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17 maggio 1534 – Il tiranno Antonello Zampeschi cacciato da Santarcangelo

Il 17 maggio 1534, Papa Clemente VII revoca ad Antonello Zampeschi da Forlimpopoli il dominio su Santarcangelo, di cui era stato investito appena quattro anni prima dietro il versamento di 10 mila ducati.

Luca Longhi “Madonna in trono con Bambino fra i Santi Francesco e Giorgio”. La tavola è datata e firmata in basso a sinistra. A destra è raffigurato, in completa armatura e inginocchiato, il committente Antonello Zampeschi, che ebbe in feudo Santarcangelo dal 1530 al 1534. Sempre in basso, ma al centro, è lo stemma degli Zampeschi.

Luca Longhi: “Madonna in trono con Bambino fra i Santi Francesco e Giorgio” (1531). A destra è raffigurato, in completa armatura e inginocchiato, il committente Antonello Zampeschi. Sempre in basso, al centro si vede lo stemma degli Zampeschi

Cos’era successo? Per capirlo bisogna riepilogare qualche vicenda precedente. Santarcangelo, il principale centro del territorio riminese, da sempre è il più riottoso al dominio dei sipuléin (se già “seppiolini” era il nomignolo dei Riminesi). Ha sempre rivendicato da sempre la propria autonomia e per qualche periodo l’ha ottenuta; o meglio,  stata nelle mani di un signore diverso da quello di Rimini. Lunghissima la lista delle sue ribellioni e ancor più lunga e dolorosa quella delle conseguenze che la cittadina ha dovuto patire.

Solo ultimo in ordine di tempo, il terribile saccheggio di cui ci è giunta la descrizione di un testimone oculare, il santarcangiolese Santini: «Adì 29 settembre 1503 fu il sacco di S. Arcangelo che fu il giorno di S. Michele Avocato di detto luoco, e tal sacco durò 22 giorni, et le genti che lo saccheggiarono furono il Sig. Carlo Malatesti di Rimini aiutate dal Duca Guido Baldo d’Urbino, con le sue genti, e fu saccheggiato sotto alla fede, non avendo potuto ottenere il loco per forza, e questo fu per la sede vacante di papa Alessandro Borgia VI. Tal sacco lo dice volgarmente sacche de Feltre, salci per la maggior parte delle robbe del luoco furono portate al Monte Feltro, et a tal tempo su fecero ricchi molti del Poggio de’ Berni vicino a S. Arcangelo».

Altri dettagli li fornisce il cesenate Giuliano Fantaguzzi: in pratica, Papa Alessandro aveva dato Santarcangelo in feudo personale a suo figlio Cesare Borgia, il Duca Valentino. Com’è noto, alla morte del Papa era seguita l’immediata disgrazia del figlio, con i signorotti locali ad avventarsi su quelli erano i loro ex possedimenti.

Santarcangelo era stata così investita dalle truppe alleate dei Malatesta e dei Montefeltro (o Pandolfeschi e Feltreschi, come si diceva allora). Preso il paese, «la roccha non possette avere», scrive il Fantaguzzi. Ma il castellano del Borgia, il bolognese Filippo Malvezzi, la vendette al Duca d’Urbino per 700 ducati; salvando così la vita, ma «folli svergognate doe sue belle fiole bolognese».

Ma torniamo al 1534. I Riminesi che masticavano amaro per la perdita di Santarcangelo, già aggregata a Cesena, adesso se la ridono dei zvulùn (se, di nuovo, “cipolloni” era già l’epiteto dei futuri clementini).

L’agognata “indipendenza” da Rimini, e poi da Cesena, assumendo il rango di “comitato” e con un proprio conte feudatario – sebbene gli Zampeschi fossero già i signori di Forlimpopoli  – si è infatti rivelata un incubo, come racconta Carlo Tonini, che definisce il governo di Antonello figlio di Brunoro I «incomportabile e vituperosa tirannide, colla quale straziò quei miseri terrazzani». Il padre di Carlo, Luigi Tonini, aggiunge sempre a proposito di Antonello da Forlimpopoli: «Sciolto inoltre il freno alle cupidigie e libidini più turpi, non s’era astenuto, non dico già soltanto degli adulteri, ma nemmeno dagli eccessi contro natura». 

Papa Clemente VII

Papa Clemente VII

Insomma, per la somma soddisfazione dei Riminesi, Santarcangelo era finita dalla padella alla brace. E i suoi cittadini quasi subito avevano preso a inviare suppliche a Papa Clemente perché li sollevasse da tale flagello. Il pontefice di casa Medici, già molestato da petizioni e trame dei Riminesi perchè ridesse loro Sancto Arcanzolo, ora si ritrovava frastornato anche dai lamenti dei Santarcangiolesi. Ascoltato Antonello che prometteva di cambiare registro, aveva detto loro di pazientare. Ma siccome i giuramenti dello Zampeschi restavano lettera morta e le suppliche continuavano ad arrivare a carrettate, aveva infine deciso di fare piazza pulta.

Primo: via lo Zampeschi; secondo, nessun ritorno nel distretto dei  Riminesi, di nuovo scornati. Terzo: confermata l’autonomia di Santarcangelo. Parebbe un trionfo, se non che da allora e fino al termine dello stato pontificio la cittadina fu affidata a un governatore nominato direttamente dalla Santa Sede: il primo fu tale Galletto, già Tesoriere di Romagna. Lo stesso insomma di quel che stava accadendo a Rimini: da un’indipendenza di fatto a una “libertà” solo a parole. 

Emblema degli Zampeschi di Forlimpopoli

Stemma degli Zampeschi di Forlimpopoli

Del dominio di Antonello di Brunoro resta a Santarcangelo la cosiddetta celletta Zampeschi, in via della Cella che da essa prende il nome. O meglio, di originale rimane la facciata, poiché il resto venne distrutto durante la seconda guerra mondiale. Ricostruita, oggi è sede della ‘Società operaia di mutuo soccorso’.

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La celletta Zampeschi

(L’immagine di apertura è di Ivano Mariani (Galeazzo Arcibalbo di Romagna) www.arcibalbo-santarcangelo.it)

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