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18 luglio 390 (388?) a.C. – Guai ai vinti! I Galli Senoni umiliano i Romani


18 Luglio 2024 / ALMANACCO QUOTIDIANO

Nei pressi del fiume Allia, il 18 luglio 390 a.C. (o 388, secondo altri) i Romani affrontarono i Galli Senoni e vennero disastrosamente sconfitti.

Lo stesso giorno, alla disfatta sul campo succedette il sacco di Roma ormai indifesa. Un drammatico affronto che non si sarebbe più ripetuto se non oltre 800 anni dopo, nel 410 d.C. per mano dei Visigoti di Alarico.

Evariste Vital Luminais: "I Galli in vista di Roma"

Evariste Vital Luminais (1821-96): “I Galli in vista di Roma”

È questa una delle poche certezze che riguardano la pagina più nera di Roma, quando per l’unica volta era stata violata dallo straniero. Quella data, infatti, verrà ricordata nel calendario dell’Urbe come “giorno nefasto” (contrassegnato con una N) in cui non era lecito sacrificare, iniziare imprese di alcun tipo, trattare affari giudiziari, o alcuna azione che non fosse strettamente necessaria, né in pubblico né in privato. Quando fu istituito il «dies alliensis» – probabilmente già nel 389 a.C. – le stesse proibizioni vennero estese a tutti i giorni dell’anno che seguivano le calende, le idi o le none. Tanto la Clades Gallica, la “sconfitta gallica”, si era incisa nella memoria dei Romani. E quasi a conferma di quei timori, il 18 luglio del 64 d.C. sarebbe scoppiato il grande incendio di Roma, quello “di Nerone”.

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Daga e fodero celtici in bronzo

Il resto è avvolto nell’incertezza e dal velo di reticenza, se non di mistificazione, degli storici romani. Si dice che la storia è stata scritta dai vincitori; ma di quei fatti, per una volta, conosciamo solo la versione dei vinti, cioè i Romani.

Non si sa nemmeno dove fosse esattamente quel fiume Allia. Per Tito Livio era un affluente di sinistra del Tevere e la battaglia si sarebbe svolta a circa 10 miglia (circa 25 km) da Roma, «là dove il fiume Allia, scendendo dai monti Crustumini in una gola profonda, si getta nel Tevere poco sotto la via Salaria»; per Diodoro Siculo, invece, l’Allia era un affluente di destra. Dando ragione a Livio, oggi si ritiene che l’Allia corrisponda al Fosso della Bettina che, dopo aver preso il nome di Fosso Maestro, si getta nel Tevere alla Marcigliana, al km 18 della via Salaria.

Il presunto luogo della battaglia dell'Allia

Il presunto luogo della battaglia dell’Allia nel 387 a.C.

Fortemente sospetta è anche la ricostruzione degli altri fatti. Livio racconta che i Galli sarebbero penetrati in città solo perché i Romani superstiti della battaglia, rientrati precipitosamente fra le mura, avrebbero dimenticato di chiudere le porte. Però il plebeo Lucio Albinio sarebbe riuscito a far fuggire le vergini Vestali a Caere (Caisra o Cisra in etrusco, oggi Cerveteri) portando in salvo il sacro Palladio, il talismano magico che proveniva da Troia attraverso Enea e rappresentava la vera salvezza di una città e di un popolo, quella soprannaturale e divina.

Ulisse e Diomede rubano il Palladio di Troia. Secondo le tradizioni romane il magico simulacro di Atena sarebbe stato invece salvato da Enea e quindi giunto con lui nel Lazio, oppure trasferito in Italia dallo stesso Diomede

Sarebbe seguito il massacro dei senatori: rimasti solennemente assisi sui loro scranni mentre i guerrieri celtici li facevano a pezzi. Ma soprattutto gli storici oggi mettono in dubbio, se non la resistenza del Campidoglio (grazie o meno all’aiuto delle celebri oche), certamente la pesante sconfitta, che sempre secondo Livio, Furio Camillo avrebbe inflitto ai Galli con un’imboscata. Tanto più che la narrazione passa poi, piuttosto incongruamente, all’episodio successivo, quello dell’umiliazione totale dei Romani al grido di “Guai ai vinti!”.

Vae victis!

Brenno, il re dei Galli, pretende un riscatto di mille libbre d’oro puro per lasciare la città. Ma raggiunto il peso richiesto, getta anche la sua spada sul piatto della bilancia gridando «Vae victis!», guai ai vinti, che dai vincitori non possono aspettarsi alcuna equità.

Paul Jamin (1853-1903): “Brenno e la sua parte di bottino”

Di fronte a ciò Camillo, esclamando «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» («Non con l’oro si recupera la patria, bensì col ferro delle armi!»), avrebbe risvegliato l’orgoglio dei Romani riuscendo a infliggere ai Galli la bellezza di altre due altre sconfitte, fino a scacciarli dalla città. Mentre il bottino sarebbe finito nelle mani degli Etruschi di Cere, alleati dei Romani, strappandolo ai Senoni in ritirata.

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La celeberrima, splendida statua del “Galata morente” rievoca un’altra scorreria celtica, l’invasione della Grecia e dell’Asia minore nel III sec. a.C. Sconfitti da Antioco I Soter di Siria, i superstiti si stabilirono nella regione poi chiamata da loro Galazia, il cui capoluogo Ancyra è l’odierna Ankara, capitale della Turchia

Roma era però talmente malridotta dopo il saccheggio che gli abitanti pensavano seriamente di trasferirsi a Veio, ritenuta più sicura. Ma il veto di Furio Camillo avrebbe fatto sì che l’Urbe continuasse a vivere lì dove era sta fondata da Romolo, fino all’eternità.

Ma tutte queste belle storie mostrano troppe falle, già evidenti fin dall’antichità. Dagli autori greci ci giungono versioni molto meno onorevoli per i Romani.  Plutarco, per esempio (pur essendo entusiasta sostenitore dell’impero) precisa che l’occupazione di Roma da parte dei Galli sarebbe durata ben sette mesi. Mentre nessuno degli storici ellenici parla di riscatti né di loro fortunosi recuperi; solo alcuni confermano il “salvataggio metafisico” dell’Urbe, cioè quello del Palladio a opera del plebeo Lucio. Ma altre tradizioni sostengono che neppure il Palladio si salvò, perché furono le stesse Vestali a bruciarlo per evitarne la profanazione.

Un guerriero celtico e la sua compagna

Esiste anche un’antica spiegazione del nome di  Pesaro (Pisaurum) che si collega a queste vicende, confondendo ulteriormente le acque. I Romani stessi, pur essendosi raccontati che il bottino era stato recuperato quasi subito dagli amici Etruschi, attribuivano a quel nome un’etimologia palesemente infondata, ma significativa. Pisaurum si sarebbe chiamata così non dal fiume alla cui foce sorse la città (Pisaurus o Isaurus, oggi il Foglia; come Ariminum è la città dell’Arimnus, il Marecchia), bensì perchè Camillo avrebbe “pesato l’oro” del bottino lì recuperato, in pieno territorio gallico, in una delle basi di partenza dei “barbari”: a 300 chilometri dall’Urbe. Questa storia valse per secoli a Pesaro un’aura di iettatura: per i Romani Pisaurum portava decisamente sfortuna.

Elmo celto-italico in bronzo dorato

Elmo celto-italico in bronzo dorato, ben diverso dalle fantasiose raffigurazioni ottocentesche con ali e corna. Anzi fu proprio dai Celti che i Romani imitarono il loro elmo più caratteristico, chiamandolo appunto cassis gallicus

E qui siamo al punto che ci riguarda più da vicino. Da dove erano partiti i Galli per la loro vittoriosa scorreria?

Quella dei Senoni era l’ultima tribù di Celti scesa in Italia, verso la fine del IV secolo a.C. Secondo gli storici antichi, erano stati preceduti circa cent’anni prima da una confederazione di altri Galli guidati dal re Belloveso, che in una grande battaglia aveva sconfitto presso Ticinum (Pavia) gli Etruschi, sottraendo loro il controllo della Val Padana.

Oggi si è portati a ritenere che le migrazioni furono graduali, a ondate successive e forse a partire addirittura dal VII sec. a.C. Le prime ad arrivare sarebbero state le tribù dei Salassi e dei Taurini, forse assieme ai Leponzi e gli Insubri fondatori di Medhelan (Mediolanum, Milano). Oppure questi ultimi sarebbero arrivati più tardi con “Belloveso” o chi per lui. Sarebbero seguiti Cenomani, Libui, Salluvi, Boi, Lingoni e solo per ultimi i Senones, “gli antichi” o “quelli governati dagli anziani”.

La medievale “scrofa semilanuta” scolpita nel Broletto Nuovo di Milano ricorda la mitica fondazione della città (o più probabilmente di un santuario) da parte di Belloveso laddove una cinghialessa coperta di “bianca lana” si era fermata

Come le altre tribù celtiche, che qualcuno ipotizza stanziate in origine sulle rive del Mar Nero, i Senoni provenivano da un’area che gli storici individuano fra le attuali Svizzera, Austria e Boemia (che prende il nome dai Galli Boi, il cui insediamento presso l’etrusca Felsina si chiamò Bononia, Bologna). Ma quando venne il loro turno di migrare, una parte dei Senoni invece di scendere a sud verso l’Italia si sarebbe diretta a ovest, fino a occupare una zona fra le attuali regioni francesi dello Champagne meridionale e della Borgogna settentrionale, con capitale Agedincum. Il fiume principale che attraversa quelle terre da loro si chiama Senna e quella città è diventata Sens.

D’altra parte, una delle più note tribù germaniche, verso il 50 d.C stanziata fra Elba e Oder, era chiamata dai Romani Semnones.

Statuette votive celtiche ritrovate alle sorgenti della Senna

Secondo gli storici romani, forse in cerca di giustificazioni per i massacri di Cesare in Gallia, anche una parte dei Senoni “francesi” si sarebbe unita all’orda che era calata sulla loro città. A questi ultimi arrivati non restavano alternative che spingersi nell’area appena meridionale a quella già occupata dalle altre tribù celtiche: quella fra Romagna e Marche compresa fra i fiumi Montone (secondo alcuni l’Uso) ed Esino. Qui scacciarono, o sottomisero, o trovarono un modus vivendi con le tribù degli Umbri (Sassinati, Sapinei, Piceni), con le presenze greche e forse con le ultime vestigia etrusche.

Gli ellenici frequentavano già in epoca micenea (preceduti probabilmente dai minoici) gli empori marittimi che costellavano la sterminata, unica laguna che andava dalla foce dell’Isonzo a quelle dei fiumiciattoli romagnoli. Mentre nel 387 a.C. greci siracusani di stirpe dorica fondarono Ankón con la pacifca collaborazione della popolazione picena. La nascita della colonia greca di Ancona subito oltre l’estremo caposaldo celtico ebbe qualcosa a che fare con la quasi contemporanea impresa di “Brenno”? Non lo sappiamo, ma certo la coincidenza è suggestiva.

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Le tribù della Gallia cisalpina

I Romani chiamarono il territorio dei Senoni Ager Gallicus, il cui centro maggiore era appunto posto sul confine con il territorio dei Greci di Ancona rappresentato dal fiume Sena (“l’antico”, attuale Misa), alla cui foce fondarono una “città” dallo stesso nome (o grosso insediamento presso un tempio a cielo aperto), che oggi si chiama Senigallia.

Rimini in qualche modo doveva già esistere, anche se Luigi Tonini, sulla scorta degli eruditi locali, presume troppo quando sostiene che per forza di cose doveva essere la “capitale” dei Senoni. Andando poi a dedurre che il re Brenno fosse… riminese.

Guerriero celtico con elmo e corvo

Fatto sta che nel riminese l’archeologia ha finora restitituito ben raramente dei reperti celtici, a differenza delle ricchissime scoperte avvenute nelle Marche. Che però anche da Rimini siano partiti dei clan di Celti per partecipare all’impresa appare molto probabile.

Certamente erano guidati da un “Brenno”. Che però non un era nome proprio, bensì il titolo che un capo celtico assumeva in tempo di guerra: Brennan (l’uomo-corvo, o “consacrato al dio-corvo Bran”). Non un re dunque, ma un condottiero provvisorio che non doveva avere neppure una sede fissa, tanto meno una “capitale”.

Elmo celtico sormontato da un corvo ritrovato in Romania

Ma anche sulle basi di partenza dei Senoni le fonti antiche forniscono indizi contraddittori. Secondo Livio, i Galli furono aiutati a valicare l’Appennino da un certo Arunte, etrusco rinnegato di Chiusi, che a sua volta sarebbe stata assediata da “Brenno” e quindi (maldestramente) soccorsa dai Romani. Il che porrebbe davvero Rimini fra le candidate più probabili almeno quale luogo di concentramento dei clan per dare inizio alla campagna, essendo già allora collegata a Chiusi tramite il cosiddetto iter arretinum che nel raggiungere Arezzo (Arretium in latino; Arretim in etrusco) risaliva la valle dell’Arimnum (Marecchia) per incontrare il Tevere alla giogaia del Fumaiolo.

Ma il greco Polibio afferma invece che subito prima di attaccare Roma i Senoni avevano assediato Camerino. Il successivo valico dell’Appennino sarebbe avvenuto quindi più a sud e fuori dalla portata dei Chiusini, lungo il percorso Sentinum (Sassoferrato?), Tarsina-Tadinum (Gualdo Tadino), Fulginia-Fulginium (Foligno). Del resto nulla esclude che le colonne di Galli fossero più di una, pronte a ricongiungersi per dare l’assalto a Roma una volta superato l’Appennino: che proprio da allora si chiamò così.

“Penn” nelle lingue celtiche antiche – e tutt’ora in gaelico scozzese – significa “cima, sommità, vertice”. Un nome che per qualche motivo si impose subito agli indigeni: gli Umbri di Iguvium (Gubbio) e poi i romani stessi venerarono un Giove Pennino che aveva il tempio sul monte Catria (la “cattedra” del dio) sovrastante la gola del Furlo.

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Il torques, il collare caratteristico dei Celti

Sia come sia, il metus gallicus (“timore dei Galli”) perdurò a lungo nella memoria dei Romani, alimentato anche a fini politici da chi (il partito dei Populares con in testa la Gens Flaminia) sosteneva che l’unico modo per liberarsi di quell’incubo era invadere l’Ager Gallicus e piazzarvi delle colonie romane.

Come poi infatti avvenne, dopo la tremenda sconfitta inflitta dai Romani e dai Piceni alla coalizione di Galli, tribù di Umbri, Sanniti ed Etruschi nella battaglia di Sentinum; fu“la battaglia delle nazioni” combattuta nel 295 a.C.

Il luogo esatto di Sentinum è incerto ma l’area è fra le attuali Sassoferrato e Gualdo Tadino. Le porte dell’Ager Gallicus si spalancano attraverso l’Appennino proprio nei luoghi dominati dal massiccio del Catria. Roma fonda le colonie di Sena Gallica (284 a.C), Ariminum (268 a.C.) e, purtroppo per i fedeli alleati Piceni, Firmum (Fermo, nel 264 a.C.).

Nel 220 a.C. il censore Gaio Flaminio Nepote decreta la costruzione di una via consolare da Roma alla futura Fano nell’Ager Gallicus uscendo dall’Appennino attraverso la gola del Furlo, lungo un tracciato già etrusco. Secondo Livio la Via Flaminia viene completata in un solo anno. E’ prolungata fino ad Ariminum nel 187 a.C. giungendo alla lunghezza di 217 miglia. Per molti secoli sarà l’unico collegamento fra Roma e l’Italia del nord.

Il Fanum Fortunae (tempio della dea Fortuna) dove la prima Flaminia terminava, viene consacrato dopo la vittoria dei Romani sul cartaginese Asdrubale al Metauro nella seconda guerra punica (207 a.C.); solo all’epoca di Augusto l’abitato cresciuto intorno viene riconosciuto come colonia; quella di Pisaurum era stata invece fondata nel 189 a.C.

La Porta Augustea di Fano dove terminava la prima Via Flaminia raffigurata nel suo aspetto originario nella chiesa di S. Michele; la parte superiore fu distrutta dalle artiglierie di Federico da Montefeltro nel 1463 durante la sua guerra contro Sigismondo Malatesta

Quanto alla Romagna, Caesena in epoca romana resta un villaggio senza rango municipale; nemmeno Forlì sarà mai una vera e propria città, bensì il castrum (presidio fortificato) di Forum Livii fondato nel 188 a.C.; del municipium di Forum Popilii non si conosce la data di fondazione, comunque l’odierna Forlimpopoli non è anteriore al I secolo a.C. Dopo le guerre sociali del I secolo a.C. fu municipium anche Mevaniola, presso Galeata, già antichissimo centro umbro e prima forse etrusco, scomparso nel nulla fra IV e V secolo d.C. L’umbra Sassina di Plauto venne riconosciuta città federata di Roma già dopo la battaglia di Sentinum; anche Sarsina divenne municipium a metà del I secolo. La colonia di Faventia fu fondata intorno al 180 a.C. Di Forum Cornelii non si sa nulla prima dell’epoca di Silla, intorno all’80 a.C., nè perchè intorno al VII secolo d.C. i Longobardi iniziarono a chiamarla Imola. Prima di arrivare a Bononia (romana dal 189 a.C.) sulla Via Aemilia (costruita fra il 189 e il 187 a.C.) c’era ancora Claterna, presso l’attuale Ozzano dell’Emilia; insediamento fondato forse verso il 183 a.C. e anch’esso municipium dal I secolo a.C., svanì come Mevaniola ma più tardi, fra V e VI secolo d.C.

La “domus dei mosaici” di Claterna

Storia tutta a parte quella di Ravenna. Nome dall’inconfondibile suono etrusco, ma le testimonianze archeologiche più antiche sono umbre e risalgono al V secolo a.C. Massima discordia sulle sue origini fra gli storici antichi: fondata appunto dagli Umbri e più precisamente dai Sabini secondo il romano Plinio il Vecchio; dai Tessali per il geografo greco Strabone; dagli Etruschi per Dionigi di Alicarnasso (oggi la turca Bodrum in Caria, che secondo alcuni storici antichi degli Etruschi era la regione d’origine quando si chiamavano Tirreni); dai Veneti per il bizantino Giordane; dai mitici Pelasgi, il più antico di tutti i popoli mediterranei, per Zosimo, altro greco di Costantinopoli. Fatto sta che quando i Romani vi giunsero intorno al 220 a.C. un qualcosa che poteva essere definito “città” doveva già esistere, tanto che durante il II secolo a.C. era civitas foederata di Roma.

L’Aes grave di Ariminum con l’immagine di guerriero celta baffuto e con torques su un verso, il suo tipico scudo sull’altro: l’ultima moneta dei Galli o la prima dei Romani per commerciare con loro?