciano ci fosse stata Agatha Christie

La realtà è la miglior complice degli scrittori di polizieschi. Una filastrocca, un trafiletto di giornale, un frammento di conversazione orecchiato casualmente, possono diventare spunti per romanzi di successo. Agatha Christie costruì uno dei suoi gialli più famosi intorno a una frase che aveva sentito dire un passante, «Perché non l’hanno chiesto a Evans?», che poi divenne il titolo del libro.

Uno dei tasselli determinanti dell’intreccio di Perché non l’hanno chiesto a Evans? è l’enigmatica foto di una donna che viene ritrovata in tasca a un cadavere (la foto, non la donna). Peccato che Dame Agatha non sia più fra noi da parecchio, altrimenti nelle recenti cronache della Valconca troverebbe ispirazione per un altro mystery a base di cadaveri e foto che scompaiono: da una tomba di famiglia del cimitero di Morciano è stata trafugata la foto di un signore.

I furti nei nostri cimiteri purtroppo non sono una novità, i ladri sacrileghi rubano di tutto, dai vasi di fiori ai giocattoli deposti sulle tombe dei bambini, alla faccia del malaugurio che dovrebbe colpire chi profana le ultime dimore degli umani. Sicuramente nel camposanto morcianese c’erano oggetti più preziosi di una vecchia foto, eppure per prenderla gli ignoti predoni hanno forzato il lucchetto della cappella dove riposa il defunto. O erano particolarmente disperati, o, per oscure ragioni, quel ritratto era molto importante per loro, o per chi li mandava.

L’appassionato di gialli non ha dubbi e opta per la seconda ipotesi. Se è della scuola del noir casereccio immaginerà una faida paesana, magari legata a questioni di donne o a un’eredità contesa, se è un seguace di Dan Brown ci imbastirà tutto un intrigo diabolico con diramazioni nei cinque continenti. Oggi procurarsi la foto di qualcuno è molto più facile che negli anni Trenta, quando fu scritto Perché non l’hanno chiesto a Evans?.

Una ricerchina su Google e trovi le immagini di chiunque, da giovane e da vecchio, a volte perfino la foto di gruppo della quinta elementare. I ladri, quindi, erano interessati a quello scatto in particolare: conteneva forse qualche dettaglio decisivo, assente tutti gli altri ritratti del defunto? Oppure cercavano qualcosa racchiuso nella cornice, o un messaggio in codice scritto sul retro della foto, un elemento che magari non c’entra con il morcianese sepolto, ma è legato a un disegno molto più grande, una specie di caccia al tesoro mondiale in cui gli indizi sono sparsi in sperduti cimiteri di campagna.

Ovviamente si tratta di gioco inquietante architettato da una cospirazione internazionale, con contorno di servizi segreti, Illuminati e Templari, che ci stanno sempre bene, e il cui obiettivo finale è, tanto per cambiare, il Santo Graal.

Manca solo il titolo – e siccome “Evans” non è un cognome molto diffuso in Valconca, bisogna pescare nell’onomastica locale, che vede in cima ai cognomi più frequenti “Ciotti”, “Sanchi” e “Mancini”. Escludendo il primo e il terzo perché evocano più il mondo del calcio che atmosfere gialle, otteniamo un suggestivo Perché non l’hanno chiesto a Sanchi? che sa già di bestseller.

Vabbè, basta così. Abbiamo ricamato forse con troppa leggerezza su un episodio di cronaca che, seppur non tragico, si lascia dietro una vittima morale: la vedova del defunto, 84 anni, che ha trovato violata non solo la tomba del marito, ma anche le proprie memorie più care. A differenza delle persone, le fotografie si possono rimpiazzare, ma ci concediamo solo un altro pizzico di romanzesco per augurarci che gli occhi di quel ritratto rubato prendano vita e lancino ai ladri uno sguardo di rimprovero capace di farli vergognare. E di convincerli a rimetterlo quanto prima al suo posto.

Lia Celi 

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