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13 novembre 1815 – Si abbatte Santa Colomba, cattedrale di Rimini

«Non ostante il ristabilimento della dominazione pontificia si compì nel novembre la demolizione dell’antica nostra Cattedrale sulla piazza del Corso, oggi Malatesta, che dicemmo essersi acquistata dal Romagnoli di Forlì. In quell’occasione tornarono in luce molte iscrizioni antiche…».

Con queste scarne righe riferite all’anno 1815, Carlo Tonini ricorda la scomparsa di San Colomba, il primo duomo di Rimini.

«Non ostante il ristabilimento della dominazione pontificia», appunto. La cattedrale, come molte altre chiese, con l’arrivo dei francesi era stata sconsacrata nel 1798 e ridotta a caserma di cavalleria. Venduti poi ai privati, spogliati e umiliati, alla caduta di Napoleone gli ex edifici religiosi erano però tutti ancora in piedi.

Ma la restaurazione del governo papale non significò affatto la loro salvezza, anzi ne vide la scomparsa definitiva. Così accadde, solo per stare ai luoghi sacri più notevoli, all’abbazia di San Gaudenzo o alla chiesetta “bizantina” di San Gregorio fuori le mura, mentre il grande ex convento di San Domenico resistette fino al termine dell’Ottocento.

Quanto rimaneva di San Colomba ai primi del Novecento

Il millenario duomo della città fu il primo a sparire, né si registrano particolari proteste dei Riminesi. Giudicata pericolante tranne il massiccio campanile romanico, venne smantellata per venderne mattoni e coppi. Il titolo di cattedrale era già passato prima a S. Giovanni Evangelista (S. Agostino), poi a San Francesco (il Tempio malatestiano). Di Santa Colomba resta solo la torre campanaria, mentre all’interno del moderno edificio privato che la affianca si possono vedere alcuni affascinanti resti delle fondazioni.

Tutta l’area, come è capitato anche in occasione dell’odierna ricostruzione del teatro, continua a restituire reperti romani e paleocristiani, senza però dar risposta ai molti enigmi su questa parte della città, anzi aggiungendone di nuovi.

Ipotesi ricostruttiva della prima chiesa di Santa Colomba (Carlo Valdameri)

Innanzi tutto, la stessa Santa Colomba: la cattedrale riminese fu dedicata fin dall’inizio alla vergine martire di Sens? In molti lo hanno messo in dubbio, ipotizzando anche che l’originaria dedicazione (avvenuta, altro mistero, non si quando: ai tempi di Costantino come dice la tradizione? O molto più tardi?) fosse allo Spirito Santo, rappresentato come colomba. Il culto della Santa gallica si sarebbe sovrapposto solo in seguito, dopo aver “dimenticato” il titolo primitivo. Ma c’è anche l’ipotesi contraria e cioè che il culto della colomba dello Spirito Santo, documentato ancora fino al XII secolo, si fosse aggiunto per un certo periodo a quello della Santa per poi essere abbandonato. Fatto sta che nei documenti altomedievali appaiono a intermittenza entrambe le dedicazioni, che appaiono poi insieme nella riconsacrazione della cattedrale nel 1154.

Santa Colomba di Sens

E poi, quale Santa Colomba? I martirologi ne ricordano almeno sette, più addirittura un San Colomba maschio, monaco irlandese. Una Santa Colomba di Aquileia (vissuta alla fine del IV secolo e sepolta a Osoppo), il cui culto era spesso associato a quello della padovana Santa Giustina che presso Rimini ebbe una sua pieve, apparirebbe la più affine a quella “riminese”; ma non esiste ombra di prova che avvalori questa ipotesi.

D’altronde resta solo una suggestione notare che la Sens di Santa Colomba prenda il nome, assieme alla Senna che la attraversa, dalla tribù celtica dei Senoni, la stessa che abitava a Rimini e dintorni prima dei Romani. Di certo fin da un tempo molto antico i Riminesi si convinsero che fra tante Sante con quel nome quella venerata in cattedrale con tanto di reliquie, fosse quella della Gallia, come ancora si chiamava la provincia non essendo ancora giunti i Franchi.

Giovanni Baronzio, “Santa Colomba davanti all’imperatore Aureliano” (XIV sec.)

Secondo l’agiografia, Colomba sarebbe stata di origine iberica, senza specificare di quale città, di famiglia nobile e pagana. Valicati i Pirenei, a Colonia Julia Viennensis (Vienne) si sarebbe convertita al cristianesimo quando aveva 16 anni. Per sfuggire alle persecuzioni di Aureliano avrebbe poi raggiunto con altri cristiani Agendicum (Sens). Ma qui fu rintracciata e rinchiusa in carcere, dove una guardia cercò di violentarla. Ma un orso fuggito da un vicino anfiteatro la salvò e la liberò. Condannata al rogo, un acquazzone ne spense le fiamme. Alla fine sarebbe stata decapitata il 31 dicembre dell’anno 273, vicino ad una fontana detta d’Azon.

Giovanni Baronzio: “Santa Colomba salvata dall’orso”

Dopo eventi miracolosi, sulla sua tomba fu costruita una cappella e, in seguito, nel 620 circa, Clotario II vi fondò l’abbazia di Sainte-Colombe-lès-Sens’. 

Si narra inoltre che alcuni mercanti di Sens, che navigavano nell’Adriatico portando con sé una reliquia di Santa Colomba, furono costretti ad approdare a Rimini. La reliquia fu accolta da Stemnio, vescovo della città dal 313 circa, e posta nella Cattedrale appena costruita al posto di un tempio di Ercole.

In Santa Colomba si sarebbe poi tenuto il Concilio di Rimini, quando vescovo era San Gaudenzo.

Giovanni Baronzio: “Martirio di Santa Colomba”

Nel 1581 monsignor Castelli vescovo di Rimini, nunzio apostolico in Francia, ottenne dai monaci dell’abbazia di Sens una costola e due denti della martire; al suo ritorno a Rimini constatò che combaciavano con le reliquie già in cattedrale; dal secolo XVIII sono conservate in un busto reliquiario ora posto nel Tempio Malatestiano.

In questa “Morte della falsa moglie di San Marino” di Giorgio Picchi (1590 ca.) si vedono le absidi di Santa Colomba rivolte verso la piazza di Rimini

Storie e leggende che hanno fatto sbizzarrire gli antropologi. Gli spunti: l’orso fra i Greci era sacro alla dea vergine Artemide, la Diana romana, mentre la fertile colomba era sacra ad Afrodite-Venere, ma veniva sacrificata anche ad Apollo, all’infernale Ecate e, ancora, ad Artemide. D’altra parte, i Galli adoravano la dea-orsa Artio, da cui anche il nome celtico di Artù.

La Rocca e Santa Colomba nella carta di Rimini della Biblioteca Vaticana (1660 ca.)

Tormentate anche le vicende dell’edificio. Sempre secondo la tradizione, come abbiamo visto, la cattedrale sarebbe stata fatta erigere nel IV secolo dal vescovo Stemnio dopo aver distrutto un tempio di Ercole. Ricostruita più volte, fu consacrata, o riconsacrata, nel 1154. Ospitò le assemblee del libero Comune prima della costruzione del palazzo dell’Arengo. Descritta in pessime condizioni, fu ancora rifatta nel 1430.  Dopo l’ennesima distruzione dovuta al terremoto del 1672 l’orientamento fu capovolto, mentre prima aveva sempre “voltato le spalle” alla piazza e alla città offrendo le tre absidi; le chiese più antiche non tenevano conto dell’urbanistica circostante perché erano orientate con criteri geo-religiosi, un po’ come le moschee che guardano tutte La Mecca; i cristiani guardavano a est.

Ora invece finalmente il duomo aveva una facciata rivolta alla piazza. A quanto pare, la riconversione era stata però arrangiata in economia, tanto che il successivo terremoto del 1786 l’aveva reso quasi inagibile e già fin da allora si parlò di trasferire altrove il titolo di cattedrale.

Ricostruzione ipotetica del portale di S. Colomba (Carlo Valdameri)

Ma nell’ultima Santa Colomba della basilica paleocristiana ormai restava pochissimo. E anche il suo aspetto medievale, al momento della sconsacrazione, era mutato da quasi 150 anni in quello di una chiesa barocca.

Nel Museo della Città di Rimini sono conservati 22 grosse porzioni di un portale romanico che poteva appartenere alla Santa Colomba del XII secolo.

Piazza del Corso alla fine del ‘700, con la Rocca e l’unica raffigurazione superstite di Santa Colomba nel suo ultimo aspetto (i due dipinti sono andati distrutti nel 1944. In “Rocche e castelli di Romagna, III”)

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