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Se un delitto di Rimini porta all’oro di Dongo

Enrico Franceschini: “Ferragosto” – Rizzoli

Avevamo lasciato la banda del giornalista Mura a inizio estate nel volume “Bassa marea” (Rizzoli, 2019). Ora li ritroviamo tutti a cavallo di Ferragosto, che per i romagnoli è stato visto sempre come il giro di boa dell’estate, della stagione balneare. Ma è anche contemporaneamente il momento clou, con le spiagge traboccanti di turisti, il mare invaso dai pedalò e un caldo da scoppiare.

La Romagna è la grande protagonista del romanzo. E la dedica non potrebbe essere più esplicita: “Ciao mare. In memoria di Raoul Casadei (1937-2021), nato il giorno di Ferragosto”.

Il quartetto maschile è inossidabilmente amico dall’epoca dell’infanzia, e vive di reciproci sfottò. Esso comprende il dott. Danilo Baroncini, alias il Barone, e la sua donna la Raffa, Sergio Baldazzi detto l’Ingegnere con la Mari, Pietro Gabrielli (il Professore, professione bibliotecario) con la fidanzata letterata ma soprattutto c’è Andrea Muratori, detto Mura, giornalista in pensione. La sua donna, forse, è la Cate, corrispondente di guerra e scopamica.

Mangiano e bevono, da bravi bolognesi, e si godono la vita e l’amicizia, tutti per uno come i moschettieri. Ma tra loro si annida quel Mura che – nonostante viva in un posto tranquillo come Borgomarina dove, a parte nei mesi estivi, gira pochissima gente – trova sempre il modo di cacciarsi nei guai facendo l’investigatore privato dilettante.

Questa avventura si svolge così in pieno agosto. Al Bagno Magnani una moglie sospetta che il marito la lasci ogni giorno da sola per raggiungere l’amante. Nel frattempo, un fotografo noto per il via vai di ragazze nel suo studio viene ritrovato assassinato in posa oscena. A investigare, in entrambi i casi, sarà Mura, giornalista in pensione e detective dilettante per vincere la noia, che a sessant’anni suonati si è ritirato in un capanno sul molo con il principale obiettivo di pescare, giocare a basket e ripetere vecchie storielle insieme ai “tre moschettieri”, i suoi ex compagni di scuola. Ad incaricare Mura non sono i parenti: è una donna (bellissima, perché i quattro amici, il cui motto è che i sessanta sono i nuovi quaranta, sono molto sensibili al fascino femminile) che teme il marito la tradisca, e poi una seconda donna (sempre bellissima) che potrebbe venir accusata dell’omicidio del fotografo.

Ma dietro a quelli che sembrano una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico affiora un segreto che risale alla fine del fascismo: la scomparsa del tesoro che Mussolini portava con sé prima di essere catturato e giustiziato dai partigiani. Fra scaltre ballerine della Martinica, trans brasiliane dal cuore dolce, nostalgici del ventennio e sbronze di rhum (e olio di ricino), Mura si ritrova coinvolto in una corsa senza tregua per trovare la soluzione del duplice intrigo e, forse, lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina.

Cioè una storia con la S maiuscola, un filo rosso che porta fino a uno dei grandi misteri che avvolge la morte di un romagnolo piuttosto celebre, Benito Mussolini, e del suo tesoro scomparso dopo la cattura e la condanna a morte da parte dei partigiani. Il famoso tesoro di Dongo. A cercare di trovare il bandolo della intricata matassa ci penserà Mura, in una concatenazione di eventi pieni di suspense.

Franceschini ne approfitta per raccontarci la storia di Villa Mussolini a Riccione (con una grave dimenticanza: il sopruso commesso verso la famiglia ebrea Matatia, proprietaria originaria del villino). Nelle vicende post-guerra la villa diventerà una pensioncina, gestita da una famiglia (qui diamo spazio alla fantasia del narratore): “Una azdora romagnola [Rachele Mussolini] che nasconde una fortuna nella sua villa di Riccione. Il proprietario di una piccola pensione che un giorno appendendo un quadro sente una parete vuota, scava un buco, trova lingotti e gioielli, vende tutto, diventa ricco e parte per l’Australia, lasciando una trattoria in collina al figlio un po’ tonto”.

Ma la storia deve tener conto del più tonto di tutti, “Mura, che quando vede damigelle in pericolo perde la testa. Specie se sono piuttosto carine”.

Paolo Zaghini

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